domenica 5 gennaio 2014

Voglio essere come Alice


Arthur Rackham, You’re nothing but a pack of cards
(Alice in Wonderland), 1907.
Certe volte mi dico che bisogna guardarsi dalle persone troppo suscettibili. In genere sono poco indulgenti, con gli altri. Quando mi accade mi riprometto anche di guardarmi dalle persone che danno per scontata la parola gentile e l'affetto. In genere non sono disponibili a guardarsi dentro. Mi chiedo se non bisognerebbe trattarle male, le persone così, ma male davvero; e voltare loro le spalle. Forse le aiuteremmo, in questo modo. Lo confesso, sì, ogni tanto, sia pure raramente, mi dico cose del genere, ma poi me ne scordo. Trovo troppo faticoso guardarsi dagli altri. Preferisco regalare una fiducia che potrebbe rivelarsi immeritata invece di stare immobile, nel carro armato della sicurezza, con il periscopio psichico girevole a 360 gradi. 

"Lebanon" di Samuel Maoz, 2009


Credo di averlo deciso da piccola. Di essere ingenua, intendo, cioè non furba, non diffidente. Che non significa non intelligente, non c’è bisogno di ricordarlo. Significa, invece, che l’intelligenza si mette al servizio dei sentimenti e non cerca di dominarli, ma di aiutarli a trovare un senso. Certo, così facendo ci si può trovare al centro dei calcoli altrui, o vittime della loro superficialità.

"Lebanon" di Samuel Maoz, 2009
Ma rinchiudersi in un carro armato, prevenire, allontanandosi, ogni possibile delusione o perdita, cosa ci darebbe se non vivere in una condizione di perenne angustia claustrofobica? Meglio alimentare la propria curiosità, spalancare gli occhi sul mondo con fiducia, imparare l'arte di essere disponibili a rischiare. Arte che a volte - perché bisogna esserne consapevoli - si paga con un senso di solitudine che può sembrare senza rimedio.

Matthew Woodson, And Suddenly I Miss Everyone

E in certi momenti sembra quasi di muoversi secondo un copione logoro, già recitato, del quale si conoscono a memoria parole, sospiri e corrucciar di sopracciglia o piegarsi di labbra nella smorfia della delusione. Mi viene in mente Alice. Mi viene in mente perché le figure di paura, in "Alice nel paese delle meraviglie", sono carte da gioco e la Regina di cuori è la più terribile rappresentazione del male.


Arthur Rackham, La Regina delle carte,
(Alice in Wonderland), 1907.

La trovo una bellissima metafora di quanto sto scrivendo. Infatti le carte da gioco sono bidimensionali, cioè fatte solo di superficie senza un dentro, puri involucri che non contengono niente, né affetti né persone. La fiducia, invece, si basa sul pensiero di avere un posto anche dentro le persone che dicono di volerci bene e alle quali siamo legati; un posto nel loro mondo interno. La più grande paura dei bambini, del resto, quando gli adulti di riferimento affettivo si separano da loro, è che in assenza non li pensino più, che si scordino della loro esistenza e, dunque, non tornino a riprenderli. 



Cosa resterà di tutto questo? Ci si chiede, a volte, riferendosi alle cose dette e a ciò che si era immaginato, ai sogni sognati e agli ideali nei quali avevamo creduto. Non so rispondere. Ma so che non potrei essere diversa. "Non imparerai mai". Mi diceva qualcuno, tanto tempo fa. Aveva ragione, ma va bene così. Io voglio essere come Alice, capace di diventare grande e ritornare bambina, di muovermi tra una dimensione e un'altra, di attraversare gli specchi senza sapere cosa troverò di là o di qua, ma continuare a stupirmi della vita. L'ho scelto tanto tempo fa e, tutto sommato, non me ne sono mai pentita davvero.


Arthur Rackhman, Alice, 1907


1 commento:

  1. Che poi se una persona scegliesse di essere diversa da quel che è sarebbe davvero felice? Me lo sono sempre chiesto. Voglio dire, l'essere fedeli a sè stessi regala quella dimesione di autenticità, che forse è una delle cose più importanti nella vita.
    Che poi, forse, sì, capita di sentirci soli, ma alle volte un fiume di sera, la sala di un cinema, una strada di notte, ci accolgono; e forse ci accolgono proprio perchè decidiamo di lottare per rimanere quel che siamo, nonostante tutto. Come se ci riconoscessero.
    E allora, credo, che questo riconoscimento può salvare dalla solitudine, quella che fa male, perchè ci rende soli non dagli altri ma da noi stessi.

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