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Questa è di Elliott Erwitt, ma le successive foto sono tutte del grande Robert Doisneau, di cui ricorre proprio oggi l'anniversario della nascita |
Magari si metterebbe a urlare e sfarfallare le mani saltando eccitato, oppure sfuggirebbe alla sorveglianza, si metterebbe a correre, ci sarebbe da inseguirlo... La motivazione più nobile, invece, è che aggrappandosi alle abitudini e alla ripetizione dei ritmi quotidiani per trovarvi sicurezza, un ragazzo autistico entrerebbe in crisi di fronte alla novità e all'inaspettato, in un ambiente sconosciuto e magari rumoroso e troppo pieno di stimoli e potrebbe stressarsi ricavandone più danno che guadagno anche in termini di felicità.
Io non sono d'accordo neanche con la motivazione nobile, anche se penso che caso per caso, gita per gita, si debba valutare il pro e il contro. Su questo aspetto, però, dovrei argomentare con più parole di quante siano opportune per un post. Per lo stesso motivo non entro, qui, nel problema degli insegnanti, bistrattati e caricati di responsabilità pesanti, non ultimo proprio per le gite, senza un riconoscimento adeguato anche, ma non solo, di tipo economico.
Ritorno, allora, alla questione più semplice del pugno allo stomaco. Forse l'ho provato perché molto di quel che sono ora, la mia sensibilità, i miei interessi di studio, i miei sentimenti e il mio desiderio di rompere le barriere che dividono gli esseri umani, è legato anche all'essermi occupata di soggetti affetti da questa sindrome. Prima dell'attuale professione, infatti, ho lavorato in una struttura preposta alla diagnosi e alle indicazioni di cura delle patologie neuro-psichiatriche dell'età evolutiva.
Andavano e venivano, in day hospital o per soggiorni brevi, moltissimi bambini e ragazzi e diversi di loro erano affetti da una qualche forma di patologia dello spettro autistico. Di questi ultimi, in quasi 15 anni, ne ho conosciuti davvero tanti. Di alcuni rammento poco o niente; di altri, invece, riesco ancora a ricordare il volto, le consuetudini, le emozioni che ho provato nell'avvicinarli.
Il mio primo libro, nel 1996, riguardava proprio l'autismo. Era la rielaborazione della tesi di laurea, ma rispetto a quel lavoro accademico conteneva qualcosa in meno (avevo sfrondato il corredo di note, che sarebbe risultato pesante) e soprattutto qualcosa in più: alcuni ricordi delle interazioni vere, intessute di sentimenti contrastanti, con questi soggetti.
Contrastanti perché proviamo una sorta di fascino e di timore insieme di fronte alla sfida di una comunicazione così difficile, ma anche, se siamo disponibili all'introspezione, tenerezza e persino - so che può sembrare strano - una particolare empatia. La proviamo perché tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo sperimentato cosa significa non essere in grado di comunicare adeguatamente; e abbiamo allora attraversato il dolore di quel fraintendersi reciproco, in una relazione che ci tocca, che genera il sentimento di insensatezza delle parole e dei gesti codificati dei quali ci fidavamo e che all'improvviso ci appaiono inservibili.
Di fronte a un bambino o a un ragazzino autistico, che non sempre risponde al richiamo della voce, che non ricambia lo sguardo diretto, ma lo fugge, che sembra, magari, non desiderare di essere abbracciato, che non parla, anche se il suo apparato bucco-fonatorio è perfetto, che non gioca con gli altri bambini, ci si può sentire inadeguati, impotenti, smarriti.
La sua diversità può farci paura perché sembra togliere senso a ciò in cui di solito lo cerchiamo: le abitudini, le convenzioni, fai ciao con la manina, rispondi al signore, dì grazie, recita la poesia di Natale...Poi diventa grande e se prima gli bastava allontanarsi dagli altri bambini e cercare un angolo di stanza in cui rifugiarsi nelle proprie stereotipie, in quel dondolare del tronco avanti e indietro, come in un rituale di preghiera, in quello sfarfallare le mani, in quel passo sulle punte che assomiglia piuttosto a una corsa, crescendo si difende come può per allontanare chi troppo insistentemente lo sollecita, lo incalza, rompe il silenzio amico che lascia che si concentri su se stesso per orientarsi.
Rispondi, lo sai come ti chiami? Lo sai chi sono io? Mi riconosci? Perché non vuoi giocare con gli altri bambini? Ecco che si preme le mani alle orecchie, come a dire nel modo più concreto possibile che vuole essere lasciato in pace; ecco che emette dei mugolii, dei suoni inarticolati, gravi, che arrivano dalle viscere e poi urla perché proprio non vogliono capire che bisogna avvicinarsi piano, a lui, essere indiretti, non costrittivi, non avere ansia di una risposta che ha bisogno di tempi lenti per giungere...
La reazione più immediata, di fronte a lui, è spesso la fuga codarda perché, si sa, diventando grande e difendendosi come può da tutte quelle intrusioni può essere anche aggressivo, farsi male e fare male agli altri. Certo, può fare male ai bambini, a quelli venuti bene, a quelli che giocano felici e fanno amicizia e godono della reciproca complicità di fronte all'adulto e loro, innocenti, cosa c'entrano? Hanno pur diritto a non vedere le ombre e a vivere nel guscio protettivo di un mondo tutto rose e fiori e ci dispiace per lui, ma loro non ne hanno colpa, poverini!
Eppure esiste una strada per imparare a comunicare anche con bambini affetti da forme gravi di autismo, figuriamoci con quelli che hanno diagnosi meno severe perché un poco parlano, perché hanno momenti di disponibilità affettiva, perché mostrano isole buone di interesse, magari per linguaggi diversi da quello verbale. Per esempio per la musica.
Per un genitore è difficile, con un figlio così, andare al ristorante, passeggiare in mezzo alla gente dove gli altri esibiscono i loro prodotti perfetti e tutti gli occhi sono puntati su quel figlio che teme di non saper proteggere; ecco che così, spesso, finisce per rinunciare a una normale socialità.
Ho finito di leggere un libro che mi è stato regalato tempo fa e che avevo tralasciato forse perché sapevo che mi avrebbe catapultato in vecchie storie che mi riguardano e nella mia altra vita professionale prima di quella attuale. Racconta di una storia vera, di un viaggio non solo fisico, ma psichico, quello di un padre e di suo figlio autistico; si tratta di questo libro e c'è anche un video che lo racconta e che si apre in automatico (non è una pubblicità) cliccando il link. Il titolo ci riassume già tutto ed è "Se ti abbraccio non aver paura".
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La Harley-Davidson del viaggio |
Il termine "autistico" fa paura e non bisognerebbe lasciare mai solo chi si trova ad ascoltare parole come queste, che suonano come una sentenza durissima da accettare. Eppure quella leggerezza - parlo di nuovo della vicenda scolastica - se si è trattato di una disattenzione o di una dimenticanza, o quella colpa, se lasciarlo a casa e fargli trovare la classe vuota è stata una scelta, sono la risposta a questa paura che parla di noi e del nostro egoismo.
Perché, certo, ci sono i diritti dei bambini che non hanno problemi, e che caspita! E quelli dei loro genitori e insomma, cosa si pretende? Portarlo in gita e la responsabilità e tutto. Un pugno allo stomaco. Stiamo costruendo un nuovo mondo che si regge sull'egoismo soltanto; incapaci di vedere nell'altro un volto e un nome, ma solo un possibile ostacolo rispetto alla nostra tranquillità appagata.
Quelli che sciaguratamente invocano le telecamere in classe cosa dicono, ora, di fronte a queste tematiche? Non ci sono telecamere che possano salvarci da quello che stiamo costruendo: un mondo di egoisti competitivi che non sono capaci di donare niente. E non parlo di denaro, parlo del tempo o della felicità a tutto tondo legata a una condizione di privilegio come lo è quella della salute psicofisica.
Forse, l'esame di coscienza, dovremmo farcelo tutti, ognuno abituato sempre più a vedere solo il suo ragionevolissimo punto di vista: quello, spesso e volentieri, di una persona egoista.
molto bello il libro di Fulvio Ervas, fondatore della Casa delle Fate, dove si incontrano bimbi, ragazzi e famiglie per condividere, collaborare, creare nuove esperienze e luoghi dove rendere il più vivibile possibile la realtà dell'autismo. Mia cognata lavora in questo ambito, organizza il progetto nei vari ambiti scolastici e realtà. Lei stessa segue per cinque anni alla volta , direttamente un bimbo autistico per aiutarlo e trovare sempre nuovi sistemi al fine di rendere la sua vita il più serena possibile. Ho trascorso ore con lei ad osservare i filmini in cui studia, osserva, registra, trascrive metodi e progressi. Ama questi bimbi e mi racconta della grande difficoltà nello staccarsi dopo gli anni previsti didatticamente. Anche perchè i bimbi alla fine non hanno più paura di essere abbracciati da lei.
RispondiEliminaGrazie di questa testimonianza, Alessandra!
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RispondiEliminaQuesta vicenda ha fatto molto clamore, soprattutto perchè amplificate dalla voce dei social network.
Io (che non sono nessuno), tendo a non farmi influenzare più di tanto, perchè molto spesso la reltà si discosta totalmente da come viene raccontata.
Se le parole della dirigente scolastica ( e la sua figura) hanno un valore...beh, allora mi pare di capire che forse non era il caso di fare tanta cagnara.
Cito un breve riassunto dell'intervento della signora preside:
"Tutte le gite e i percorsi educativi sono stati presi in accordo con la famiglia- spiega la dirigente scolastica dell'istituto- per questo siamo rimasti molto sorpresi da quello che è accaduto."
Voglio precisare, niente da eccepire su quello che hai scritto: ti ho letto con viva curiosità e immenso piacere...e ciò che scrivi è per me molto interessante.
Un saluto
Ulisse
E' giusto ciò che scrivi e infatti non ho dato e non voglio dare un giudizio su quella scuola e suoi suoi insegnanti, dato che non conosco direttamente la situazione e che ci sono versioni contrastanti. Di quella vicenda e di quel tam tam, però, ho approfittato per parlare di qualcosa che invece conosco: l'autismo, gli stereotipi sociali, le paure e gli egoismi che non ci si vergogna neanche più di nascondere: anzi, spesso si teorizzano! Grazie del tuo commento e del tuo apprezzamento!
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