mercoledì 2 ottobre 2013

Altre stanze, altre strade




Scale di palazzo sconosciuto - Pisa
Sto cercando casa. Giro, giro e per ora non mi accontento. 
Troppo costose, troppo piccole, troppo rumorose, troppo tristi...Mi distraggo anche e magari fotografo le scale, come qui, per una geometria che mi colpisce, senza ascoltare il bla bla di chi mi accompagna e tesse le lodi delle case che visito.
Scale e androni, cassette della posta, campanelli, e in alcune anche gli abitanti dentro. Come la signora anziana con la foto del matrimonio in bella mostra e le piccole cose di una piccola vita che mi facevano stringere il cuore. Mi dico che ho ancora un anno di tempo, per fortuna. 
Però mi spaventa un po' pensare che la prossima sarebbe la ventunesima, sia pure contando che a volte se lavoravo lontano ne ho avute una qui e una di appoggio in un'altra città e considerando anche le quattro cambiate con i miei genitori e la casa dei nonni con i quali da piccola ho vissuto più di un anno.
Salotto della mia (precariamente) attuale casa

In questo periodo, la sera, prima di addormentarmi, mi affollano spesso la mente immagini un po’ confuse di tutte queste case un tempo piene di vita (della mia, vita) e poi abbandonate. Più che altro si tratta di dettagli, di particolari frammisti a piccolissimi frammenti di memoria di parole, di odori o di rumori che mi erano stati familiari. Per esempio mi viene in mente la libreria della casa di via Contessa Matilde, arrangiata con le cassette da frutta pitturate di vari colori, che suscitava l’ammirazione di tutti.

Rosa Luxemburg
Oppure ricordo la casa di via Pietro Gori, quando avevo più o meno 20 anni e nella camera per un po' hanno abitato anche gli uccellini Rosa (che era il mio e si chiamava così per via di Rosa Luxemburg) e Vladimir, che non era il mio perché, pur con tutto il rispetto, grandissime simpatie per Lenin non le ho mai avute. O, ancora, la casa di Reggio Emilia dove sembrava che ci fossero i fantasmi.
Di via San Francesco, invece, ricordo la cassetta per la lettiera del mio Leopoldo issata fuori dalla finestra del bagno, sui tetti, perché alle altre coinquiline non era troppo gradita…Lui ci saltava dal davanzale e sembrava che si suicidasse, per chi non lo sapeva. Leopoldo aveva un musino bianco e grigio ed era intelligente come pochi. Aveva il vizio di rubare piccoli oggetti e nasconderli, come avrei scoperto dopo molti mesi, dietro la lavatrice o in posti simili. Erano i suoi tesori segreti.

Di via Parini mi viene in mente il marciapiede del retro, nel quale mio figlio ha imparato a camminare rincorrendo i tantissimi gatti che lo animavano. 
E c’era un gelsomino, nel balcone, che fiorì per la prima volta proprio mentre lui nasceva. Me ne ero andata con le doglie e mostrava ancora le gemme, ma il nuovo nato fu accolto dal profumo intenso di una superba fioritura bianca che mi sembrò proprio un dono di benvenuto. 


Sibilla in attitudine pensosa
La casa che devo lasciare è quella nella quale ho abitato più a lungo. Qui mi sembra ancora di sentire la mia Sibilla correre dietro a una mosca o a uno dei piccoli giochi che inventavo per lei. Certe volte la immagino mentre mi tende un agguato da dietro una porta, come solo i gatti sanno fare. E così  ho un po' paura che in un'altra casa non riuscirò più ad avvertire la sua presenza discreta e cara. 
Poi penso che non sono le pareti, né gli oggetti che danno calore e vita a un luogo. E allora sorrido, rassicurata, perché le emozioni e la nostra storia ce le portiamo dietro, ovunque si vada a vivere.
Ancora l'indimenticabile Sibilla
Mi piacerebbe che qualcuno scrivesse qui che ha provato qualcosa di simile, o qualcosa di molto diverso, dovendo cambiare casa, ma temo che nei blog il difficile sia proprio avere commenti.

9 commenti:

  1. ho "girato" molto anch'io Antonella, ho abitato perfino in una roulotte a Capraia gentilmente concessa da un amico, poichè la casa che avevo in affitto, ad aprile era riservata ai turisti ( l'anno scolastico termina a giugno....). Non mi sono mai sentita un'estranea perchè in ogni dimora ho sempre portato me stessa e anzi........cambiare mi piace pure!

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  2. Io provo curiosità e ammirazione per chi cambia spesso casa perché mi sembra che ogni trasloco sia l'occasione per scoprire un volto nuovo del mondo. Di case ne ho cambiate solo tre: odio l'atto del trasloco (fare/disfare scatoloni), amo il cambiamento di abitudini. Però sono tendenzialmente una gran pigrona...

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  3. E' lo spirito con il quale anch'io mi sto muovendo, da due o tre giorni, scontata un'iniziale timidezza, titubanza o in certi momenti paura. Per ora non so immaginarmi, ilm prossimo anno, in una diversa cornice, eppure nemmeno io sono abitudinaria...E infatti avere cambiato 21 case non è uno scherzo!

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  4. Io ho cambiato 10 case. In ognuno dei 9 traslochi il numero di scatoloni è sempre stato maggiore di quello precedente. E il delta positivo è sempre (sempre!) stato di carta: libri e fumetti che si andavano ad aggiungere a quelli via via raccolti negli anni precedenti.

    Il trasloco non mi spaventa. È molto più complicato invece scegliere la casa giusta e soprattuto, di questi tempi, potersela permettere. La casa nuova è come un amore nuovo, una famiglia nuova. Ci si vivrà per un lungo periodo, ed è bene sceglierla con accuratezza. Naturalmente io predico in un modo e poi, come al solito, agisco in un altro. Tutte le mie case, anche quella che ho acquistato e in cui non abito più, sono state scelte di volata, all'ultimo momento e quasi sempre sono state le prime scelte che avevo a disposizione. Quindi... non badate troppo alle mie dichiarazioni :-)

    In bocca al lupo per la tua nuova casa, Antonella!

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  5. Il problema, è vero, non è il trasloco, ma la scelta, limitata da molte variabili che non dipendono da me. Ho un anno di tempo, è poco ed è tanto…E non scarto ancora nessuna soluzione. I miei traslochi sono stati a volte dolci e buffi – quelli fatti coinvolgendo gli amici – e spesso soprattutto quelli giovanili, anche un po’ assurdi. Uno l’ho fatto con un ape Piaggio prestata, una di quelle piccole piccole. Un altro, molti anni prima, con un carretto a mano prestato in questo caso da Vasco (detto “Vasco il ladro”), dato che mi spostavo di pochissimo, da via San Francesco a piazza delle Vettovaglie, e lui abitava a pochi metri da me e ci incrociavamo tutti i giorni. Poteva sembrare un emarginato, ma aveva un suo ruolo, direi quasi sociale, e molti amici. “Allora, bimba?”. Questo era il suo saluto, la mattina. “Vai a dormire, bimba?” Questo il saluto della sera. Abitava in una specie di garage nel vicolo che curvando congiunge Borgo largo e via S. Francesco e la domenica teneva aperta la saracinesca. Con la radio accesa e, a volte, con un’amica ospitata la notte, anche lei piuttosto in su con gli anni, (in vestaglia con la cintura che terminava con due nappe di raso, lei, lui in canottiera bianca a righine e ciabatte a incrocio, di plastica marrone) sorbivano caffè seduti su due sdraio da mare. (Il fatto di dover cambiare casa ha suscitato una girandola di ricordi e nessuno brutto!

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  6. Elegia del nomadismo (urbano) del fuori sede perenne. Mi ci ritrovo: e leggendoti affiorano anche sensazioni appena appena avvertite, ma voltaa volta decisamente ignorate

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  7. Da sempre ho un sogno, di finire la vita in una casa davanti al mare. Il sogno rimane dentro, come una compagnia. Non amo la casa dove attualmente vivo. Ho ancora nel garage i pacchi dell'ultimo trasloco, di 12 anni fa, intatti, chiusi.

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    1. Nei commenti qui non so come fare a mettere video, ma temo che non sia previsto. Altrimenti ti avrei risposto con "Madame Sitrì", di Bobo Rondelli, che da livornese di sicuro conosci...Tra i video di youtube con questa canzone ce n'è uno con le immagini della terrazza Mascagni, che secondo me è un luogo bellissimo, soprattutto la sera. D'estate mi capita di andarci. Eppure di livornesi non ce ne sono molti, sono tutti assiepati nei bar del lungomare.

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