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sabato 9 agosto 2014

La sconfiguratrice



John William Waterhouse, Studies for a Mermaid, 1892
“Sei la migliore sconfiguratrice che abbia mai conosciuto”. Così, più o meno, mi è stato detto non molto tempo fa utilizzando un neologismo del quale forse, prima o poi, si sentirà la mancanza. E in effetti il termine descrive bene il mio rapporto con il mondo dell’elettronica, che è fatto di curiosità e apertura, ma anche, ahimè, di impulsività.
Se qualcosa non funziona o non va come voglio io comincio a cliccare compulsivamente e a intuito (un modo nobile di dire “a caso”) finché la cosa non si sistema oppure l’oggetto non si sconfigura parzialmente e a volte anche del tutto.

Giulio Aristide Sartorio, Sirena, 1893 (part.)
Mi piacciono i neologismi e ne ho sempre inventati, fin da piccola.
Sono neologismi consapevoli e questo li differenzia da quelli prodotti dai bambini, che in genere li inventano applicando rigidamente alcune regole morfosintattiche e producendo i tipici buffi termini che ci fanno sorridere. I neologismi inconsapevoli del bambino sono frutto di intelligenza, ma non hanno niente di creativo. 

Le sirene di Florence Harrison
Ne producono molti anche le persone affette da schizofrenia e così i soggetti autistici. In questo caso, forse, sono l’esito di  un sorta di scissione tra i due aspetti che caratterizzano la parola: il suo essere portatrice di un significato e il suo essere una forma sonora, un significante. L’aspetto sonoro viene separato dal suo significato e diventa prosodia pura che veicola emozioni, ma non concetti o pensieri.
John William Waterhouse, Sirena, 1900 circa

Anche per il neonato è così: le parole che gli giungono sono puri suoni che comunicano approvazione o disapprovazione, calore o freddezza. In questo senso si può dire che nasciamo prima alla musica, poi alla parola. O, almeno, a me fa piacere pensarlo.

Max Klinger, Sirena, 1895
Creare neologismi o apprezzarli è un’attività di confine. In questo caso si tratta del confine, inafferrabile e fluttuante, che divide la condizione infantile e quella adulta o la normalità dalla follia.
A me, però, piace proprio abitare confini così; pensare, cioè, che per quanto due territori siano distanti, è sempre possibile stabilire una relazione, ibridarsi di diversi linguaggi e perciò provare a intessere dialoghi ritenuti impossibili. Sono adulta da tempo, ma non ho mai smesso di giocare, soprattutto con le parole. 

Charles Edouard Boutibonne, Sirene giocano nel mare, 1883