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Interno d'estate, 1909 |
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Ponte di Manhattan, 1925-1926 |
Avevo già visto in altri anni e luoghi alcune sue opere e l’impressione è sempre stata che mentre su carta il vuoto e l’uniforme dei suoi paesaggi di sfondo appare come vuoto e uniforme, il semplice dei suoi interni appare semplice, il minimalismo delle sue composizioni appare minimalista, dal vero è tutta un’altra cosa e il semplice sembra complesso, il vuoto si popola di vibrazioni, il minimale si fa sovraccarico di evocazioni e fantasmi.
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Secondo piano al sole, 1960 |
L’emozione intensa che sprigiona da quelle tele e dalla luce che emanano è che ci sembra di sapere tutto dei personaggi grazie all'assenza. Essi vengono generalmente rappresentati soli o, in alternativa, come giustapposti gli uni accanto agli atri, senza nessi espliciti, come nel caso di Sera blu.
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Sera blu, 1914 |
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Virginia Woolf |
Il fiume scorreva sotto il suo cottage, nel quale lo psichiatra l’aveva sollecitata a vivere sostenendo che tutto ciò che pareva darle quiete e servirle da cura – la scrittura, la vita di città, le frequentazioni sociali, i passatempi culturali – sarebbe stato, invece, assai nocivo per la sua salute mentale.
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Vento della sera, 1921 |
Nel romanzo Jacob Flanders non entra in scena e nessuno narra di lui; noi lettori possiamo evocarlo indirettamente, attraverso la sua camera, gli oggetti deposti su un tavolo, le tende che ondeggiano per un refolo di vento, i rumori che vengono da fuori e da dentro. L’aggettivo “cinematografico”, così usato e abusato per la pittura di Edward Hopper, è stato sempre altrettanto evocato per descrivere questo romanzo strano.
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La casa di Helen Hayes, 1939 |
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Due pescherecci, 1923-1924 |
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Scale del 48 di rue de Lille, Parigi, 1906 |
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Gas, 1940 (Alla mostra non c'era questo, ma lo Studio per benzinai, a carboncino e gessetto bianco). |
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Interno a New York, 1921 circa |
Sembra, insomma, che come nell’universo autistico persone e cose abbiano scambiato i propri ruoli di oggetti inanimati o animati.
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Il faro a Two Lights, 1927 |
Se delle persone dipinte immaginiamo il subito prima e il subito dopo rispetto a ciò che è rappresentato, la contemplazione di figure isolate sollecita illazioni su chi ha appena abbandonato la scena o su chi è atteso e la popolerà presto della sua presenza. No, non penso alla solitudine di quelle figure, mentre le guardo rappresentate in questo o quel dipinto, ma all’impossibilità di definirne la fitta ragnatela di relazioni, al rischio di impermanenza dei legami, al loro poter essere effimeri, minati dall’ombra della perdita che talvolta sembra stendersi, come un dolente mantello, sulla nostra felicità del qui e ora.
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La bottega del vino, 1909 |
Le persone dipinte sembrano cristallizzate
come nel castello incantato del sortilegio che aveva fatto addormentare la
bella principessa e con lei tutti quanti. Le cose sono invece rappresentate
come inquietanti testimoni inafferrabili della vita, quasi vive esse stesse di una forma di esistenza più certa e duratura.
Il XX secolo, del resto, segna la fine delle sicurezze, a partire da quella
della conoscenza e del controllo di se stessi, messa in forse per sempre dalla nascita della psicoanalisi con la quale non si afferma solo una nuova visione del mondo, ma la morte della certezza
identitaria. Non esiste più un narratore e il punto di vista da cui si osservano cose e umani
è strano, volante, effimero, non si sa a chi appartenga.
Si può vedere un dentro
dal fuori o un fuori da postazioni inconsuete, dall’alto, come da una nuvola, o dall’acqua, dalle sue profondità, o da infinitamente lontano, come se la realtà rappresentata fosse solo la
sua ombra proiettata su uno schermo gigante. C’è stasi e c’è movimento in quei
quadri; e le strade sinuose scompaiono per una ripida e immaginata
discesa o per una curva improvvisa.
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Mattino in South Carolina, 1955 |
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La balconata, 1928 |
La più significativa sorpresa della mostra,
per me, sono state le opere a carboncino o a punta secca. Quella davanti alla
quale mi sono fermata più a lungo e che
più di tutto ciò che ho visto mi ha emozionata è molto piccola. E’ del 1921 e
si intitola “Ombre nella notte”.
Un uomo si muove, attaccato alla propria ombra proiettata dietro di sé e sta per attraversare un’altra ombra: quella lunga di un albero che taglia la strada e la casa. Qualcuno guarda, impotente, dall’alto e da lontano e non si sa niente, chi sia o dove vada e chi stia per incontrare, se sorrida o se abbia il volto segnato da una smorfia di tristezza o gli occhi dilatati dalla paura; non si sa nemmeno se sia veloce o lento, nel suo passo, quel piccolo uomo sconosciuto. Sembra che anche il misterioso voyeur si sposti seguendo in qualche magico modo, sospeso tra cielo e terra, i passi dell’uomo di cui nulla si può sapere su una strada che sembra anch’essa mobile e insidiosa e che forse scivola sotto i piedi in direzione opposta alla loro, verso il gorgo del passato che sembra, a volte, togliere senso al futuro.
Termino (quasi) con l'autoritratto, quello che apre l'esposizione e nel quale Hopper si mostra con le spalle e il busto nella postura di quando si sta per andare via, e si saluta, con lo sguardo in tralice.
Ma aggiungo anche lo scherzosa intrusione personale in un quadro con la quale, dopo l'ultima stanza, molti chiudono sorridendo la loro visita.
Un uomo si muove, attaccato alla propria ombra proiettata dietro di sé e sta per attraversare un’altra ombra: quella lunga di un albero che taglia la strada e la casa. Qualcuno guarda, impotente, dall’alto e da lontano e non si sa niente, chi sia o dove vada e chi stia per incontrare, se sorrida o se abbia il volto segnato da una smorfia di tristezza o gli occhi dilatati dalla paura; non si sa nemmeno se sia veloce o lento, nel suo passo, quel piccolo uomo sconosciuto. Sembra che anche il misterioso voyeur si sposti seguendo in qualche magico modo, sospeso tra cielo e terra, i passi dell’uomo di cui nulla si può sapere su una strada che sembra anch’essa mobile e insidiosa e che forse scivola sotto i piedi in direzione opposta alla loro, verso il gorgo del passato che sembra, a volte, togliere senso al futuro.
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Autoritratto, 1902-1906 |
Ma aggiungo anche lo scherzosa intrusione personale in un quadro con la quale, dopo l'ultima stanza, molti chiudono sorridendo la loro visita.
è sempre un piacere leggerti! Grazie
RispondiEliminaho letto più di una volta il post, è bellissimo come riesci a sentire e descrivere un artista e le sue opere, il tuo modo di avvicinarti, di sentire e di interpretare secondo una tua visione profonda, conoscitiva , non priva di emotività e sensibilità.Mia figlia ed amiche desiderano recarsi a vedere questa mostra, perciò, come faccio sempre, le ho ho consigliate di leggere il tuo post, per comprendere meglio ed imparare con uno spirito di osservazione ad ampio spettro e da diverse angolazioni, l'osservazione di una mostra. Esultanti mi hanno detto: Hai visto la professoressa nell'ultimo dipinto!- eh si, è entrata nell'opera stessa, ecco il punto, entrare nella racconto, nel pensiero, nell'immaginario di una scena rappresentata e sicuramente vissuta dall'artista stesso. In fondo diventa una trasposizione delle proprie sensazioni ,riposte in una tela attraverso i colori e le figure.
RispondiEliminaGrazie Alessandra! Mi fa molto piacere essere letta da delle giovanissime; vuol dire che non sono noiosa o predicatoria e questo è un riscontro importante per chi scrive in un blog.
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