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martedì 23 gennaio 2018

Rovesciare il mondo



Respiriamo paura, egoismo e rancore, come possiamo trovare la forza di restituire al mondo qualcosa di diverso? Forse è questa la domanda non usuale che dovremmo porci, perché la ritengo, legittimamente, una domanda politica.


Da 5 giorni sono di nuovo ingessata essendo inciampata  in una buca non illuminata. Probabilmente dipende da questa attuale forzata immobilità, ma mi sento ancor più sconsolata per il clima elettorale. Demagogia e promesse velleitarie, slogan facili e caccia al voto anziché al confronto e al consenso sulle idee, ma anche, nella società civile, pregiudizi, guerre tra poveri, un martellante e continuo “dagli all’untore”, generalizzazioni arbitrarie quando si tratta di altre categorie di persone e via e via.



Ho paura dei venti reazionari che s’insinuano ovunque, anche dove meno lo immaginiamo, cioè dentro ognuno di noi.

Mi piacerebbe davvero rovesciare il mondo.


domenica 14 settembre 2014

Le nuvole nere e il grano della vita


Vincent Van Gogh, Campo di grano con volo di corvi, 1890
Come il volo di corvi neri su un campo di grano.  Stamani: vedere di nuovo quella camicia arancione, il mio colore preferito, e la testa un po’ china da un lato di un uomo che aspetta di morire, i suoi occhi come fessure puntate verso l’orrore. Ronzio alle orecchie, nausea, cuore che batte forte, immagini rapide di tutta una vita e il tentativo vano di abbracciarle un'ultima volta, in un attimo dilatato dalla paura. E accanto l’uomo nero, come quello che minacciavano in altri tempi ai bambini, che lo tiene in pugno. Ronzio anche alle sue orecchie, cuore che batte forte, eccitazione e paura insieme, ma poi, quando la voce si alza nel proclama, il vuoto dell'anestesia emozionale. Uno è inginocchiato accanto al padrone della sua vita, l’altro, rigido e anestetizzato, è in piedi, avvolto nelle sue parole di onnipotenza come in un mantello più nero di quello che gli copre il volto e il corpo. Misera umanità, la nostra. 

V. van Gogh Autoritratto con orecchio bendato e pipa, Arles, 1889
Quest’anno dedicherò il mio corso all’intersezione tra storia individuale e storia collettiva rispetto al conflitto, all’aggressività e alla rabbia. Le violenze collettive sono legate a guerre, genocidi, massacri e torture, a conflitti politici, territoriali, culturali e religiosi; ma anche, in maniera più subdola o meno visibile, all’organizzazione del lavoro e delle relazioni sociali. Riguardano in primo luogo le vittime e gli autori, certo; però riguardano anche i testimoni, compresi quelli a distanza. Come noi, stamani. La nostra domenica di sole è ferita da quell’immagine - l'uomo arancione e l'uomo nero - che non riesco a cacciare dalla mente. 


Nel filmato: il (bellissimo) sogno di Van Gogh, di Kurosawa.

martedì 25 marzo 2014

Io, me e la politica


Emmeline Pankhurst 
La riflessione nasce da un pretesto di per sé piccolo fino all’insignificanza, ma si allarga al senso del mio distacco attuale dalla politica così come è diventata. Ecco il pretesto piccolo. Qualche giorno fa ho letto sulla bacheca di facebook di una persona che stimo una notizia che so non essere del tutto vera; cioè  non essere così come viene presentata. E' una notizia trasfigurata fino a stravolgerne la natura e il senso, con dettagli assolutamente di fantasia e con forzature create attraverso giochi verbali. Si sa: basta cambiare o togliere una preposizione, omettere una virgola, sostituire un segno qualsiasi di punteggiatura e il senso di una frase può rovesciarsi completamente.



Chi ha condiviso la notizia l’ha fatto in buona fede, per fiducia, direi, nei confronti di altri che l’hanno fatta girare prima. L’avrei sottoscritta anch’io, probabilmente, magari l'avrei anche commentata aggiungendo a quella altrui la mia indignazione, come ha fatto un mio caro amico, se per puro caso non fossi stata a conoscenza dei fatti. Volevo commentarla a mia volta per ristabilire la verità, ma non l’ho fatto. In seconda istanza volevo scrivere o telefonare a chi l’aveva postata e a chi l'aveva commentata, ma non ho fatto neanche questo. Perché?



Perché sono scoraggiata e non credo più alla politica fatta di scambi verbali, che non richieda una presa di coscienza profonda di quanto tutti siamo stati inquinati da tanti anni di berlusconismo dell’anima. Guardo indietro e mi rivedo giovane studentessa e poi ancora, dopo, a lottare per qualcosa che i più non comprendevano. Mi rivedo, come se quella fosse un'altra me, attraversare le strade di questa città in corteo e in mezzo agli sguardi distanti dei passanti.



Non contenta delle molte manifestazioni locali andavo anche fuori: a Roma, a Milano, a Bologna e a Trento e in tante altre città, sempre in corteo, sempre con la mia povera speranza di cambiamento incompresa. Con gli anni ho cominciato ad accorgermi che alcuni meccanismi della politica che giudicavo meschini erano in parte trasversali a destra e sinistra. Per esempio la pratica della doppia verità: una per la gran parte delle persone, coinvolte solo per emotività  o per fede, e una per un gruppo più ristretto di dirigenti e intellettuali (che a volte coincidevano). Questa doppia verità la ritrovavo leggendo le cronache all’indietro, a prima che potessi averne testimonianza diretta. Quando, per esempio, c’era stato l’attentato a Togliatti e subito era accorsa vicino a lui la sua compagna, Nilde Iotti, si cantava nella ballata composta a uso popolare che quella donna era invece la moglie legittima e la si citava con tanto di nome: Rita Montagnana.



La coppia Togliatti-Iotti era legittimata a livello di dirigenza e funzionava come qualsiasi coppia anche se non c'era stato matrimonio, con inviti ricambiati eccetera, ma al popolo si raccontava qualcosa di diverso. Proprio così come si deve fare, canta il coro del Rigoletto, coi fanciulli e coi dementi.



Provo sempre dispiacere per le bugie montate ad arte, per la non verifica delle notizie attraverso la lettura diretta di fonti e documenti. Il dispiacere si fa più grande se tali notizie riguardano più o meno direttamente la sfera politica, se la  montatura serve per autopropaganda, pensando che il fine giustifichi i mezzi, e se è opera di qualche esponente politico che si situa nell’area che cerchiamo di chiamare “sinistra” e nella quale, più o meno, ancora mi riconosco. Siamo tornati a prima di Galileo, almeno in politica.




Siamo tornati al fare leva con spregiudicatezza e insopportabile calcolo del consenso sulle corde più sensibili e delicate delle persone per accattivarsi la loro fiducia dal punto di vista emotivo. Mi guardo ancora all'indietro, come se fossi un'altra me, mentre pago il prezzo della bocciatura politica al liceo, per quelle mie lotte, o mentre rimando un esame perché c'è un'emergenza politica alla quale fare fronte. Mi guardo rinunciare a certi percorsi per ideologia esasperata, per rifiuto estremo, legato all'età giovanile, di ogni compromesso, per incapacità, ancora abbastanza resistente, di mentire. Se tornassi indietro lo rifarei? Me lo chiedo spesso e non riesco a non rispondere che sì, lo rifarei. Oggi, quando mi attivo per qualcosa in cui credo, pago un prezzo diverso e cioè il forte sentimento di solitudine che a volte mi attanaglia lo stomaco. Poi passa, per fortuna. E ricomincio ad avere anche un po' di fiducia nella parola, che, forse, può servire anche a capirsi. 
Tina Modotti - Una delle tante inascoltate

Quando mi prende male ripenso qualche donna coraggiosa di cui conosco la storia e leggo qualcosa che la riguarda. Come questa poesia di Pablo Neruda a Tina Modotti, morta in circostanze oscure, sola, nella notte, nel freddo abitacolo di un taxi. 

TINA MODOTTI E' MORTA di Pablo Neruda

Tina Modotti, sorella, tu non dormi, no, non dormi:
forse il tuo cuore sente crescere la rosa
di ieri, l'ultima rosa di ieri, la nuova rosa.
Riposa dolcemente, sorella.

La nuova rosa è tua, la nuova terra è tua:
ti sei messa una nuova veste di semente profonda
e il tuo soave silenzio si colma di radici.
Non dormirai invano, sorella.

Puro è il tuo dolce nome, pura la tua fragile vita:
di ape, ombra, fuoco, neve, silenzio, spuma,
d'acciaio, linea, polline, si è fatta la tua ferrea,
la tua delicata struttura.

Lo sciacallo sul gioiello del tuo corpo addormentato
ancora protende la penna e l'anima insanguinata
come se tu potessi, sorella, risollevarti
e sorridere sopra il fango.

Nella mia patria ti porto perché non ti tocchino,
nella mia patria di neve perché alla tua purezza
non arrivi l'assassino, né lo sciacallo, né il venduto:
laggiù starai tranquilla.

Non odi un passo, un passo pieno di passi, qualcosa
di grande dalla steppa, dal Don, dalle terre del freddo?
Non odi un passo fermo di soldato nella neve?
Sorella, sono i tuoi passi.

Verranno un giorno sulla tua piccola tomba
prima che le rose di ieri si disperdano,
verranno a vedere quelli d'una volta, domani,
là dove sta bruciando il tuo silenzio.

Un mondo marcia verso il luogo dove tu andavi, sorella.
Avanzano ogni giorni i canti della tua bocca
nella bocca del popolo glorioso che tu amavi.
Valoroso era il tuo cuore.

Nelle vecchie cucine della tua patria, nelle strade
polverose, qualcosa si mormora e passa,
qualcosa torna alla fiamma del tuo adorato popolo,
qualcosa si desta e canta.

Sono i tuoi, sorella: quelli che oggi pronunciano il tuo nome,
quelli che da tutte le parti, dall'acqua, dalla terra,
col tuo nome altri nomi tacciamo e diciamo.
Perché non muore il fuoco.

lunedì 17 febbraio 2014

Shakespeare la sapeva lunga

La dodicesima notte
“Eh, amate troppo e solo voi stesso, Malvolio e assaggiate tutto con il disgusto. Chi è generoso e liberale e senza pesi sulla coscienza prende per sassolini di fionda quelle che a voi sembrano palle di cannone.” (Shakespeare, La dodicesima notte). Olivia rimprovera a Malvolio di non cogliere le possibili occasioni di felicità a causa del narcisismo dal quale è affetto e che lo rende incapace di vedere al di là del proprio egocentrico punto di vista.


Shakespeare la sapeva lunga. La figura del narcisista, infatti, ha finito per rappresentare il modello di comportamento dominante.


Sono ormai troppi quelli che sembrano perennemente agìti dalla smania di sentirsi riconosciuti. Molti cercano la conferma di sé anche indirettamente, attraverso una sorta di insidiosa identificazione con qualcuno che ritengono si faccia valere più di loro; qualcuno, magari, che urla, si arrabbia, si pone come un censore, un castigatutti e un vendicatore, ma soprattutto un depositario di verità tanto semplici quanto assolute. Oh... finalmente! Concetti ridotti ai minimi termini, banali come l'egoismo, ma che suonano naturali, liberatori... Largo ai giovani, ai ricchi, ai furbi, a chi sa fare a gomitate. Ecco. Questo è l'esempio e basta seguirlo per uscire dalla penosa sensazione di essere degli eterni perdenti. 


La dodicesima notte
Cambia il nome, l'aspetto, qualche abitudine, ma il personaggio che funge da modello da una ventina di anni a questa parte è sempre lo stesso.
Il gioco delle relazioni tra gli esseri umani ha così assunto i colori del narcisismo e li ha stesi su tutto: sui luoghi delle decisioni importanti, ma anche nelle nostre case e persino, a volte, nelle nostre camere da letto.

La dodicesima notte - versione manga
Da qualche anno, perciò, penso spesso con raccapriccio che sia in atto una vera e propria mutazione di carattere psichico e relazionale. Il modello di personalità oggi dominante mi pare legato a un narcisismo malato che si esprime nel bisogno insaziabile di gratificazioni, attenzioni e riconoscimenti  e nell’abitudine di porre se stessi al centro del mondo.

Il drammatico Narciso di Caravaggio - 1597-1599
Si diventa, così, ipersensibili alle critiche e portati a interpretare in base all’idea paranoica del complotto ogni piccola distanza o grande differenza di opinione e di modo di essere. 
La convinzione del “tutto mi è dovuto”, che caratterizza il narcisista, può portare alcuni ad assurgere a posizioni di potere; alla maggior parte delle persone, però, impedisce semplicemente di godere delle cose belle e buone del mondo e di coltivare relazioni autentiche e affetti disinteressati. 


Il narcisista è disperatamente dipendente dalla conferma altrui e nello stesso tempo considera giusto trattare gli altri come mezzi per raggiungere i propri obiettivi. Il paradosso della sua condizione è dunque quello di un destino di solitudine senza speranza. 



Anche quando diventa un personaggio di potere il narcisista, a ben guardare, è dipendente dagli altri che devono ammirarlo, servirlo, lasciarsi usare da lui. E i suoi sudditi colorano di identificazione e dipendenza, a loro volta, il proprio narcisismo, vivendo di luce riflessa. 


John William Waterhouse, Eco e Narciso, 1903
A volte penso che è come se fossimo regrediti a cornici antropologiche di tipo monarchico. La figura che si ripresenta alla mente è quella di un uomo solo, con propensioni populistiche, capacità comunicative e determinazione, di fronte all'enorme massa dei vocianti scontenti; cioè di quelli che sostituiscono la pancia alla capacità critica e la paura alla generosità. Lui, quasi come un attore, strizza l'occhio ai suoi spettatori passivi e stupefatti e ammiccando li gratifica con una battuta o una barzelletta, li fa sentire importanti e poi ancora li solletica nei loro abissi emozionali di egoismo che vengono presentati  come la vera,  naturale e immodificabile essenza di tutti gli esseri umani.
Un vincente con il quale identificarci è ciò che ci vuole per ingannare la paura e tacitare l'inquietudine, il dubbio e la domanda. Alla fine, però, in un mondo sempre più abitato da Narcisi, non ci saranno né vinti né vincitori, ma solo la distruzione progressiva di ogni forma soddisfacente di relazionalità.  
  
Il fiore che nacque, secondo il mito, dal sangue di Narciso. 
E' sbagliato  pensare che se non si è narcisisti in cerca di sudditi e nemmeno sudditi dipendenti da un leader narcisista la mutazione antropologica che mi sembra di intravedere non ci riguardi. Essa è così profonda e devastante che inquina tutti. Ci propone, infatti, idee talmente grandiose anche dei rapporti e dell'amore che non siamo più capaci nemmeno di vivere i legami reali nell'intreccio di luci e ombre che li definisce, ma sprechiamo la vita rincorrendo modelli ideali irraggiungibili. 

lunedì 10 febbraio 2014

L'abisso della disumanità


Anna emigra con la sua famiglia dalla Sicilia in Uruguay a quasi due anni di età. Giovane studentessa viene imprigionata e torturata all’epoca nella quale l’America Latina è segnata da dittature feroci e dalle loro mostruosità.
Prigionieri politici nel grande stadio di Santiago del Cile  - 1973
I suoi ricordi si interrompono a questo punto e ricominciano con la sua liberazione. Un campo, il temporale, la libertà. Ma la paura e l’angoscia le restano cucite addosso come un vestito stretto e bruciano le sue carni come il peplo avvelenato di Medea. In un romanzo autobiografico racconta le tracce di quella sua lunga, nera esperienza dell’abisso. Le ha riscattate, attraverso gli anni, dall’oblio dell’indicibile, consapevole che ricordare avrebbe rappresentato il primo passo per riprendersi quello che le era stato atrocemente strappato: la sua giovinezza, la fiducia nell’umanità, i sogni.
Le madri di Plaza de Mayo in una manifestazione del 1982.

L’ho conosciuta alcuni anni fa, a Firenze, dove allora lavoravo. Anna è una donna intelligente e forte. E’ piccolina, graziosa e gentile. Si fa ancora più fatica, nel vederla così esile, a pensarla fragile e indifesa in balia dei propri aguzzini. Il romanzo nel quale racconta l'abisso della disumanità è un testo delicato e intenso che libera un urlo lacerante, non di vendetta, ma di desiderio di giustizia. Anna continua a lottare per il suo sogno di un mondo migliore e perché la cultura della morte e della distruttività venga sconfitta da quella della vita, della creatività e dell’autoeducazione. Insieme abbiamo condiviso, per un anno, un piccolo progetto che aveva questi colori e da quel percorso è nato un legame di stima reciproca e di affetto.

Nuvole minacciose a Tirrenia - 2010

Del libro di Anna ho parlato in una delle lezioni del mio corso di due anni fa, incentrato sulla tematica del conflitto. Avevo infatti in programma anche due testi sulle violenze collettive e sul loro uso politico in condizioni di guerra, all’interno di regimi totalitari o in relazione ad atti terroristici. La tortura, fisica o psicologica, è un correlato essenziale di tali violenze e ha un effetto devastante sulle persone e sulle comunità che deve essere conosciuto per comprendere le dinamiche di costruzione del dominio e prevenirne i guasti individuali e collettivi. Perché esiste un intreccio tra il trauma personale, consumato nelle dinamiche intime, e quello sociale o politico,  vissuto come membri di una comunità. Per questo non basta sconfiggere un leader o un dittatore, ma bisogna lavorare sui danni che ha generato e primo tra tutti la rottura della sicurezza di esistenza e del valore della condivisione solidale e della lealtà, perché l'aspetto centrale di ogni dittatura è quello della creazione di un clima di sospetto e sfiducia generato anche alimentando le paure individuali più profonde. 
Qui un'intervista di due giorni fa ad Anna Milazzo insieme a Vera Vigevani, delle madri di Plaza de Mayo.

Papaveri - Primavera 2013
(E' così bello e colorato il mondo e sembra impossibile
che esistano uomini capaci di tanto orrore)