sabato 28 settembre 2013

Di donne, di ‘ndrangheta, di coraggio




E’ stato un bel pomeriggio. 

Uno di quelli che ti fanno vedere ancora uno spiraglio di possibile cambiamento. 

E' stato molto piacevole conoscere persone come Francesca Prestia e Paolo De Chiara, entrambi impegnati generosamente in una personale battaglia, di denuncia e di educazione.

Francesca è una cantastorie e racconta le donne della sua terra, la Calabria, e la doppia violenza che spesso subiscono: quella della ‘ndrangheta e quella dell’omertà e del dispotismo dei maschi della propria famiglia. Francesca gira l’Italia e le scuole con le sue canzoni e le sue immagini. Sulla biografia di una delle donne che Francesca racconta al mondo, una che aveva osato ribellarsi andando consapevolmente incontro alla morte per mano di un gruppo di uomini d’onore, capeggiati dal suo compagno, è incentrato il libro di Paolo che abbiamo presentato ieri sera: “Il coraggio di dire di no. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta.” 


Si parlava, ieri, del filo invisibile che lega i delitti di ‘ndrangheta e i femminicidi. Una sporca faccenda tra maschi in entrambi i casi. E le donne, deputate a dare la vita e a piangere la morte, costrette a scegliere tra il ruolo di eterne bambine da proteggere o quello di Grandi Madri. Oppure destinate a essere ridotte, e per sempre, nella maniera più cruenta e plateale possibile, al silenzio. Le donne che denunciano il proprio compagno o marito violento restano di fatto abbandonate proprio come i tantissimi che ribellandosi a organizzazioni di tipo mafioso vengono protetti dallo stato, ma proprio così costretti a una custodia che di fatto significa una diversa prigionia e un ancor più doloroso isolamento relazionale e sociale.


Siamo rimasti molto oltre l’ora prevista per il termine e le persone sedute tra il pubblico avevano gli occhi lucidi di commozione e di rabbia. Noi da quell’altra parte della sala parlavamo, ognuno con la propria inflessione, con il proprio stile, con il proprio tono di voce, ma tutti accomunati da una medesima passione, dallo stesso desiderio di giustizia e verità e dalla determinazione di non arrendersi mai alla prepotenza. 


Francesca raccontava cantando, con quella sua voce potente e calda, ora quasi sussurrando nella ninna nanna della madre alla figlia, ora urlando nel grido di speranza di Miraf, la profuga eritrea alla quale la madre, nell’addio di lacrime e odore di mare, aveva raccomandato di guardare avanti, verso vasti orizzonti e verso il cielo, perché con il tempo tutto passa.







venerdì 27 settembre 2013

I gatti, gli studenti e il clochard


Ogni tanto mi affaccio alla finestra dello studio per qualche attimo di riposo. Per prendere le distanze dal dentro guardando il mondo che è fuori. Confesso che soprattutto lo faccio per osservare i gatti della colonia felina assistita che popolano il cortile del palazzo di fronte. Gatti bellissimi, di tutti i possibili colori gatteschi, che a loro volta osservano i gruppetti di studenti; gruppetti che per tutta la mattina si formano e si disfano davanti al portone, negli intervalli o in attesa di lezioni, di colloqui e di esami, facendosi rincorrere dal tempo e beffandolo. 





Mentre sorseggiano una bibita o un caffé appena prelevati dalle macchinette dell’atrio gli studenti condividono racconti che vibrano di rabbia o di ironia; si sfogano, si sfidano, battibeccano o (a seconda delle stagioni) si dedicano al corteggiamento e poi, quelli più fortunati che riescono a formare una coppia amorosa, si abbracciano e sbaciucchiano timidamente. 





Tra gatti e giovani lo spettacolo risulta di solito piacevole e consolante; e la cornice (ci sono gli alberi, c’è la storia perché siamo nel centro della città...) pure. Penso alla “...bella d’erbe famiglia e d’animali...” della quale, come animale bipede, anch’io faccio parte e mi rallegro tutta. Poi arriva, quasi invisibile, avvolto nei suoi cenci grigi come il colorito del volto e la peluria che lo incornicia di sotto e di sopra in un’unica soluzione barba-capelli, un clochard del quale sarebbe impossibile definire l’età. 


Come fa più volte, ogni mattina, muovendosi goffo nelle sue scarpe sformate, raggiunge lentamente il bidone che campeggia all’ingresso e improvvisamente si anima e velocizza i gesti, si china tuffando le braccia tutte intere nel ventre scuro dei rifiuti, le agita giù, giù fino in fondo e trae fuori scarti o avanzi di merendine, di panini, di biscotti; e lattine colorate di bibite delle quali sorseggia meticolosamente il liquido residuo, creando un involontario e improbabile 

cocktail di sapori e odori. 

Dal punto di vista scenografico siamo di fronte alla situazione rovesciata del film “La lista di Schindler”, girato per lo più in bianco e nero e nel quale solo il cappottino rosso della bambina si staglia nella varietà di grigi mortiferi che confondono le figure umane e le cornici delle loro azioni. Qui, al contrario, tutto è allegro di vita, sebbene non ci sia alcuno sfarzo esibizionistico e i giovani siano vestiti senza ostentazione di firme. Sono però colorati, come i gatti che li osservano curiosi. Mentre lui, il solo essere grigio, muto, invisibile, sembra quasi prendere luce dalle lattine sgargianti 

che tiene in mano e ritmicamente solleva e ripone. 

Anche qui, anche nel cuore della città, c’è chi vive dei nostri rifiuti. Siamo definiti dallo stridente, disumano contrasto di consumo e fame che censuriamo relegando mentalmente quest’ultima nell’altrove del terzo o del quarto mondo, in una infinita, rassicurante distanza.

mercoledì 25 settembre 2013

Hugo Cabret

Hugo Cabret di Scorsese: tenero, commovente e struggente questo film sul tempo che rapisce immagini e suoni e  ti sembra di non ricordare più una voce, il rumore di un passo familiare nel corridoio di là dalla camera dove rincorri il tuo sonno bambino o il calore e il profumo di un abbraccio lontano. All’improvviso, però, possiamo ritrovare intatto il passato anche senza bisogno di evocarlo attivamente. Anzi, è il passato stesso che ci trova e ci viene incontro, in un odore che ci possiede all'improvviso, in una sensazione già vissuta che di nuovo si fa attuale, facendo pulsare più velocemente il sangue nelle vene e battere forte il cuore. Gli oggetti rotti sono il leit-motiv che ci accompagna per tutta al durata del film, insieme al desiderio di riaggiustarli, di ricomporne i pezzi, di farli funzionare, di scoprire, infine, i loro segreti di testimoni muti delle vicende di noi esseri umani. E poi ci viene suggerito che sono le illusioni a dare senso alla vita e nel film si vede come si possano creare sogni colorandoli a mano, fotogramma per fotogramma. 

E’ il cinema: grande inventore, appunto, di illusioni. Questo film, come The Artist e The Illusionist (non il film del 2006, ma il bellissimo cartone animato del 2010 di Chomet dedicato a Jacques Tati) propone il tema del muto, dell’assenza di parole, e quello della nostalgia e del recupero di ciò che sembra perduto per sempre. In tutti e tre i film – e sono quelli che metterei in testa alla mia personale classifica di gradimento degli ultimi anni – in primo piano assurge il dialogo tra immagini e musica. Quando siamo nati, del resto, quando eravamo molto piccoli, anche le parole che ci rivolgevano non erano altro per noi che prosodia, suoni variamente modulati che esprimevano sentimenti ed emozioni, ma anche l’incoraggiato e il proibito. Conoscevamo il mondo così, per immagini e musica. Poi sono arrivate le parole a con le parole abbiamo cercato di mettere ordine dentro e fuori di noi combinando, talvolta, quando le abbiamo usate come linguaggio separato dagli altri, dei disastri irreparabili.

venerdì 20 settembre 2013

La ragazza della foto



La ragazza della foto era la mia nonna; si chiamava Maria e l’ho conosciuta quand’era ormai provata dai troppi dolori, ma non sconfitta. Per questo, nei momenti di maggiore difficoltà o scoramento, la sua immagine mi accompagna sempre, come un dolce invito a non lasciarmi andare, a reagire, a mostrare coraggio e passione vitale. La ricordo con una veste scura a piccoli disegni bianchi; una veste frusciante sopra due gambe ancora belle nonostante l’età.



Mi capita, qualche volta, di cercare tra la folla una veste di donna come la sua e anche mani come le sue, così diverse dalle mie, così affusolate e sottili e con la pelle delicata, ma capaci di una stretta forte e salda. Cerco anche, per le strade, il profumo di lavanda dei cassetti e degli armadi di quella donna; di quella donna che aveva un nome che è parte del mio. Cerco di avvolgermi nel suo dolore antico quando devo attraversare il mio, e cerco il suo sorriso generoso, il suo sguardo intenerito dal troppo soffrire, ma non arreso. Rivedo le foto dei suoi figli – uno morto a 18 anni e l’altro a 22 - accanto al mio lettino, nella sua casa che ora è di altri. Li conoscevo più che se li avessi conosciuti quand’erano vivi. Li conoscevo nella verità di ciò che aveva rappresentato la loro perdita, attraverso le parole della sua reiterata narrazione che si frapponeva, testarda, tra la vita e la morte, più forte e ostinata di ogni ragionevolezza.



Con quel suo parlare come se la potessero ascoltare, proprio attraverso me, grazie alla mia piccola presenza ancora non corrotta dalle insidie della ragione, volava in alto sopra il dolore e l'irreparabile; attraverso me che, così piccola, potevo ancora non distinguere del tutto la differenza tra la realtà di fuori e quella di dentro.

Volterra, per me, è prima di tutto il luogo
in cui vivevano i miei nonni materni
Anche stamani esco a rincorrere quella veste scura a piccoli disegni bianchi e ho fortuna. C'è più avanti, sulla mia strada, una sagoma di donna vestita in modo simile a quello, che la ricorda nell'incedere, nelle forme. La tentazione di chiamare è fortissima, ma mi tengo lontana, mi accontento di guardare. Cammino, un passo dietro l’altro, un passo dietro l’altro e mi stupisco di scorgere, riflessa nelle vetrine, una bambina con un corpo di donna, una donna con i miei vestiti. E intanto li guardo, passeggiando da sola, tutti questi umani che portano dipinta in faccia, ignari, la loro piccola sorgente segreta di gioia o il loro rimpianto.


Leggo le rughe, gli sguardi degli uomini e quelli dei bambini; e la fretta delle donne con le sporte cariche e i passi e l’andatura di ciascuno. E soffro, come talvolta mi succede, di non poterli prendere tutti per mano, anche i cattivi, anche quelli che si distruggono e si uccidono nella paura o nella propria stessa invidia. Soffro di non poterli prendere per mano per dire loro, sussurrare, cantare, urlare le cose vere della vita che anch’io, che tutti noi, qualche volta perdiamo di vista.

sabato 14 settembre 2013

Shame

Orgasmi disperati, urlati con rabbia, distanti dal piacere sessuale amoroso che è reciprocità, sguardo ricambiato, riconoscimento tra mille di quell’unica carezza, di quell’unico bacio, di quell’unico seno, di quell’unico pene, di quell’unico profumo. E non importa che sia unico per la vita; è cosa rara; ma unico per un tempo ragionevole, lungo quanto basta per costruire un amore e attraversarlo, anche fino alla fine della vita. Invece qui, signori e signore, si entra nel mondo della serialità. Il protagonista è affetto da sindrome di dipendenza da sesso. Ma non a caso la colonna sonora (bellissima nel suo insieme) vede il frequente irrompere di Bach. Perché in una sorta di contrappunto psichico accanto a lui si muove una donna, la sorella, estremamente dipendente dal punto di vista affettivo rispetto agli uomini. E’ un film bello, profondo, duro, perché adombra che la sindrome non sia che l’estremizzazione, portata al suo compimento, di un modello di sessualità ritenuto normale. Il sesso come consumo, separato dall’amore o, al massimo, mascherato da amore, colorato di voracità che spinge a cercare sempre nuovi partner. Ma che differenza c’è, alla fine, tra il consumo di sesso e il consumo di alcool, ingerito velocemente perché ci bruci dentro e poi ci stordisca, o di cibo, trangugiato senza neanche apprezzarne il sapore, o di oggetti di consumo, di scarpe, abiti, cellulari del nuovo modello? E poi c’è dell’altro nel film. Perché il sesso così, compulsivo, alla fin fine è controllato e soprattutto è controllata la dimensione sentimentale: non c’è da temere niente, abbandoni o perdite, perché le persone sono interscambiabili. L’uomo del film ha un lavoro, è affermato e stimato. Perché il sesso così vissuto si coniuga bene con un modo ossessivo e perfezionistico di vivere la vita in generale e la dimensione professionale in particolare: non la ostacola perché non chiede; le lascia spazio perché non si frappone, non ha un prima e non ha un dopo, non prevede condivisioni di altro. La mano che si muove freneticamente nell’atto della masturbazione, che prende l’iniziativa indipendentemente da testa e da cuore, nella doccia o sopra la bocca spalancata di un water, ne rappresenta la grottesca metafora. E il corpo finisce per non aver più linguaggio se non quello asettico e impersonale della reiterazione.

mercoledì 11 settembre 2013

Quant'era mosso il mare!


Programma domenicale: andare con calma al paesello, caricare i bagagli di babbo e portarlo  alla casa del mare. Prendo il costume? Sì, lo prendo, perché magari al mare ci vado, sul tardi, tanto per vedere quanto è mosso con questo vento. Porta questo e quello stai attenta a quell’altro ilgaslalucellacqua e chiudi e apri e mi raccomando soprattutto non vi scordate eccetera. E’ mia sorella Rita che parla, la quale è di solito una tranquilla e incorreggibile ritardataria, ma ogni tanto ha delle esplosioni efficientistiche. Dico di sì a tutto e parto per arenarmi subito alla fila per la benzina. Traffico caotico e poi, improvvisamente, il deserto. Tra l’arancione e il giallo arido e assolato delle campagne del volterrano non incontro anima viva; nemmeno cani, gatti o volatili. Arrivo. Bagagli: è tutto disposto sul divano, anche l’armonica a bocca nel suo astuccio celeste  e devo solo organizzarli. Nuova partenza attraverso un’altra strada che da tanto tempo non percorrevo e perciò mi concedo qualche minuto di personale Amarcord. 

Cecina marina - oltre Andalù, 2013



Chissà come deve essere mosso il mare! Dopo l’ormai familiare trionfo di rotonde di rotonde di San Pietro in Palazzi ecco Cecina. Bagagli da scaricare e sistemare e poi in auto di nuovo per la spesa e poi a casa e non c’è più parcheggio, ma intanto scarichiamo, poi lo cercherai. E’ mio padre che parla e aggiunge anche lui che il mare deve essere proprio mosso con questo vento. 



Cecina marina - oltre Andalù, 2013
Scaricare, disporre, sistemare, cucinare, dov’è finito questo dov’è finito quello, cenare, sistemare ancora. Ore 22.30: attraversiamo la piazza con i suoi bar gremiti di gente urlante che sparano musica a tutto volume e finalmente aspiro, nella notte, l’odore familiare di questo mare che mi ha visto bambina e ragazzina ed è davvero mosso e bellissimo, tutto nero con trine bianche di schiuma.  Guardo mio padre che guarda il mare e so che pensa agli anni e al tempo, a quando aveva i capelli nerissimi, alla moto rossa d’epoca e poi ancora e ancora. Ore 23 e qualcosa: rotonde di rotonde e poi autostrada. Caccio un’altra volta il ricordo, improvvisamente riemerso, della lampadina del faro sinistro bruciata che mi ero ripromessa di fare cambiare e corro verso Pisa pensando ancora a quanto era mosso il mare e bello e drammatico nella notte scura. 

Le nevi del Kilimangiaro

"Le nevi del Kilimangiaro", di Robert Guédiguian, è uno di quei film alla fine dei quali resti seduto con la scusa che devi assolutamente conoscere il titolo dei brani della colonna sonora e, come si sa, per ragioni ineffabili e oscure, la musica nei titoli di coda viene alla fine, dopo le sarte e tutti i tecnici, compresi gli elettricisti. In realtà non vuoi alzarti perché ti generano, film così, la difficoltà di rientrare al di qua dello specchio, nella dimensione dell’uscita nella notte, della strada da percorrere e dell’auto da raggiungere. E’ un film che dà calore, che parla del senso: il senso della vita e dei legami, ma anche la capacità di provare solidarietà, di mettersi dal punto di vista dell’altro, di amare. Ho pianto silenziosamente, però era quasi piacevole farlo, liberatorio, sia pure attraversando la difficoltà di asciugarmi le lacrime da sotto gli occhiali e senza qualcuno con cui ironizzare sulla mia facile commozione perché negli ultimi tempi vado volentieri da sola, al cinema. 
Ispirato al poema “Les pauvres gens” di Victor Hugo, ci racconta di povertà e di cassa integrazione, ma anche di affetti, di complicità nel senso positivo del termine tra un uomo e una donna, di amore che è fatto di carezze e di condivisione di sguardi sul mondo. Ho pianto per la vicenda che costituisce il nucleo essenziale del film e che devo lasciare alla scoperta di chi non l’ha ancora visto; ho pianto, poi, nelle sequenze relative ai festeggiamenti per i trenta anni di matrimonio dei protagonisti che ancora si amano, ma non ipocritamente, nella doppia morale degli odiosi matrimoni di sopportazione reciproca e calcolata; si amano con la capacità di giocare insieme, di ridere, di relativizzare, di apprezzare ciascuno i doni dell’altro senza darli per scontati. E ho pianto, infine, quando viene consegnato loro dai figli il regalo, perché la scena sembra ricalcata su un ricordo personale particolarmente tenero: quando pochi anni fa, con i miei fratelli, abbiamo fatto lo stesso regalo, un viaggio a sorpresa, ai nostri genitori che festeggiavano le nozze d’oro. Dare senso ai legami è la stessa cosa che dare senso alla vita: perché noi siamo gli affetti e le relazioni che intessiamo.

martedì 10 settembre 2013

La torre di Babele

Vidi "Il flauto magico" di Bergman, che propone fedelmente l'opera, in una specie di piccolo cineforum. Ero una e da ragazzina ina ina e ne rimasi folgorata al punto che ancora oggi, pur essendo questa una delle mie opere preferite, non riesco a non comparare l'impressione che ricevo dall'ascoltarla con quella generata allora da questo film. Penso di essere rimasta affascinata dal fatto che qui il regista non si limita a riprendere cinemtograficamente un'opera, ma cerca di mettere in dialogo i due linguaggi, quello teatral-musicale e quello cinematografico, con il risultato di esaltarli entrambi. Qui si vede come lo spettatore possa diventare parte attiva dello spettacolo, come il suo sguardo, l'increspatura delle sue labbra o il loro tremito sottile, la testa inclinata di lato oppure dritta, contribuiscano alla costruzione di senso. Uno spettatore non passivo, ma parte attiva dello spettacolo come dovrebbe essere e come spesso non è. Spesso a teatro, immobili nelle proprie poltroncine, si applaude per sentito dire, per omologazione, per imitazione, per la fama pregiudiziale che riscuote questo o quell'artista e non per partecipazione vera. E poi quelli con la puzza al naso, ma questo non è teatro, ma questo non è cinema...Che bella l'ibridazione dei linguaggi, quando si realizza! E la torre di Babele, come metafora, è assai più piacevole e gioiosa del linguaggio unico e omologato al quale ci stiamo abituando.

sabato 7 settembre 2013

Dell'amore e del potere


Dovendo andare a ritirare una raccomandata che tra tre giorni sarebbe stata rimandata indietro – chi mi conosce sa che ho questo problema - ho fatto un salto in libreria. La frequento come un credente il proprio tempio, anche solo per fare un giretto e non comprare niente. Guardo, penso, qualche volta leggo in piedi i libri brutti in modo da poter dire che lo sono davvero senza però finanziarli. 
Ma quanti ne escono - pensavo in quest'ultima visita in libreria - sull’incapacità di noi donne di farci amare? Nella sezione psicotutto c’è un'infinita serie di donne che amano troppo e verbi similari (sempre troppo). Poi c'è la serie del come tenerlo al guinzaglio, da leggere dopo quella del come conquistarlo. Poi, ancora, la serie dei manuali che ti insegnano a essere stronza (è scritto così, non è colpa mia) e a selezionare gli uomini (è scritto così) liberandosi di quelli inutili (è scritto così). La morale di tutti quanti questi libri non è diversa dal consiglio della nonna che ormai è diventata trisnonna: in amore vince chi fugge, perciò fatti rincorrere, negati, oggi non posso magari tra due giorni sì e soprattutto non mostrare che a lui ci tieni. 

Sarà vero? 
Passo in rassegna situazioni note e me ne vengono in mente molte che sembrano dare ragione alla trisnonna anonima. Conosco diverse persone afflitte perché si sentono invaghite di qualcuno che le ha lasciate e non se le fila più, anzi, le vive come una maledizione del cielo, un fardello, una iattura. Non c'entra l'amore con tutto questo, c'entrano, invece, i giochi di potere. Giochi che non rendono felice nessuna delle persone coinvolte, ma nutrono il narcisismo perverso, quello che non ammette sconfitte, impegnando le energie amorose di qualcuno in percorsi frustranti e vieti. L’amore è reciprocità di interesse, è condivisione, è piacere del tempo regalato dall’una all’altro e viceversa, è sguardo ricambiato che rende possibile gioco e leggerezza, ma anche la capacità di accogliere la tristezza dell’altro. L’amore è anche un modo per conoscere meglio le proprie ombre e le proprie luci attraverso gli occhi di un altro che ci è caro e di cui ci fidiamo e non un nascondarello puerile. 
A giudicare, purtroppo, dalla quantità di libri-spazzatura sull’amore, evidentemente suffragati da un loro mercato, temo che sia arrivato davvero il momento di capire che non è affatto scontato imparare a viverlo e ad averne cura. Chissà se ci riusciremo. 

venerdì 6 settembre 2013

Lettera da una sconosciuta

Quanto tempo sarà passato dall’ultima volta che l’ho visto? Il film, del 1948, è di Max Ophuls ed è tratto da un racconto di Stefan Zweig. Si ambienta, infatti, nella Vienna dei primi del 900, una città che mostra il volto contraddittorio della decadenza e della ricerca spasmodica di felicità gaudente e superficiale. I valzer, la sachertorte e le feste scintillanti di cristalli, di lampadari, di specchi e calici e diademi e bracciali e orecchini e gemelli ai polsi: tutto un luccicare, un brillare, un rimandare luce a luce, rifrangerla e moltiplicarla per cento, poi per mille in un vorticoso ridere e inebriarsi per non contattare mai l'ombra, il vuoto, l'attesa  e l'incertezza. E tutto attorno, simbolicamente invalicabile più della cinta muraria alla quale era stata sostituita, la Ringstrasse, enorme vetrina circolare di palazzi magnifici e imponenti, a segnare il crinale tra l’antica città, sede dell’impero, e l’enorme, brulicante suburbio dei disgraziati e degli scontenti. 


E' un film struggente e poetico sul dolore per le occasioni mancate, per quanto ci lasciamo sfuggire come sabbia tra le dita, per il colpevole non riconoscimento dell’amore quando ce l’abbiamo a portata di mano e basterebbe poco, un gesto o una parola per fermare l’attimo e dilatarlo all’infinito: il battito di ciglia e il sospiro trattenuto e le confidenze, sdraiati vicini nella penombra dei pomeriggi estivi e le risate lievi e condivise. Perché questo è l’amore e l’amore è raro, mentre solo l’infatuazione o l’abitudine compiacente che conferma e rassicura sono ordinari e frequenti.

 


E' il ricordo delle prime antiche carezze che torna a visitarci, l'amore, e delle nostre piccole palpebre abbassate a impedire lo sguardo per lasciarci avvolgere del tutto da un profumo familiare e caro, da un abbraccio destinato a ripresentarsi nel corso della vita e del quale avremo, forse, anche un po' paura, e per timore di perderlo lo getteremo, chissà, senza riconoscerlo.

giovedì 5 settembre 2013

Bastardi senza gloria

Tarantino è uno dei più interessanti registi di questi anni e non ci si stupisce se il suo ultimo film, al pari dei precedenti, si segue tutto d’un fiato e se ne resta ammaliati. Di “Bastardi senza gloria” ho apprezzato prima di tutto la critica implicita al cinema di genere che ripete se stesso e rende impossibile proporre un argomento già rivisitato in un registro diverso dai consueti. 

Il registro, qui, è dato da un intreccio di inventiva e creatività che rende inusitati il ritmo, la narrazione, la stessa colonna sonora. Il film è una parodia, ma del tutto particolare quanto agli affetti che suscita, perché paradossalmente emoziona e commuove. Il film è infatti denso di citazioni da altri film (non solo del genere epico-bellico) che permettono, a chi ama il cinema, di ripercorrere nell’intensità di un attimo la propria biografia di spettatore, di persona che porta dentro di sé, quasi come voci interne, frammenti di film, cioè di immagini, suoni e parole che danzano insieme. 
Di questo film apprezzo il coraggio: di affrontare un argomento soffocato da una cattiva retorica che rende la storia metafora morta, esperienza inservibile per trasformare l’esistente.

Vi si mostrano, com’è giusto, la condizione dell’esser vittime e quella del dominio e della sopraffazione tracciando una ben netta linea di confine. Lo si fa, però, senza utilizzare i consueti, scontati registri dell’idealizzazione che si accompagna non di rado alla censura degli elementi di criticità o di ambivalenza presenti sia nei territori del “bene” che in quelli del “male”. 

Tarantino riesce a servirsi della coloritura del grottesco e dell’assurdo, del registro comico e di quello drammatico intrecciati insieme, in una prospettiva paradossale, ma che proprio per questo appare capace di incrinare il modo routinario con il quale si rende onore alle vittime della storia. 

Un modo che ribadisce una radicale distanza tra l’oggi e gli orrori di ieri; esattamente come il gesto dell’elemosina non crea coinvolgimento rispetto a chi è in condizione di bisogno, ma ridefinisce e rende stabile la propria radicale distanza di persona privilegiata.Mi occupo di studiare i processi formativi ed educativi (che non riguardano solo i bambini, ma tutti gli esseri umani) e rispetto ad essi considero come ostacoli la censura, lo stereotipo, il pregiudizio, le visioni di carattere trasmissivo. La tendenza generale è quella di censurare, semplificare, fare propri giudizi di valore scontati e teorizzare la doppia verità: una verità complessa, per chi può capire, e una ridotta a favola semplificata, per i più: quelli che magari non hanno studiato e che per varie ragioni non sarebbero in grado di comprendere.Corriamo il rischio di costruire territori di osservazione del mondo perfettamente speculari gli uni rispetto agli altri, senza preoccuparci della nostra incapacità di vedere le contraddizioni che ci riguardano. Abbiamo ben chiare solo le nostre ragioni: se questo è indispensabile per scegliere, decidere e agire, non è, però, sufficiente per pensare criticamente e dunque per essere, per quanto possibile, consapevoli delle proprie scelte.

domenica 1 settembre 2013

Il mito del due


Nel dormiveglia ripensavo che abbiamo il mito del due soprat-tutto in amore. 

Eppure siamo in molti di più ad affollare una relazione e non parlo solo di quelle amorose, ma di tutte. Come nel quadro di Klimt due persone si abbracciano nell'intimità più protetta e tutti i loro fantasmi li guardano. Genitori, nonni, parenti e amici; ex , persino.

Approfondire ri-chiederebbe, però, troppe pa-role e dunque mi limito a poche considerazioni veloci prima di uscire. Prendiamo il bambino che per gioco fa un’iniezione a un adulto dopo averne subite alcune. 



Tecnicamente si parla di “identificazione con l’aggressore” ed è uno dei meccanismi psicologici più potenti anche tra quelli adulti, in particolare perché facilita il consenso politico. Altro esempio. Prendere a calci un animale indifeso è un modo perverso per sentirsi forte e potente da parte di chi è socialmente o affettivamente umiliato o ha subito ingiustizie. Passare all’altro ruolo con qualcuno più debole, per sentirsi forti, è, naturalmente, una soddisfazione effimera e dunque c’è bisogno di ripetere e ripetere e ripetere. Stessa cosa vale per le violenze, fisiche o psicologiche, in famiglia e in generale nella sfera del privato. Penso che siamo analfabeti sentimentali e che forse bisognerebbe non esaltare troppo quella presunta spontaneità in base alla quale crediamo di agire. Penso che bisognerebbe riflettere di più sui nostri comportamenti e discriminare tra l’attenerci a un copione che ci hanno fatto mandare a memoria e la nostra scelta. Perché anche l’infelicità crea abitudine e dunque dipendenza e sicurezza.