Gli occhiali per il 3D me li hanno forniti
prima di entrare in sala, ma io di solito ne porto anche un altro paio, che non
riesco a non indossare. Sono quelli della lettura emotiva e metaforica del film e dunque, stasera, di occhiali per vedere Gravity ne avevo tre.
Immagino già
le critiche che si possono fare a questo film; tutte plausibili, forse, ma a me
è piaciuto e anche parecchio. Mi ha fatto ripensare che esistono sentimenti di
ascesa e altri di discesa. Si vola, si sale leggeri, veloci, sopra e distanti
dalle cose per controllarle. Si precipita, si ritorna a contatto con la terra,
ma anche con il dolore, quello da cui origina il peso di vivere.
La leggerezza
può essere gioco oppure indice di superficialità e distanza emotiva. La gravità indica fatica, ma anche,
in fisica, una forza vitale. Ridere, diceva uno studioso nel cui pensiero mi
riconosco sempre con gioia, (Donald Winnicott) è mostrare di possedere aria in
esubero, mentre il singhiozzo palesa che ci sembra di non averne abbastanza. La leggerezza ci fa volare alti sopra alle cose: le controlliamo con un solo sguardo, ma non le viviamo e alla fine non decidiamo più niente. La gravità ci fa abitare in basso, ci fa coinvolgere correndo il rischio del non controllo, della perdita, della delusione e del dolore. Ma la gioia la respiriamo vivendo sulla terra, non volteggiando tra le nuvole o gli spazi siderali.
Bisognerebbe imparare ad abitare lievemente la gravità e seriamente il gioco e lo scherzo.
Questo ho pensato dopo il film, una volta fuori.
E ho pensato anche che bisogna sapere tenere strette a sé le persone alle quali vogliamo bene, ma imparare a lasciarle andare, quando è inevitabile, come dice a un certo punto del film uno dei due protagonisti all’altro. E poi ho pensato che qualche volta ci sentiamo proprio così: attaccati con fluttuanti cordoni ombelicali a qualcosa che ci sembra vitale e che all’improvviso può rivelarsi fonte di pericolo, se non di distruzione e di morte. Così come nella quiete del presente possono irrompere all’improvviso i detriti del passato e sconquassare tutto ciò che avevamo riscostruito e ci sembrava bello, nuovo e durevole. Capita di sentirsi soli nel silenzio e disperati; ma anche quando abbiamo perduto ogni significato, riusciamo quasi sempre, poi, a essere di nuovo felici di lasciare impronte sulla sabbia ascoltando il rumore della risacca.
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| J. W. Waterhouse - Ofelia (1889) |



