lunedì 23 dicembre 2013

Still Life. Ovvero: prendersi cura.



Antigone: "(...) Logica idiota, penserai. Chissà. Forse è l'accusa di idiozia, idiota" (Sofocle, Antigone).

Un bambino si prende cura volentieri di un piccolo animale di casa; o anche di una bambola; o di un pupazzetto di peluche e più è rovinato, sdrucito, macchiato e più ci tiene e lo ama.
Nikolai K. Boderevski, Bambina con il gatto, 1905
Lui così piccolo e dotato di nessun potere decisionale si identifica con quell’altro essere, vivo per davvero o per gioco, che di potere ne ha ancora meno. 
Un po’ allo stesso modo accade al protagonista del film che ho visto ieri sera.
John May, il protagonista del film, mentre lavora al suo tavolo di ufficio

Un uomo schivo e abitudinario fino all’inverosimile si occupa, per lavoro, di rintracciare i parenti delle persone che muoiono sole, prima che vengano cremate. Ma lui va molto oltre il proprio dovere e organizza loro persino il funerale; del quale è l'unico partecipante e per il quale scrive il sermone al pastore corredandolo di tutti i dettagli della vita del defunto che deduce dalla sua casa. E noi veniamo accompagnati a entrare proprio nelle case di quelle persone, così sole che più sole non si può, e a guardarci attorno con i suoi stessi occhi, provando la sua stessa tenerezza. Ci sono i panni sul termosifone, appesi ad asciugare; o la fila dei collant, nel bagno. Poche foto, qualche lettera, le stoviglie di pranzi e cene frugali - sempre le stesse pietanze - e il tavolo piccolo, nella cucina, che per uno basta e avanza. A volte un gatto o un cane guardano con occhi grandi e smarriti un minuscolo universo che si frantuma con la perdita del proprio punto di riferimento umano. 
A sera il protagonista torna a casa, solo, in una cucina sguarnita e troppo linda, non dissimile da quelle che ha visitato durante il giorno; e dopo la cena sistema le foto trovate in quelle case in una serie di album personali, di un colore azzurro intenso, e le riguarda, donando a tutti quei non più esistenti una fugace forma di vita.

Creonte è seduto sul trono e Antigone è la seconda da destra
A fare da deuteragonista a questa specie di Antigone in pantaloni c’è un personaggio così squallido che certo non possiamo in alcun modo paragonarlo a Creonte. Esibisce la razionalità della logica del cinismo becero, cioè del che ne sanno, in fondo, i morti. Non vedono, non sentono.  

La mia vita è molto diversa da quella del protagonista del film e così la mia personalità rispetto alla sua. Però capisco bene la sua tenerezza perché assomiglia a un sentimento che anche a me, spesso, capita di provare. Alcuni si stupiscono che una persona come me, portata, salvo alcuni momenti particolari, più al riso e al gioco che alla tristezza, sia appassionata di cimiteri e desideri, a volte, visitarli, come complemento essenziale della conoscenza di una città. Penso, infatti, che si possa capire molto di più della filosofia di vita di una comunità osservando proprio la città rovesciata in cui si consumano le separazioni definitive. E se voglio bene a qualcuno finisco, a volte, per visitare i luoghi nei quali è custodita la memoria delle sue perdite, per essergli anche così più vicina. Di questo mio interesse, che non ha niente di morboso o di funereo e che è legato, al contrario, al mio attaccamento per la vita e per i suoi doni,   ho scritto altre volte e così, invece di ripetermi e annoiare me stessa, faccio riferimento a una nota meno recente sull’argomento. Per leggerla basta cliccare qui.

Prendersi cura di qualcuno, anticamente, significava preoccuparsi per lui, consolarlo ed essergli vicino senza alcun riferimento all’utilità razionale di tale sollecitudine. La cura, anche in ambito medico, non era correlata solo alla guarigione, che poteva o meno realizzarsi, ma aveva valore di per sé. Oggi la nostra idea di “utile” non è più legata alla ricerca della felicità condivisa, come è sempre stato proprio, invece, delle dottrine filosofiche comprese nel termine “utilitarismo”, ma si è ristretta ad un mero uso letterale, e per questo meschino, del termine.

sabato 21 dicembre 2013

Parole e sentimenti.


Gustav Klimt,
Nuda Veritas, 1899

Suscitò un grande scandalo, un anno prima della fine del XIX secolo, la rappresentazione  di Klimt della filosofia. 


Era un corpo nudo di donna di una naturalità struggente, con i peli  pubici esposti in primo piano, frontalmente e senza veli e per giunta di colore rosso come i capelli. 

Tutti potevano facilmente riconoscere, in quella figura simbolica, le fattezze e soprattutto la chioma fluente della sua compagna.



Spesso, nella dimensione intermedia tra la veglia e il sonno, mi piace fantasticare sulle parole e sulla loro possibile origine e storia. Mi capita anche, a volte, di correre un po' con la fantasia inventandomi un percorso etimologico interessante, affascinante e magari anche credibile, per poi  verificare che invece non ha alcuna validità.



Federico Zandomeneghi, A letto, 1878

Parole. Cerchiamo di afferrale, di coglierne la verità e le ripensiamo a lungo quando ci arrivano foriere di dolore oppure  ci aprono al sorriso e alla gioia. A volte rileggiamo più volte una frase di per sé banale, un sms simile a tanti altri, per capire ciò che le parole lasciano solo indovinare, ciò che nascondono o ciò che forse promettono.

Agnes Goodsir, Ragazza che legge una lettera, 1915
Una delle caratteristiche del gergo psicotico e della prosodia cantilenante o dell'ecolalia che lo contraddistinguono si origina dalla distruzione del legame tra parola come suono e parola come significato. Le parole vengono smontate e rimontate secondo un’altra logica: misteriosa, magica, inquietante e inafferrabile. 
Anche quando siamo piccoli giochiamo con le parole considerandole solo come catene di suoni. Ne scegliamo una e la ripetiamo a lungo finché perde di senso e allora ci sentiamo disorientati, quasi non ci fossero più cornici condivise di spazio e di tempo. Quando veniamo al mondo, del resto, le parole sono solo sussurro e carezza; sono la nenia dolce e un po' venata di malinconia che ci accompagna nel perdere consapevolezza e attraversare la notte. 
Per tutta la vita ci serviamo di parole per consolarci della perdita o per colmare la sospensione dell'attesa.

L'alba dalla finestra di casa
Parole. Le usiamo, spesso, per nascondere verità semplici che potremmo capire prima e meglio ascoltando i segnali della natura e del nostro stesso corpo. Le usiamo anche, altre volte, come un ponte gettato a coprire la distanza, ma solo prima dell’abbraccio al quale ci abbandoniamo con gli occhi chiusi e che ci permette di percepire l’odore dell’altro, la sua verità.

Colazione da Tiffany di Blake Edwards, 1961

martedì 10 dicembre 2013

L'algoritmo per riconoscere l'anima gemella?

Si afferma in un articolo de Il Mattino  che qualcuno avrebbe scoperto un algoritmo per riconoscere la nostra anima gemella.
E' una ridicola pretesa quella di trovare algoritmi per tutto ed è grottesca la ricerca ossessiva e impossibile di sicurezza assoluta, che in questo caso si traduce in una specie di vaccino contro i rischi di sofferenza sentimentale; ma a parte questo, io farei un'altra considerazione. 
Vedo proliferare un po' ovunque, corredata da relativi percorsi di verifica, test e sondaggi, quest'idea dell'anima gemella che trovo deleteria. Deleteria perché è bello innamorarsi di anime differenti da noi e magari semplicemente abbastanza affini nella sensibilità; perché è bello scambiare idee con chi, poniamo, ha studiato cose diverse dalle nostre, ma ama, magari, molti film o dipinti che amiamo anche noi. Perché è importante, soprattutto, anche incuriosirsi per il contrasto nella sintonia e non averne paura e così farsi sorprendere e stupire scoprendo la sintonia nel contrasto. A volte, poi, è necessario anche un po' di litigio per andare avanti su basi profonde di comprensione, e non la ricerca di melliflue e superficiali recite a soggetto. 

Camille Claudel, La valse, 1890

Non esiste il rapporto perfetto e inseguirlo è una delle caratteristiche principali del narcisismo malato. E porta infelicità, moltissima; e fallimenti a catena nelle relazioni.
E molto meglio incontrarsi di notte e di nascosto (parlo per metafora) e senza che nessuno ci faccia il test di gemellarità; ed è importante che ci sia qualche ostacolo a separarci, cioè a misurare la forza della nostra passione; e serve anche qualche incomprensione, strada facendo, per capire, poi, che valeva la pena di attraversarla. 

Ambrogio Antonio Alciati, Il convegno, 1918
Leggendo l'articolo io riesco a pensare solo che si ha sempre più paura dei sentimenti e delle passioni. Ma se è così come si fa a praticare ancora l'arte della gioia?

domenica 8 dicembre 2013

Amore & denaro.


Verona è una città che conosco e che ho visitato diverse volte, negli anni.



Dunque, trovandomi lì per lavoro, qualche giorno fa, ed avendo il fine mattinata e tutto un pomeriggio libero, mi sono posta il problema di cosa fare una volta visitata la mostra dedicata al paesaggio e a Monet.



Alla fine ho deciso di andare a zonzo a casaccio e come sempre succede in questi casi ho finito per guardarmi attorno con occhi diversi e più liberi, senza l’assillo del balcone di Giulietta o di qualche altro sito di interesse storico e antropologico da visitare.




Sono passata, certo, da tutti quei luoghi e anche da sotto il fatidico balcone, ma cercando di carpire le loro vibrazioni più riposte, le ombre celate all’occhio del turista e i conflitti irrisolti dei quali le pietre, in ogni città, serbano in qualche modo una traccia. Mi sono messa a osservare i negozi e le persone, i loro volti, le espressioni nel passeggiare, il passo e le posture. Ho allertato l’olfatto e ho annusato le strade, i profumi dei cibi e quelli del verde e il loro armonizzarsi o stridere con i colori dei palazzi. Ho pensato che quella città, al di là della sua innegabile bellezza, incarnasse antropologicamente un enorme ossimoro.



Questa sensazione era incoraggiata anche dall'atmosfera di allegria forzata che connota spesso il periodo prenatalizio, nel quale più che attesa si respirano consumo e desiderio di appropriazione, ormai in ogni città. Questa - mi dicevo - è la città simbolo dell’amore; e mentre lo pensavo mi sembrava invece che vi si respirasse, in qualche modo, la grande importanza attribuita al denaro e che molte persone fossero come avvolte nella nebbia fredda di un benessere un po’ ostentato, tra la fatuità ridondante delle statuette dei due amanti perseguitati e la perdita di autenticità di una piazza delle erbe nelle quale ormai si trova di tutto, meno che le erbe, appunto, o qualcosa che faccia parte del loro ambito semantico.



Me la ricordavo molto diversa quella piazza, e in effetti mi sono resa conto, attraversandola, che forse è passato diverso tempo dall’ultima volta che ci sono stata.



Qui l’amore è tradotto ovunque in stigmate fatte di cuori e di nomi intrecciati. E' scritto sui muri e persino su caucciù appiccicati dove altrimenti non è possibile scrivere ...




e anche sulle foglie del giardino di Giulietta ...


ed è poi metaforizzato attraverso mille lucchetti colorati appesi un po’ ovunque.



La statua del poeta dialettale, amico di Trilussa, nome d’arte Berto Barbarani, lo ritrae, assorto nei propri ineffabili pensieri, proprio davanti a una banca



e lui sembra cerchi di ignorarne la presenza o, almeno, così mi piace pensare.


Non ho incontrato un cane bastardino che fosse uno. Solo cani di razza, tutti agghindati; e quelli femmina, a volte, con la gualdrappina leopardata, simili nel vestire alle proprie firmatissime padrone. Mi è venuto incontro un signore, a un certo punto, e mi ha teso la mano. Era vestito più o meno nello stile dei miei colleghi di Pisa, dunque ho pensato che si trattasse di un collega di lì che non riconoscevo e cercando di ricordare almeno il nome ho teso la mano anch’io. Proprio in quell’attimo, però, mi sono accorta che la mano tesa non era per salutare, ma per chiedere l’elemosina. E stata l’unica traccia di un’altra umanità in tutto il pomeriggio e mi sono chiesta come quell’umanità invisibile si nascondesse, perché dove c’è molta ricchezza c’è sempre anche molta povertà.






Mi sono seduta a un bar, con i tavolini all’aperto riscaldati, ripensando tra me e me all’errore di poco prima; sono arrivati i passerotti e gli altri uccellini, avventori abituali anch’essi: e mi parevano grassi, grassissimi…



Ho pensato che persino gli uccellini, nel centro storico, erano benestanti e che facevano venire voglia di metterli a dieta, invece di dare loro le bricioline…




Poi, con l'imbrunire, immagini e pensieri si sono fatti un po' malinconici e mi sono detta che certo, sì, l'indomani avrei dovuto passeggiare di nuovo tra quelle strade per fare pace con la città. 



venerdì 6 dicembre 2013

Come un albero antico di radici profonde e di passioni generose


Domenica 1 dicembre 2013, Laion
Come tanti, da quando ieri sera si è saputo che è morto, pensavo a Nelson Mandela.
Pensavo anche, poco fa, nello stesso flusso di idee ed emozioni, che aridità e superficialità vanno a braccetto. E tutte e due si legano alla paura di perdere il controllo, al desiderio di un mondo incasellato, ordinato, fatto di sequenze che si ripetono con poche variabili e meglio ancora se non ce n’è nessuna. Può succedere a chiunque di diventare così, ripetitivi e controllanti:  è un possibile risultato della paura di soffrire o di amarezze passate. Quando capita ci si fa prigionieri di calendari programmati in ogni singolo minuto, senza mai una sorpresa vera, perché anche le sorprese devono essere previste. Cambiamo, superficialmente, gli interlocutori che frequentiamo e i luoghi che visitiamo o gli elementi di bellezza dei quali godiamo, ma alla fine persone e città si equivalgono tutte così come i piaceri. Alla tale ora questo, alla tale altra quello e il pranzo cosà e la cena colà. E sempre un sorriso stampigliato sul volto che è la recita amara della sicurezza; perché infatti, per quella certa piega verso il basso che assumono le labbra, su un solo lato e quasi impercettibile, è anche la riprova del prezzo al quale la acquisiamo: la prigionia, sia pure inconsapevole. Pensavo, poco fa, che ci sono prigionieri incatenati realmente fra quattro mura anguste, come lo fu lui per così tanti anni che si prova sgomento a contarli, capaci di gettare uno sguardo lungo e sognante lontano e oltre le sbarre; e pensavo che sono in qualche modo più liberi di molti di noi perché non si sono sottomessi alla paura, ma hanno scelto.

Poi pensavo, sempre poco fa, in un apparente salto logico, al grande albero secolare, proclamato monumento della natura, che ho fotografato domenica scorsa, in una valle ladina.
Domenica 1 dicembre 2013, Laion
Pensavo a persone tenaci come quell’albero, dal cuore grande e antico e aperte all’abbraccio e all’imprevisto del visitatore sconosciuto. E così intrecciavo nella mente l’immagine dell’albero a quella di Nelson Mandela. Lui, come quell’albero, aveva radici nella terra e profondità di sentimenti e di passioni, ma anche rami/braccia aperte verso il cielo, i sogni, la libertà e le persone da amare.
Domenica 1 dicembre 2013, Laion
Non si è mai davvero prigionieri se si ha un cuore antico e profondo, ma dischiuso al mondo e capace di rischiare generosamente la propria sicurezza per una passione più grande della polverosa, banale, tranquillità quotidiana.
Domenica 1 dicembre 2013, Laion