domenica 10 agosto 2014

Scalpiccii sotto i platani




Ci sono stata stata per la prima volta nel 2010, sempre ad Agosto e sempre nei giorni del ricordo dell’eccidio. C'era Moni Ovadia e mi piaceva il suo spettacolo, ma non parlava di Sant’Anna di Stazzema. Il legame si poteva trovare, certo; anzi, c’era proprio, ma non si raccontava niente di ciò che quelle pietre e quegli alberi avevano  visto.


Forse anche per questo successe che a metà rappresentazione ebbi un malessere acuto, un misto strano e inspiegabile di vertigini, nausea, sudore freddo, senso di svenimento. Senza rendermene conto mi ero distaccata dallo spettacolo, anche se mi piaceva, perché non riuscivo, seduta lì, a non pensare a quei morti, alle loro grida inascoltate, all’indifferenza di una natura così bella, delle montagne aspre e selvagge e del mare vagheggiato dall’alto e da lontano.



Lo spettacolo  di Elisabetta Salvatori che ho visto ieri sera, invece, riguarda proprio l’inenarrabile che in questa piccola piazza raccolta si è svolto il 12 agosto di settanta anni fa.


Lo scalpiccio sotto i platani del titolo è quello dei bambini di Sant’Anna che la sera prima della strage, come tutte le sere d’estate, avevano giocato fra i platani antichi, sotto gli occhi vigili degli adulti seduti sui muretti attorno; gli uomini  a parlare di politica o di raccolti, le donne a rammendare e scambiarsi confidenze di una quotidianità diversa: quella del latte e del pane da sfornare, delle fasce, delle pappe, del cibo da mettere in tavola, dei panni da lavare e dei sogni raccolti tra la trama e l’ordito delle tele da corredo. Le ricamavano per sé o per le loro figlie o nipoti e sarebbero state le lenzuola del futuro, tra le quali gli sposi si sarebbero sussurrate confidenze e avrebbero messo  al mondo altri bambini.





Chissà se lo sapevano, gli alberi e le vecchie pietre,  che non ci sarebbe stata un'altra sera d'estate, per quelle donne e per quei bambini; che nessuna coppia di sposi si sarebbe mai abbracciata tra quelle lenzuola; che nessuno avrebbe assaggiato quel pane appena messo a cuocere alle prime luci dell’alba. Sarebbero stati solo il silenzio e il vento tra le foglie a scandire le ore, il trascorrere delle stagioni, la danza del sole e della luna. 




Ma i luoghi mantengono memoria e hanno voci, sussurri, lacrime e sorrisi che dobbiamo imparare ad ascoltare e a mantenere in vita in qualche modo, come possiamo. Ieri sera l’abbiamo fatto, le molte persone raccolte lì, insieme e grazie alla bravissima Elisabetta Salvatori. E anche se sono troppi quelli che dicono che così va il mondo, che così è sempre stato e sempre sarà, noi, ieri sera, ci siamo stupiti di una storia che conoscevano come se fosse stata la prima volta che qualcuno ce la raccontava.  



Ascoltavamo, avvolti nel silenzio della notte amica, come se ciascuno di noi fosse solo, gli occhi umidi, le labbra semiaperte come quando qualcosa ci sorprende alle spalle; e non potevamo crederci che ci fossero stati anche loro, tra i nazisti, altri versiliesi, i venduti, le spie, i fascisti che ridevano dando la morte. Non potevamo crederci, anche se lo sapevamo già. Per fortuna esistono ancora persone capaci di stupirsi: poche, non di rado solitarie, ma resistenti e ostinate.  










sabato 9 agosto 2014

La sconfiguratrice



John William Waterhouse, Studies for a Mermaid, 1892
“Sei la migliore sconfiguratrice che abbia mai conosciuto”. Così, più o meno, mi è stato detto non molto tempo fa utilizzando un neologismo del quale forse, prima o poi, si sentirà la mancanza. E in effetti il termine descrive bene il mio rapporto con il mondo dell’elettronica, che è fatto di curiosità e apertura, ma anche, ahimè, di impulsività.
Se qualcosa non funziona o non va come voglio io comincio a cliccare compulsivamente e a intuito (un modo nobile di dire “a caso”) finché la cosa non si sistema oppure l’oggetto non si sconfigura parzialmente e a volte anche del tutto.

Giulio Aristide Sartorio, Sirena, 1893 (part.)
Mi piacciono i neologismi e ne ho sempre inventati, fin da piccola.
Sono neologismi consapevoli e questo li differenzia da quelli prodotti dai bambini, che in genere li inventano applicando rigidamente alcune regole morfosintattiche e producendo i tipici buffi termini che ci fanno sorridere. I neologismi inconsapevoli del bambino sono frutto di intelligenza, ma non hanno niente di creativo. 

Le sirene di Florence Harrison
Ne producono molti anche le persone affette da schizofrenia e così i soggetti autistici. In questo caso, forse, sono l’esito di  un sorta di scissione tra i due aspetti che caratterizzano la parola: il suo essere portatrice di un significato e il suo essere una forma sonora, un significante. L’aspetto sonoro viene separato dal suo significato e diventa prosodia pura che veicola emozioni, ma non concetti o pensieri.
John William Waterhouse, Sirena, 1900 circa

Anche per il neonato è così: le parole che gli giungono sono puri suoni che comunicano approvazione o disapprovazione, calore o freddezza. In questo senso si può dire che nasciamo prima alla musica, poi alla parola. O, almeno, a me fa piacere pensarlo.

Max Klinger, Sirena, 1895
Creare neologismi o apprezzarli è un’attività di confine. In questo caso si tratta del confine, inafferrabile e fluttuante, che divide la condizione infantile e quella adulta o la normalità dalla follia.
A me, però, piace proprio abitare confini così; pensare, cioè, che per quanto due territori siano distanti, è sempre possibile stabilire una relazione, ibridarsi di diversi linguaggi e perciò provare a intessere dialoghi ritenuti impossibili. Sono adulta da tempo, ma non ho mai smesso di giocare, soprattutto con le parole. 

Charles Edouard Boutibonne, Sirene giocano nel mare, 1883

lunedì 28 luglio 2014

Un compleanno


J. W. Waterhouse, At The Shrine, 1895
Il compleanno per me non rappresenta il punto di passaggio tra un anno e l’altro e neanche il ricordo della mia nascita, ma il festeggiamento della vita pensando con gratitudine a tutti quelli che l’hanno resa e la rendono calda di affetti. 


Questa foto un po' sgranata è stata ripescata dal mio amico d’infanzia Sergio che l'ha usata per gli auguri su facebook. Sono la prima a destra di chi guarda e stiamo mettendo in scena qualcosa che ha a che fare con i chicchi di grano che dormono sotto la coltre della neve e tutto tace, ma poi tutto si risveglia, i chicchi, i fiori e la terra. Penso spesso all’inverno bianco e silenzioso come tempo che rende possibile la primavera con la sua esplosione di colori, di luci e di suoni.
La nevicata del 2012 al mio paese di origine
La bambina alla mia destra, con le trecce bionde e l'aria timida, era la mia amica di banco e di giochi e si chiamava Patrizia. Un bel giorno se ne andò a Torino con tutta la sua famiglia. Se non ricordo male suo padre era stato assunto come operaio alla Fiat. 
All'epoca capitava che i compagni di classe sparissero senza grandi preavvisi; come quelli che venivano mandati in scuole diverse, che si chiavano "differenziali", e a sorpresa una mattina non li trovavamo più in classe.
Erano quelli che quando la maestra leggeva di Lucignolo venivano guardati significativamente, quelli che venivano messi in punizione quasi tutti i giorni. E così facevamo i conti ben presto con la durezza della vita, con gli aspetti più amari dell'esistenza.

Il Lucignolo di (Antonio) Bobò.
Le sue illustrazioni di Pinocchio le abbiamo anche presentate ed esposte, un paio di anni fa, al Museo della grafica di Pisa.
Noi bambini, nel piccolo paese  in cui sono cresciuta, eravamo molto autonomi e vivevamo in una dimensione tutta nostra, quasi del tutto impenetrabile agli adulti. E così loro ci ripagavano non preoccupandosi troppo di prepararci alle brutte notizie. Quelle notizie arrivavano in maniera dura e forse, se crescevamo forti, era anche per questo tirocinio forzato.
 
Allora si chiamava ancora "asilo"...
Ora, facendo un piccolo inevitabile bilancio di compleanno, non saprei dire se sono forte e quanto. So che mi basta poco per commuovermi e che forza e fragilità sono i miei due volti compresenti che possono apparire inconciliabili, ma che con il tempo hanno imparato a convivere.









Nella nuova casa il tavolo su cui lavoro è a ridosso di una parete tra due finestre. Capita che voltando la testa verso quella di sinistra veda il sole e il cielo azzurro mentre da quella di destra appare tutto grigio o viceversa. 


Le illustrazioni dei nostri libri di bambini sono quelle che lasciano tracce più profonde nella memoria. Perciò mi piace terminare con questo volo di rondini a primavera, di Ota Janecek, che nel mio ricordo illustrava le malinconiche pagine de "Il piccolo principe" di Oscar Wilde. 



giovedì 24 luglio 2014

Fragilità

In autostrada verso la Lunigiana, luglio 2014
Volevo mettere su facebook questa foto per evocare l'estate che ancora non si è decisa ad arrivare. Mentre stavo per farlo ho saputo, però, della morte di un collega e amico che lottava da anni con un tumore, tra miglioramenti, speranze e amarezza delle ricadute. Abitava molto lontano e non ci incontravamo se non in occasioni di lavoro, perciò, ripensandoci, non so neanche se potrei davvero definirlo un amico. "Ho paura di non farcela, questa volta, ho paura della morte, e tu, anche leggendo quello che scrivi sul tuo blog, mi sembri abbastanza forte da potermi ascoltare." Così, più o meno, mi aveva scritto pochi mesi fa, prima di chiamarmi al telefono. 
J. W. Waterhouse,
La sfera di cristallo, 1902
Ci sono state alcune altre telefonate nelle quali per lo più lui parlava e io ascoltavo. Da un po' non ci sentivamo, ma avevo notizie indirette più ottimiste e anch'io, come spesso accade in simili circostanze, ho voluto pensare che stesse meglio. Questa foto di covoni nel sole, aperta sul mio schermo, pronta per essere postata con un commento ironico, ora mi fa pensare, invece, alle nostre solitudini, alle parole che a volte non ci diciamo, alle mani non tese, alla fragilità che spesso ci rende meno generosi anche con chi non abita lontano e ci è molto, molto più vicino.


mercoledì 23 luglio 2014

Il blog fa i capricci


Anche i blog fanno i capricci. Provo con questo post senza contenuti, quasi un metapost, a convincerlo a seguire le mie decisioni e metto a corredo una foto di quando ero, diciamo così, un po' più giovane, che mi mostra pacifica e serafica. Quasi saggia. Questo sarà il mio post per fare le prove di qualsivoglia natura ogni volta che il blog tenterà di ammutinarsi. 

martedì 22 luglio 2014

Precipitando nel principio di realtà


Montecatini Val di Cecina, Il Margone, 2012

Da piccola mi piaceva molto guardare i cerchi concentrici che si creavano attorno ai sassolini gettati nell’acqua. Ero come ipnotizzata dalla magia di quell’espandersi di tracce rotonde e tremule che svanivano presto, ma che potevo generare di nuovo a mio piacimento.

Montecatini Val di Cecina, Il Margone, 2012
C’era un laghetto, a circa un chilometro e mezzo dalla mia casa, e lì andavo a meditare sull’effimero (i cerchi tracciati nell’acqua che subito svanivano) e sull’eterno, dato che potevo, appunto, ricrearli all’infinito.

Montecatini Val di Cecina, Il Margone, 2013
Per lo stesso motivo mi sono sempre piaciute le linee spiraliformi, eternamente uguali a se stesse e ogni volta differenti.

Giuseppe Momo, Le scale a spirale dei Musei Vaticani, 1932
A questo pensavo, qualche sera fa, mentre ammiravo certe linee curve tracciate sulla sabbia. Poiché era l’ora del tramonto mi interrogavo anche sull'animo di chi le aveva create chiedendomi se fosse più poetico o più filosofico o definito dall’intreccio di entrambe le dimensioni.

Versilia, luglio 2014
Poi sono stata catapultata nel principio di realtà da una voce che sembrava arrivare da un'altra dimensione e dall'esortazione piuttosto rozza: “Aho’, ma ‘un lo vedete che c’ho digià rastrella’o!".
Ecco: io ci rimango male quando capitano cose così; come se qualcuno, senza alcun motivo, mi desse uno schiaffo o mi sputasse in faccia.

Versilia, luglio 2014
Lo so, può sembrare un aneddoto insulso da raccontare, ma non so perché, invece, mi viene da ripensarci e mi sembra quasi emblematico. Quando capita - e non è raro - qualcosa del genere, è come se scoprissi traumaticamente ciò di cui sono consapevole fin da bambina. Mi rendo conto, cioè, che la maggior parte delle persone vede solo la superficiale e piatta apparenza delle cose e non l’alone di magia di cui possono brillare; e che non è molto diverso lo sguardo pigro ed egocentrico che le persone così gettano sugli altri esseri viventi, compresi quelli che credono di amare. 
 
Gustav Klimt, L'albero della vita, 1905-1909