Framura, Giugno 2016 |
Dopo i papaveri i
miei fiori preferiti sono le ginestre. In entrambi i casi si tratta di fiori
che nascono spontanei e crescono senza bisogno di particolari cure da parte
dell’uomo. Sono anche i fiori della mia infanzia, delle estati felici all’aria
aperta in un piccolo paesino in cui l’idea di giardino com’è propria delle
città non esisteva o quasi. C’erano pochi giardini privati e il verde e i fiori
erano di tutti. Di ginestre ce n'erano tante, ovunque. La ginestra nasce nei luoghi più impervi o aridi, adattandosi
ad alture diverse, dal piano fino ai 2000 metri dell’Etna. Resistendo lei
stessa a tutto aiuta a resistere e viene usata, infatti, per arginare le frane
e crolli dei terreni. Perde persino le foglie, quando fiorisce, eppure è
luminosa come il sole, brilla come l’oro nell’azzurro del cielo di luglio e di
agosto e spande tutt’attorno a sé un profumo intenso e avvolgente. La ginestra
è tosta, resiste alle intemperie, al vento e all’arsura. E’ testarda e adattiva
insieme, rude e dolce.
Mi capita da sempre di
osservarla a lungo, assorta. E amo fotografarla. Cerco forse di ispirarmi alla
sua forza per trovare la mia. La forza, cioè, di resistere alla voglia di
riporre sogni e desideri per accordarsi alla piatta bonaccia del porto sicuro, all’abitudine
pigra del pensiero che porta alla rassegnazione, alla morte delle speranze, al
lasciarsi gestire da un presunto destino che invece siamo noi stessi, in gran
parte, a determinare.
Ci si abitua a tutto.
Ogni tanto c’è una strage, si contano i morti. La responsabilità, però, si
perde, al di là di chi ne rivendica quella materiale. Siamo tutti coinvolti, perché
tutti rassegnati a non poter cambiare niente.
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Attraverso il finestrino di un treno in corsa, Giugno 2016 |
Quando frequentavo il
liceo, con i primi rudimenti di greco, mi divertivo a cercare le origini
arcaiche delle parole. Non mi attardavo sull’irregolarità dei verbi e relativo
studio, che comprende, purtroppo, la gran parte dell’attività scolastica
attorno all’apprendimento di quella lingua e cultura, ma mi servivo senza sensi
di colpa del proibito e famigerato Pechenino (vedi qui) che tutti noi tenevamo nascosto
tra i libri e sotto il banco quando c’erano i compiti; e del resto, perché mai
avrebbero scelto quel piccolo, ridicolo formato, se non perché fosse usato così,
proibito e venduto, di generazione in generazione? Invece mi spingevo da sola
ad approfondire le etimologie, spesso senza trovare riscontro scientifico a
quelle che erano solo intuizioni del tutto soggettive di ragazzina. Così,
giocando con le parole, mi ero messa in testa che “ginestra” avesse a che fare
con il femminile, che fosse connesso al termine gynè, donna.
Liguria, Giugno 2016"...Tuoi cespi solitari intorno spargi, Odorata ginestra,..." |
Non ho trovato
riscontri scientifici della derivazione etimologica della ginestra dall’ambito
del femminile. Eppure continuo a ritenerla plausibile per qualche oscura
caparbietà. Siamo spesso noi donne, alcune di noi, a resistere di più alle
intemperie, a curare ostinatamente e in maniera efficace i legami e gli
affetti, a cercare di preservarli dall’aridità del contesto sociale e di mantenerli
luminosi e odorosi. A volte ci spingiamo a sognare troppo, allontanandoci dai confini della realtà. Altre volte siamo costrette ad arrenderci, ma poi ci rialziamo,
forse senza foglie, ma di nuovo cercando di tornare luminose di fiori per andare incontro a una nuova
estate. Non mi piace generalizzare e cercherò di non farlo, di enucleare nella
mente i tanti uomini resistenti e adattivi che conosco e immaginare, com'è sicuro che sia, che molti altri ne esistano. A
me spesso sembra ancora, però, come quando ero ragazzina, che la ginestra non possa
che essere un fiore-donna.
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