domenica 23 marzo 2014

Dietro la casa



Gli alberi davanti alla casa non hanno che poche, piccole gemme. Bisogna girare attorno e dietro, al riparo dal vento, per trovare quelli fioriti.



Proprio dietro la casa mio padre, dopo che era andato in pensione, aveva cominciato a coltivare per passione un paio di strisce di pomodori, i carciofi e i baccelli, le zucchine, un po’ di cipolle, un po’ di insalata, qualche zucca gialla che esteticamente faceva la sua bella figura. Tutto in quantità ridotta, perché la terra è poca. Lo faceva per la soddisfazione, come diceva lui.






Da diversi anni, ormai, non coltiva più niente. 
Mia madre, invece, pensava ai fiori. 
Nessuno di noi figli si è mai dedicato alla terra. Noi ci siamo sempre limitati a raccogliere e consumare quello che piantavano e curavano loro, senza mai avvertire un particolare interesse.



Ora, invece, scopro che mi sono cari certi piccoli angoli riparati nei quali crescono persino un po’ di funghi pinaioli, quando è il tempo, e a primavera le violette in mezzo all’edera e alle margherite. La forsizia gialla già tutta fiera e gli iris, che fioriranno più avanti, e il corbezzolo selvatico preso chissà dove, mi ricordano chi li aveva piantati.



Così la piccola panchina o lo spazio nel quale con la griglia gigante si preparavano la carne e le verdure per tante persone mi ricordano tutti quelli che nel tempo sono passati da qui e hanno riempito la casa di voci e di risate, godendo il piacere del buon cibo e del vino condivisi.



In certe occasioni tra nonni, zii, cugini e altri parenti eravamo tantissimi, anche trenta persone. Così, quando è smesso di piovere e prima di venire via, sono salita dietro, affondando nel fango acquitrinoso e scivoloso, e per curare la piccola vena di nostalgia che si stava sempre più impadronendo di me mi sono messa a fotografare i nuovi fiori.



La primavera, in fondo, ci piace perché ci ricorda che le esperienze importanti non si perdono mai, ma si ritrovano, prima o poi, magari nascoste sotto mutate vesti.






































venerdì 21 marzo 2014

Uffa! Che scatole!


Veramente non avevo scritto “scatole”, ma un altro termine. Poi, però, ho pensato che sarebbe sembrato un esibizionismo.
Mi riferisco a quanti manifestano la loro preoccupazione perché forse umanizzo i miei gatti.

Ulisse e l'indimenticabile Sibilla - 2012
Lo fanno senza conoscerli, senza essere entrati nemmeno una volta in casa mia, dunque per deduzione, per come parlo di loro. Ogni tanto ce n’è almeno uno, di questi ansiosi difensori dei miei gatti, che mi ammonisce, magari al bar mentre sto tranquillamente prendendo il mio caffè.  

Margot
Ma perché non lo chiedono a loro, ai miei gatti stessi, come stanno? Per capirlo, del resto, basta osservarli e tradurre i loro segni in comunicazione. I miei due gatti stanno benissimo e sembrano felici.

Margot, detta Margottina, 2014
Un gatto depresso, si sa, sta sempre a leccarsi, molto oltre il già consistente lasso di tempo dedicato da tutti gli altri felini all’igiene personale.

Margot e Ulisse, autunno 2013
Il gatto depresso mangia poco, è mogio, non gioca, non fa le fusa, perde il pelo o ce l’ha sempre meno lucido. Niente di tutto questo accade ai miei. Li umanizzo, sì, ma solo un pochino: li espongo alla musica, per esempio, e sussurro loro paroline dolci all’orecchio o li carezzo.

Margot , marzo 2014
Ma cosa c’è di male, in fondo, se anche loro fanno lo stesso con me? Sì, loro mi gattizzano, cioè mi considerano e mi trattano come un altro gatto, meno peloso, ma loro simile.

Sibilla, 2009
E a me, questo, fa anche piacere. Che bello, per esempio, lasciarsi andare alle fusa e al pigro filosofeggiare senza costrutto né obiettivi specifici proprio dei gatti!

Margot e Ulisse, primo sole 2014
Ecco: loro me lo insegnano, mi invitano a condividere questo stato di grazia tipico dei felini. Insomma, siamo pari: io li umanizzo un po’, loro mi gattizzano un po’. (Viva la differenza, il dialogo, l’ibridazione!)

martedì 18 marzo 2014

Buoni propositi


Tamara de Lempicka, Autoritratto, 1929
Ieri, appena alzata. Formulo due buoni propositi uno dei quali è il seguente: ricordarmi che la maggior parte delle persone ha una mentalità diversa dalla mia e dunque, in caso di contrasto, spiegare il mio punto di vista con pacatezza.
Poco dopo, per strada. Davanti a me c’è solo un’auto, mentre c’è una lunga fila in direzione opposta. Ecco che mentre già premo l’acceleratore per procedere quell’unica auto decide di fare benzina dall’altra parte della strada e mette la freccia rimanendo ferma. Perché? Perché c’è un’altra auto che potrebbe andare avanti di qualche metro lasciandole il passaggio, ma non lo fa. La ragazza alla guida di questa seconda auto mastica la sua gomma con amplissimi e veloci movimenti delle mascelle e il suo sguardo è vacuo in maniera preoccupante; non è affatto attraente e ha il cellulare incollato all’orecchio. Apro il finestrino e le chiedo se può andare un pochino avanti. Non capisce, mi fa il gesto con la mano del che cavolo vuoi e poi mi ribadisce a voce il consiglio di farmi i fatti miei; e aggiunge che la cosa non mi riguarda.

Tamara de Lempicka, Le due amiche, 1928

Con voce calma le rispondo qualcosa del tipo che nella vita ci sono concatenazioni a volte invisibili e un piccolo gesto può cambiare una serie di altri eventi e forse anche l’esistenza delle persone; a volte. Aggiungo che è anche importante capire se quel piccolo gesto è di natura positiva o negativa perché il bene e il male funzionano come un boomerang. 


Nel suo stupore sbigottito la ragazza dallo sguardo vacuo
 assomigliava un po' a Mary Pickford, una delle più grandi attrici del muto. Era stata migliorata dalla mia spiegazione pacata.
Giuro che ha smesso persino di masticare la gomma, ha spalancato gli occhioni e si è spostata. Il buon proposito ha funzionato! (Mi sono detta così, ma in seguito ho pensato che, forse, mi ha preso per una pazza e secondo il senso comune i pazzi è sempre meglio assecondarli...)

venerdì 14 marzo 2014

Donne rancorose


Non riesco a trovarlo, in casa, eppure sono sicurissima di averlo. Si tratta di “Un giorno all’anno” di Christa Wolf. Eccolo.  E' un diario che non è un diario, un’autobiografia che non è un’autobiografia; perché lei sceglie un giorno a caso del calendario, il 27 settembre, per essere precisa, e per quaranta anni lo descrive nei dettagli. 
Anch'io faccio qualcosa di simile, ma in maniera più disordinata e casuale, con il diario di facebook. A volte vado indietro, per quel che è possibile, cioè fino al 2009, nello stesso mese e nel giorno più vicino a quello dell'adesso. Come ho appena fatto.


Paul Klee, Anche il viso dal corpo, 1939
Nella data più vicina a quella di oggi di due anni fa ho trovato un’amara descrizione di donna. Forse la scriverei diversamente, ora; però la riflessione sarebbe la stessa: non sono o non sono sempre e solo gli uomini il nostro motivo di infelicità; siamo noi stesse a crearla e poi a seminarla  quando diventiamo rancorose e rassegnate a esserlo per sempre.

Paul Klee, Marionette
Mi basta leggere poche parole per ricordare esattamente dove ero: in quale città, in quale albergo e che ero da sola. Trovo davvero incredibile tanta memoria, data la banalità della situazione descritta...

Roma, marzo 2012
Ha la bocca piegata verso il basso in una smorfia di malcontento e si muove magra e dritta tra i tavoli della prima colazione.

Ci sono molti cibi diversi a disposizione e un grande assortimento di pane di vario tipo, ma lei cerca qualcosa che non c'è: vuole trovare il difetto, la mancanza, l'imperfezione, un motivo di rabbia e infelicità, insomma.


Paul Klee, Marionetta (dettaglio)

Così, con un guizzo di luce contenta nello sguardo, (guizzo più che rapido) chiede panini al burro. Non ci sono dice il cameriere e perché replica seccata lei ma è domenica dice lui e non capisco dice lei e via così per un po'. Il suo tavolo resta sguarnito e triste. C'è posata solo un po' di frutta anemica; la meno colorata, insomma; e poi un paio di prugne depresse, uno yogurt bianco e, naturalmente, magro. Basta. 


Paul Klee, Marionetta
Ecco che arriva anche lui: pancetta, calvizie incipiente e sorriso che si spegne sulla soglia non appena getta lo sguardo in direzione della figura rancorosa della compagna; e infatti lei lo aggredisce subito con la questione dei panini al burro. Appena lui è più vicino gli sibila piano il "ma che albergo è questo e come lo hai scelto" e le si legge in faccia la soddisfazione del "lo sapevo, io, che non ne fa una giusta". Le sue parole sono coltelli invisibili e affilatissimi, e sono affascinata da tanta maestria distruttiva, da tanta tecnica dell'infelicità.

Paul Klee, Marionette
Più tardi questa donna troppo magra mi torna in mente mentre mi lascio cullare con gli occhi chiusi e penso al delitto del gettare via la vita e i suoi doni. Domenica dal finestrino di un treno, nel sole di quasi primavera: verde, acqua, case, bambini, animali, profumi. E il cinema, più tardi, le parole intrecciate, le fusa dei miei gatti, la notte. Doni.

Paul Klee, Giardino a Saint-Germaine,
quartiere europeo di Tunisi, 1914