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martedì 30 dicembre 2014

L'importanza del disordinare

Florence Harrison, Mariana
Mattinata casalinga dedicata a mettere in ordine, cioè buttare via qualcosa, senza dispiacersene e senza lasciarsi andare al pigro “potrebbe sempre servire”. Intanto si può ascoltare della musica e fare posto a nuovi fiori,  profumi e giochi; e anche guardare il sole e affacciarsi al balcone, sul viavai colorato dei trolley e delle sciarpe di chi va e di chi torna.


Da ragazza non capivo certe catene di frustrazione che le persone si infliggono. Ora, invece, a volte provo rabbia, altre tenerezza e persino un po’ di pena. Molti cercano soluzioni facili per le loro paure, pillole o percorsi velocizzati, pur di non guardare dentro di sé. 


Mettere in ordine significa, in realtà, disordinare. Significa rivedere ciò che si dava per sicuro, compresi certi sentimenti assoluti, certi stupori. Mettere in ordine presuppone varcare porte, affacciarsi senza paura anche nell’abisso del non senso e del banale. Significa, a volte, leggere in una notazione meteorologica quel che davvero rappresenta e cioè la mera esposizione di un dato di fatto e non una metafora o una poesia. Ci si sente un po’ più soli, all’inizio, riordinando; cioè disordinando per sistemare in un altro modo cose, affetti e persone. Poi si prende confidenza con il disordine e si volta la testa dove non avevamo guardato abbastanza. Niente fanfare o fuochi d’artificio: basta solo avere il cuore libero di disordinare per poterlo aprire.



sabato 9 agosto 2014

La sconfiguratrice



John William Waterhouse, Studies for a Mermaid, 1892
“Sei la migliore sconfiguratrice che abbia mai conosciuto”. Così, più o meno, mi è stato detto non molto tempo fa utilizzando un neologismo del quale forse, prima o poi, si sentirà la mancanza. E in effetti il termine descrive bene il mio rapporto con il mondo dell’elettronica, che è fatto di curiosità e apertura, ma anche, ahimè, di impulsività.
Se qualcosa non funziona o non va come voglio io comincio a cliccare compulsivamente e a intuito (un modo nobile di dire “a caso”) finché la cosa non si sistema oppure l’oggetto non si sconfigura parzialmente e a volte anche del tutto.

Giulio Aristide Sartorio, Sirena, 1893 (part.)
Mi piacciono i neologismi e ne ho sempre inventati, fin da piccola.
Sono neologismi consapevoli e questo li differenzia da quelli prodotti dai bambini, che in genere li inventano applicando rigidamente alcune regole morfosintattiche e producendo i tipici buffi termini che ci fanno sorridere. I neologismi inconsapevoli del bambino sono frutto di intelligenza, ma non hanno niente di creativo. 

Le sirene di Florence Harrison
Ne producono molti anche le persone affette da schizofrenia e così i soggetti autistici. In questo caso, forse, sono l’esito di  un sorta di scissione tra i due aspetti che caratterizzano la parola: il suo essere portatrice di un significato e il suo essere una forma sonora, un significante. L’aspetto sonoro viene separato dal suo significato e diventa prosodia pura che veicola emozioni, ma non concetti o pensieri.
John William Waterhouse, Sirena, 1900 circa

Anche per il neonato è così: le parole che gli giungono sono puri suoni che comunicano approvazione o disapprovazione, calore o freddezza. In questo senso si può dire che nasciamo prima alla musica, poi alla parola. O, almeno, a me fa piacere pensarlo.

Max Klinger, Sirena, 1895
Creare neologismi o apprezzarli è un’attività di confine. In questo caso si tratta del confine, inafferrabile e fluttuante, che divide la condizione infantile e quella adulta o la normalità dalla follia.
A me, però, piace proprio abitare confini così; pensare, cioè, che per quanto due territori siano distanti, è sempre possibile stabilire una relazione, ibridarsi di diversi linguaggi e perciò provare a intessere dialoghi ritenuti impossibili. Sono adulta da tempo, ma non ho mai smesso di giocare, soprattutto con le parole. 

Charles Edouard Boutibonne, Sirene giocano nel mare, 1883