
Ispirato al poema “Les pauvres gens” di Victor Hugo, ci racconta di povertà e di cassa integrazione, ma anche di affetti, di complicità nel senso positivo del termine tra un uomo e una donna, di amore che è fatto di carezze e di condivisione di sguardi sul mondo. Ho pianto per la vicenda che costituisce il nucleo essenziale del film e che devo lasciare alla scoperta di chi non l’ha ancora visto; ho pianto, poi, nelle sequenze relative ai festeggiamenti per i trenta anni di matrimonio dei protagonisti che ancora si amano, ma non ipocritamente, nella doppia morale degli odiosi matrimoni di sopportazione reciproca e calcolata; si amano con la capacità di giocare insieme, di ridere, di relativizzare, di apprezzare ciascuno i doni dell’altro senza darli per scontati. E ho pianto, infine, quando viene consegnato loro dai figli il regalo, perché la scena sembra ricalcata su un ricordo personale particolarmente tenero: quando pochi anni fa, con i miei fratelli, abbiamo fatto lo stesso regalo, un viaggio a sorpresa, ai nostri genitori che festeggiavano le nozze d’oro. Dare senso ai legami è la stessa cosa che dare senso alla vita: perché noi siamo gli affetti e le relazioni che intessiamo.
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