Tortellina, Tordela,
Tortella, Turtelen, Turdelen: in tutte queste varianti mi chiamava il mio nonno paterno, per
tenerezza e basta. Non so se in Lunigiana, da cui proveniva, erano nomignoli
usati in generale per riferirsi ai bambini. Mia nonna, anche lei delle stesse
origini, mi chiamava “La fanta” o “La fanten”, penso come derivato da
“enfant”, cioè dalla lingua di uno dei tanti dominatori di quella terra.
Spepa, a volte allungato in Spepola: dato
dai miei zii paterni, più giovani di mio padre, in riferimento al pepe, cioè
alla vivacità, al fatto che ero sempre in movimento e che ero impertinente con
le parole. Me l’aveva affibbiato mio zio Romano, che era un inventore per
eccellenza di soprannomi e ce ne aveva per tutti; ma lo usava anche l’altro, Giancarlo, e hanno smesso di chiamarmi così solo quando sono
diventata ragazza.
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Una pianta del pepe con peperoncini rossi. (Foto non mia, ma trovata in rete). |
Perry Mason: coniato
da alcuni compagni delle elementari con cui discutevo spesso a intendere che
volevo sempre avere ragione io.
Nandina, Kennendina:
usati in riferimento a me nel paese dove sono cresciuta, Montecatini Val di
Cecina. Un po’ alla russa, Nandina derivava da Nando e Kennedina da Kennedy,
che erano i due appellativi con cui ci si riferiva ufficialmente a mio padre. Il nomignolo Nandino era un addolcimento del più severo nome "Arnaldo" e il
soprannome, Kennedy, dipendeva da una sua vaga somiglianza, pettinatura compresa, a John. Nel paese quasi nessuno veniva chiamato
per nome e spesso i soprannomi venivano ereditati, magari con il diminutivo,
dai figli, o estesi alla moglie e al marito, cambiando il genere. A me era
andata bene perché molti soprannomi di paese erano crudeli, si riferivano a
difetti fisici, a malattie, ma anche a qualche motivo di bruttezza nel corpo o
nel carattere.
Non di rado i soprannomi con cui i malcapitati venivano chiamati alla luce del sole, anche rivolgendosi direttamente a loro, consistevano nella
qualità opposta al difetto che li contrassegnava. Così – sto inventando, per
non offendere nessuno – una persona particolarmente grassa poteva avere
soprannomi tipo “lo smilzo” o “il sottile” e una acida e scontrosa poteva
essere chiamata, che so, “il gioviale” o “il bendisposto”, mentre una bassa poteva
diventare “il watusso” e così via.
Li ricordo tutti quei soprannomi e ricordo
anche lo stupore degli amici di città, ai quali spesso sembravano cattivi fino
al sadismo. In realtà era invece un modo che faceva sentire le persone
accettate per quello che erano, cioè umanamente imperfette e magari, chissà, sarà pure servito a qualcuno da stimolo per cambiare un po’.
Occhialuta, Quattr'occhi: usato all'epoca delle elementari nei
litigi fra bambini per ferirmi. Ho messo gli occhiali a
quattro anni, in quanto ipermetrope, a differenza dei miopi che li mettevano all’età delle
medie. Ero praticamente l’unica bambina con gli occhiali. Quei due epiteti mi facevano stare male e a volte
mi nascondevo da qualche parte a piangere. Era l’unico modo in cui nei conflitti fra bambini
riuscivano a mettermi a tacere. In un paese così piccolo vivevamo molto tempo
fuori, in strada e per i campi, liberi. Le auto erano rare e si
sentivano arrivare da lontano, tanto era il silenzio generale. Più che altro passavano apini, dunque mezzi che andavano più pianissimo che piano e non c'era pericolo. Gestivamo i conflitti lontano dalle finestre da cui gli adulti
avrebbero potuto vederci e a volte ce le davamo di santa ragione, ma più spesso
ci offendevamo anche nel modo più atroce. Poi facevamo pace, acquietati.
A volte mi facevo fotografare senza occhiali, per il motivo spiegato qui, con il risultato di avere uno sguardo un po' perso... |
E’
stata una buona palestra di vita, per me, che ho imparato a difendermi da sola
e a non avere paura a esprimermi e anche a non coltivare il rancore. Credo che ancora oggi quei litigi consumati
al riparo di orecchie e occhi adulti mi siano di aiuto nelle difficoltà e mi
ritengo fortunata per essere cresciuta così, senza troppa protezione, imparando
a rischiare e a gestire anche la condizione di una contro tutti, se capita.
Piccinina: dato dai
compagni di prima media. Ero un anno avanti e in più nata a fine luglio, perciò
ero più bassa degli altri. Non sono stata mandata un anno avanti per scelta
spontanea dei miei, ma semplicemente perché si sono accorti che sapevo già
leggere, avendo imparato da sola, e hanno temuto che mi sarei annoiata in prima
e avrei creato problemi. Tanto più che sarei dovuta andare in classe con mia
madre dato che al mio piccolo paese c’erano solo cinque maestre. Invece,
così, andando direttamente in seconda dopo un piccolo esame, ho avuto un’altra
maestra e il diritto, come tutti i bambini, a vivere una situazione non
direttamente controllata dai genitori.
Jiang Qing o Chang Ching che per chi non lo sapesse
era l’ultima moglie di Mao. Il soprannome è stato utilizzato per un certo tempo in ambito politico, quando ero studentessa, in riferimento alla mia abitudine giovanile di dire sempre
quello che pensavo, a singoli e a gruppi, anche in situazioni ostili e anche
quando non sarebbe stato opportuno.
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Eccola in versione occidentalizzata, con la pelle rosa, come usava nei dipinti allora |
C’era anche un doppio significato
perché spesso mi muovevo con tre amici fissi e quindi formavamo una specie di “banda
dei quattro”, come quella cui apparteneva Jiang Oing (pronunciata, più o meno,
Ciang Cing che non so neanche se è corretta). Non è durato tantissimo, anche per la brutta fine del personaggio.
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Eccola con Mao |
Mafalda: sono stata
chiamata così per tutto il tempo dell’università e ancora dopo, per qualche anno. L’origine era il personaggio
di Quino, al quale somigliavo molto per
il carattere e il tipo di battute tra l’impertinente e l’idealista, ma anche per i capelli ribelli
che quasi sempre tagliavo da sola combinando dei disastri.
E’ un soprannome che
mi è stato caro, usato dagli amici dell’epoca e c’è stato anche chi ha creduto
che fosse il mio nome vero!
I nomi hanno un
potere. Gli altri ci chiamano e definiscono e sta a noi decidere se rispondere
o no e quali nomi amare tra tutti quanti. Nel mio elenco i più cari sono, in
ordine di apparizione, il primo e l’ultimo: Tortellina e Mafalda.