Visualizzazione post con etichetta Diego Quemada-Diez. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Diego Quemada-Diez. Mostra tutti i post

lunedì 18 novembre 2013

La gabbia dorata


Forse è il più bel film tra i molti che ho visto quest’anno. Vagoni e vagoni di treni merci, assiepati di clandestini latinoamericani dalla pelle bruciata dal sole, vecchia quando ancora sono giovani. Sono seduti o sdraiati sul tetto dei vagoni e si avvertono e si chinano giù quando ci sono rami di albero o ostacoli come fosse la cosa più naturale del mondo. Già privi di tutto vengono rapiti e depredati ancora, durante tutto il viaggio, da banditi senza scrupoli che tolgono loro quel poco che hanno, anche le scarpe, e portano via le donne destinandole a bordelli di infima categoria.
Quando si è gli ultimi degli ultimi si può diventare il bersaglio di predoni del deserto o di agenti di sicurezza e non percepire alcuna differenza, ma sapere soltanto di essere in balia di forze oscure e imprevedibili, crudeli fino all'impensabile; le stesse che però possono mostrare anche guizzi di magnanimità paternalistica. E'  quest'ultima possibilità ciò che pone le basi per la condizione materiale e psicologica di schiavitù. Perché il vero potere non è quello che determina chiare regole severe, ma l'arbitrarietà e variabilità continua delle regole, che genera disorientamento e terrore.
I binari si perdono nel nulla della lontananza, e scandiscono anche gli spostamenti a piedi verso la terra immaginata come bellissima: l'America, il Nord. Perché c'è sempre un Nord del proprio mondo che immaginiamo migliore e che desideriamo raggiungere. E i tre adolescenti, Juan, Sara e Chauk, ci fanno fermare il respiro perché tanto sono diversi da noi, tanto ci identifichiamo con loro.


Dal Guatemala agli Stati Uniti è un viaggio reale e simbolico quello che intraprendiamo e che ci lascia sgomenti pur senza farci scoprire niente di nuovo rispetto a quanto già conoscevamo. 
Ci sembra di vederli quei paesaggi, con gli occhi diurni ipnotizzati da una realtà tangibile e non da un’immagine illusoria su uno schermo. Sono  bellissimi e così in contrasto con gli ultimi degli ultimi che ne rappresentano il contrappunto umano, con la loro pelle sporca di polvere, di rifiuti di strade, di cloache a cielo aperto. I confini da varcare sono infiniti e si moltiplicano, quelli geografici intrecciandosi con quelli che separano la ricchezza dalla povertà e la prepotenza dalla fragilità. 



Mi sono sentita Sara, con il suo stesso  sorriso malinconico; Sara con il petto fasciato stretto per nascondere la propria femminilità; e poi ancora Sara, che all’inizio del film sacrifica i capelli neri per sembrare un maschio. Perché anch'io, come tante, alcune volte ho dovuto stringere i denti e mostrare un altro volto dal mio di donna, per difendermi. E per questo ho guardato con la stessa tenerezza con cui lo avrebbe guardato lei, Juan, geloso, aggressivo gradasso dal cuore tenero che impara a volere bene a quell’hermano, ultimo fra gli ultimi degli ultimi. Mi sono riconosciuta anche nel ragazzio indio, strano nella sua lingua sconosciuta, perché anche a me, come forse a quasi tutti, è capitato di parlare con parole intraducibili, inascoltata e sola e allora ho raccolto, proprio come lui, i segni della magia nello sguardo e ho cercato qualcuno che li riconoscesse. Guarda la terra e guarda oltre, Chauck e il suo sorriso è largo, inspiegabilmente saggio e generoso.
E' anche un film sul cambiamento, questo, e sulla scoperta della condivisone. Sull'essere compagni di viaggio...
E' un film sul mio sogno di sempre: trovare compagni di viaggio, non servi, non padroni. Compagni di viaggio con i quali condividere, alla pari, le diverse specie di amore che ci è dato di poter vivere: quello filiale, genitoriale, amicale o quello dell'abbraccio più intimo che sa andare al di là della caducità delle parole e si snoda nel silenzio dello sguardo ricambiato e delle carezze. Le scene più belle del film sono quelle del silenzio di parole e nelle quali parlano i paesaggi, i colori del mondo e suoi suoni, spesso attraverso la musica, bellissima, che le accompagna.