![]() |
Questa e le successive foto di bambini sono del grande Erwitt Elliott |
Quanti sono gli universi di silenzio? Di
silenzio di parole, intendo, oppure nei quali le parole sembrano devitalizzate,
usate come sono in modo bizzarro e idiosincratico e perciò inefficaci dal punto
di vista comunicativo.
E poi ci sono tutti gli animali di specie diversa
dalla nostra, che emettono suoni, ma non li articolano per formare parole e con
le parole frasi e con le farsi discorsi. Eppure noi comprendiamo le sfumature
di sentimenti, i desideri e i timori di cani, gatti e altri animali che vivono con noi, così come
possiamo comprendere il bambino piccolo nella sua culla che emette solo gorgoglii, ciangottii o vagiti.
Ci sono, ancora, le
persone anziane affette da patologie neurologiche degenerative e anche loro
perdono la capacità di parlare, in un impressionante viaggio in cui percorrono
a ritroso le tappe dell’apprendimento linguistico finché arrivano a balbettare
qualche sillaba e poi solo suoni isolati, talvolta prolungati in lamenti.
Ma oggi è la giornata mondiale dedicata alle persone che
soffrono di disturbi dello spettro autistico, molte delle quali non accedono
alla parola e sono mutaciche o la usano, ma in maniera del tutto
soggettiva e dunque inefficace.
Ci sono giornate dedicate a mille cose diverse e ne siamo
inflazionati. Però questa è un’occasione particolare per sensibilizzare contro
gli stereotipi e i luoghi comuni, dovuti a incolpevole ignoranza, su una
patologia che si articola in diverse tipologie differenti per storia
individuale e per prognosi ed è importante cercare di parlarne.
Lo faccio con un
pensiero soltanto: nel mentre è giusto mettere in atto percorsi di cura,
occorre anche chiedersi come fare a comunicare quando le parole risultano
inefficaci o secondarie. Quando di esse viene raccolto prevalentemente il significante,
cioè le caratteristiche formali e la musicalità e se suonano cacofoniche o
eufoniche, ma non il significato a cui sono convenzionalmente legate.
Credo che si debba partire
dall’idea che nella relazione con chi non ha o non ha ancora parole, sia
importante prestargli le proprie. Non nel senso paternalistico che li renderebbe
ancor più dipendenti da chi le possiede, ma proprio come farebbe un traduttore
che deve trasporre una poesia - non un saggio, non un romanzo - da una lingua a un’altra.
E’ necessario essere
capaci di ascolto attivo per decifrare un codice tanto più complesso delle
stringhe di suoni del nostro linguaggio e spogliarci della sicurezza
abitudinaria che ci generano i nostri alfabeti verbali. E’ importante,
soprattutto, non attribuire all’altro ciò che riguarda noi soltanto. Se non
riusciamo a comprendere il suo linguaggio e se lui non sa o non sa ancora usare
il nostro, non significa che dentro di sé non alberghi sentimenti, emozioni,
affetti di ogni genere; sta a noi cercare di decifrarli per restituirne anche a lui il significato.
Nessun commento:
Posta un commento
Scrivere in un blog è come chiudere un messaggio in una bottiglia e affidarla alle onde. Per questo i commenti sono importanti. Sono il segno che qualcuno quel messaggio lo ha raccolto. Grazie in anticipo per chi avrà voglia di scrivere qui, anche solo e semplicemente per esprimere la propria sintonia emotiva.