lunedì 6 marzo 2017

Lo sapevo che mi avrebbe fatto piangere



Lo sapevo che mi avrebbe fatto piangere, che forse sarebbe stato meglio non andarci perché avrebbe riaperto una ferita che ancora, chiusa, non lo è per niente. Il film ci racconta i danni del neoliberismo che rischia di corrompere anche la nostra relazionalità rendendoci tutti robotici, cinici e insensati egoisti.



Parla, però, anche del rapporto tra una figlia e un padre e io, il mio, l’ho perso da pochi mesi.


Ci racconta delle gerarchie di importanza tra le esperienze e di cose fondamentali che dovremmo già sapere, che dovrebbero essere il nostro lasciapassare per diventare adulti. Il lasciapassare per attraversare il dolore e lasciare che affiorino le ombre, le paure, le inquietudini, senza perdere il senso dell’umorismo, l’ironia che rende la vita come un gioco bello in cui sei consapevole che puoi vivere molte dimensioni e non solo quella di ciò che si tocca con mano e ha la consistenza degli oggetti.




Sorridevo, ridevo e mi commuovevo durante il film, che nonostante la lunghezza è volato in fretta e quasi non mi sembrava possibile che fosse finito.




Quando ho perso mio padre, pochi mesi fa, appunto, mi è venuta da dentro una grande rabbia per tutto il tempo buttato via in faccende che non valevano il mio affanno o sprecando energie con persone incapaci di essere davvero generose di sé, ma sempre lì, tutte tese a calcolare la convenienza, e se vale la pena e se non vale. Non l’ho davvero deciso: è successo. E’ successo che mi sono allontanata da tutti quelli che all'improvviso mi sono apparsi egoisti, invidiosi, incapaci di portare gioia nella mia vita, di donare tempo ed energie senza calcolare se potevano permetterselo o no, ma con leggerezza spontanea, incuranti di conseguenze e rischi.  Il tempo si è fermato per un po’, allora – ed è passato quasi un anno – perché quando ormai puoi definirti davvero e definitivamente orfana, con quella parola che da piccola faceva parte solo di fiabe di infelicità e del regno dell’impensabile, sei come sospinta a entrare in una dimensione diversa e a guardarti attorno, a scegliere chi era vicino a te in quel dolore e ad allontanare chi non c’era.



Il film, intelligente, di una sensibilità particolare, divertente e drammatico insieme, di questo parlava. Delle epifanie, cioè di quei momenti così belli o così drammatici dell’esistenza, che ti illuminano all’improvviso la notte più scura e capisci, prendendo in prestito una frase del film, che no, la vita non può essere ridotta a una lista di cose da fare e alla loro triste spunta. Lo sapevo che dovevo andare a vedere quel film e sono contenta di averlo fatto. Anche piangere e commuoversi, a volte, è come una liberazione e dopo rientri con il cuore gonfio di sentimenti e gratitudine.



3 commenti:

  1. Come sempre hai toccato diversi punti di riflessione molto importanti, in fondo è quello che succede quando si guarda un film di significato, gli spunti di riflessione si alternano nei nostri pensieri provocando un insieme all'apparenza disordinato di emozioni e sensazioni. Sentimenti che vorremmo rimuovere perché dolorosi ma che esistono dentro di noi come i ricordi a cui sono legati, il nostro evolverci, le nostre consapevolezze, sensi di colpa e sensazioni di cose sospese,cerchi non chiusi, rapporti mai completi in una pienezza che dia pace. Si giunge ad un rifiuto della superficialità che tende a dare tutto per scontato, si apprezza l'ironia intelligente capace di delineare le nostre debolezze e fragilità, quell'ironia consapevole dell' imperfezione dell'essere. E poi l'eccessiva sensibilità che tutto soppesa che dovrebbe essere tradotto in semplice ascolto ma che mi fa dire delle cose perché so di non avere mai tempo e spunto continuamente i miei impegni quando dovrei fermarmi , non ascoltare rumori della coscienza e semplicemente guardare negli occhi chi desidera comunione e bene.

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    1. Bentornata a commentare, Alessandra, grazie!

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  2. E sono ancora senza blog, ciao

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