sabato 16 novembre 2013

L'indifferenza


Soffri? Allora taglia tutti i fili! Crea distanza emotiva e fisica, guarda da dietro le tende delle finestre  senza farti vedere e imparerai l'indifferenza che preserva dal dolore della perdita e ti costruirai un guscio o alte mura impenetrabili per sentirti forte e protetto. 
Il mondo dalla tenda della finestra sul retro.
(Dalla mia casa precariamente attuale)
Riscuotono sempre più successo ideologie e teorie che predicano il distacco come corollario del benessere psichico. La mancanza di qualcosa ti fa stare male? Elimina il desiderio di quel qualcosa. 
J. A. Watteau, L'indifferente, 1716

Qualcuno a cui tieni è causa di inquietudini, insicurezza, conflitti rispetto ad altre sfere della tua esistenza? 
Elimina il desiderio di avere vicino quel qualcuno. Soffri per una difficoltà di comunicazione, per un’incomprensione e vorresti forse spiegarti meglio, farti capire o chiarire? No, non farlo. Caso mai stacca tutto, cellulare, campanello della porta, telefono fisso e cervello e dedicati a te stesso. 
Cosa significa, poi, dedicarsi a se stessi, in questa accezione? Sono lontana anni luce dall'indifferenza, e gli indifferenti non mi piacciono, mi generano una sorta di timore diffidente. Ho sempre pensato che la capacità di stare soli sia il presupposto per stare bene con gli altri, per non aggrapparsi disperatamente a qualsiasi persona, ma scegliere quelle adatte a noi. In questo caso, però, non si intende questo tipo di solitudine, pensosa e in fondo generosa, ma l’imparare a essere aridi e soli alla maniera infantile di un bambino bizzoso o di un anziano reso acido dalla vita e che non ha voluto attraversare le ferite, ma è vissuto per lo più fuggendo.
Agrigento - scattata nel 2009



Io so stare sola. Però mi piace anche stare con gli altri  e poi sono convinta che l’amore e l’amicizia, due tipi diversi di legame, siano ciò che rende bella la vita. A volte si soffre lasciandosi andare a questi sentimenti. Però vuoi mettere la libertà che ti regalano di continuare a giocare, di trovare consolazione, di farti scaldare da un abbraccio o di abbracciare il dolore e la gioia di un altro come fossero i tuoi? 
Agrigento - scattata nel 2009
Si può essere felici protetti da un cancello arrugginito, prigionieri di catene di paura e di abitudini?
Non riesco più a trovare l'autore e i
riferimenti di questa bellissima foto.

No, la libertà, come cantava Giorgio Gaber, non è star sopra un albero. E'  partecipare, avvicinarsi, coinvolgersi e rischiare almeno un po' le proprie sicurezze.
La libertà è abitare la terra, desiderare e amare senza farsi prigionieri della paura di soffrire.

11 commenti:

  1. L'indifferenza sfocia spesso nel cinismo, il sentimento dei vecchi inaciditi (non mi riferisco all'età anagrafica, bensì a quella dello spirito).

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  2. A lezione dico spesso, come battuta, che conosco diciottenni profondi e complessi e persone di ottanta anni superficiali e fatue. A volte la battuta si trasforma in un'altra, opposta, cioè nel fatto che conosco diciottenni che vivono senza energie e passione e persone di ottanta o novanta anni che hanno la vivacità che di solito si attribuisce agli anagraficamente giovani.

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  3. C'è un'attitudine del genere umano -al quale, evidentemente, io stesso appartengo- che consiste nel raccontare a se stessi bugie di ogni sorta, pur di sopravvivere -di immaginare che questo sia sopravvivenza-. Non voglio affermare esista una verità assoluta che riguardi noi e ciò che ci circonda. Ma, pensiamoci bene, è solo quella verità che risiede in noi stessi e che ha necessità di essere riconosciuta a salvarci. Perché riconoscerla è rivelare a noi stessi la ragione della nostra vita, comunque essa prosegua nel dipanarsi. Non abbiamo altro senso che nel testimoniare di noi e degli altri, sia nella sopportazione che nella gioia, sia nel dolore che in quel raro venticello che è lo stato di felicità.

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  4. Temo a volte si pensi, ragionevolmente, che io abbia "perso il filo". Confesso di aver voluto accostarmi alle riflessioni di Antonella al cui sentire, spesso, mi sento affine.

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  5. Anch'io a volte temo che si pensi che ho perso il filo. a lezione li avverto: guardate che oggi perderò il filo volutamente per fare due digressioni apparentemente fuori tema. Apparentemente. Per quanto riguarda la questione della verità penso che tu abbia ragione. Ci raccontiamo ciò che vogliamo credere di noi, che amiamo, che odiamo, che non amiamo più, che abbiamo perdonato, che siamo felici così o infelici cosà. E' sempre più faticoso essere se stessi. Mostrarsi fragili è il più grande atto di forza e di coraggio che io conosca ed è diventato molto raro, complici i modelli mediatici. Gli opinionisti che hanno sempre un'idea su tutto e mai un dubbio, un'inquietudine sono l'aspetto più diseducativo, anche per i più giovani...

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  6. Soffri? soffrirai moltodi più se non comunichi. Fino a morire! come succede molto spesso in chi é in galera o in un manicomio giudiziario che esiste ancora, o in un carcere dove non ha contatti con altre persone. Gli esseri umani vivono materialmente delle connessioni con altri diversi da loro. Guai inbtereompere i contatti. Si muore dentro e nella carne perché negli esseri umani il pensiero o meglio il cervello modella e conduce la carne. Se non connette nonpuò che finire come cervello e come vivente

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  7. Sono talmente d'accordo, Marcello, che avevo messo a corredo di queste parole foto di carcere, belle, in bianco e nero, che avevo usato diverso tempo fa per una conferenza. Non ritrovando più i riferimenti, l'autore, mi sembrava un po' come di rubarle e le ho sostituite. Una la rimetto, però...Fra 5 minuti.

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  8. L'ideale dell'uomo autarchico, sufficiente a se stesso e indifferente al mondo ha sempre suscitato su di me un grande fascino, soprattutto nei momenti in cui mi sentivo più sola e vulnerabile: non ho bisogno di nessuno, mi dicevo. I miei libri, le mie gatte: a loro poteva ben limitarsi tutto il mio mondo. E più mi illudevo beandomi della mia forza, della mia capacità di far a meno degli altri, più in realtà soffrivo. Senza l'apertura all'altro, senza il confronto, la condivisione, non c'è vera felicità. Non sono una roccia, non sono un'isola (http://www.youtube.com/watch?v=PKY-smJ6aBQ).

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  9. Mi hai fatto pensare ad Antonio Gramsci, e al suo discorso intorno all'indifferenza. Senza andare troppo nel politico, condivido quanto dici a proposito della paura del coinvolgimento. La vita si vorrebbe viverla in serenità, lontano dal dolore, e quando questo si affaccia, ci disturba, ci spaventa. Ma è attraverso il dolore che si cresce, no? E comunque sia, nessuno ha la sapienza divina, nessuno di noi può dire di aver vissuto la giusta vita. Siamo tutti come attori impegnati nelle prove di una rappresentazione che, probabilmente, non si reciterà mai.

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  10. A volte abbiamo bisogno di trasformare la nostra vita in una specie di romanzo, di dirci che c'è originalità in ogni esperienza o, almeno, in quelle importanti e naturalmente in quelle del presente. Il dolore può essere anche legato all'accorgerci che quell'originalità ce l'eravamo raccontata e che le cose che ci capitano, o ci ri-capitano, possono essere anche banali, insignificanti adattamenti di un copione scontato. Vorremmo, invece, essere sorpresi. Provare lo stupore. A volte succede, più spesso forse no, ma senza attraversare le delusioni non potremo mai sapere.

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