martedì 6 maggio 2014

L'imprevisto


Alfred Emile Léopold Stevens, Ritratto della signora Hove, 1900

Ci ripenso ancora. E’ sbucato all’improvviso in mezzo alla strada, un po’ tremolante sulla sua bici dalle ruote grandi, i capelli canuti sotto il berretto di foggia giovanile, le mani nodose strette su un manubrio troppo largo. Per schivarlo ho sterzato di botto, rischiando di investire una donna che si trovava su un’isoletta pedonale, ma ce l’ho fatta. Lui non si è accorto di niente. Perché mi sono fermata a guardarlo allontanarsi, con il suo sorriso appena accennato, con la sua polo a righe orizzontali di scalature di grigio e azzurro carta da zucchero, proprio come si usava un tempo. Le portava mio nonno quelle polo lì; ma io pensavo, intanto, a mio padre quando va in bici, d’estate, in mezzo al traffico di Marina di Cecina. Pensavo a come tutto può essere effimero, inaffidabile, trasmutarsi in un soffio di vento.

John Collier, Lady Godiva, 1896 
Così, assorta com’ero in questo filosofeggiare d'accatto, non mi sono accorta del portabagagli alto sul sedile di dietro della moto parcheggiata fuori dalle misure e l’ho urtato. C’è stato un rumore esagerato rispetto all’entità della cosa: era solo un pezzo del mio specchietto che cadeva. Dunque di nuovo mi sono spaventata e colta di sorpresa da quel forte rumore, lì per lì, non ho capito cosa fosse successo. Ho frenato e sono scesa temendo di avere investito un gattino o non so cosa; temendo, cioè, di riattraversare un’esperienza già vissuta che improvvisamente si è fatta attuale come fosse stato ieri. Viale di Marina di Pisa, crepuscolo estivo di molti anni fa, quasi le 21 e canticchio da sola insieme con la radio quando un micio mi attraversa la strada all’improvviso.
Rivedo me che scendo, che lo raccolgo. Rivedo me che mi guardo le mani e le sue budella che le arrossano di sangue. Rivedo me mentre prendo un telo dal portabagagli e cerco goffamente di avvolgerlo, di ridargli vita con il calore. Vorrei andare da un veterinario, ma rivedo me che lo appoggio con le mani tremanti, perché è morto e non solo straziato, sul ciglio verde della strada. Rivedo me che con le guance rigate dalle lacrime mi guardo intorno cercando una casa, qualcuno da avvisare. Ma non ci sono case, in quel punto, non passa nessuno.

Vincent Van Gogh, Notte stellata sul Rodano, 1888
Rivedo me che continuo a singhiozzare mentre scivolo via, sul nastro grigio della strada, lontana da quel gattino sconosciuto che qualcuno avrebbe cercato invano, la notte.

Ho raccolto il pezzo dello specchietto da terra, l’ho riaggiustato alla meglio, sono ripartita. Guidavo e pensavo al signore anziano che mi ricordava mio padre, allo specchietto rotto, al padrone della moto parcheggiata male - accidenti a lui - al gattino morto di morte antica sulla strada di una mia precedente esistenza di tanti anni fa e, insomma, ai casi della vita.

William McGregor Paxton, Nuda, 1915
Pensavo all’imprevedibile, all’inaffidabilità delle proprie percezioni, al mio ritardo accumulato per un sacco di faccende complicate, a cose piccole e a cose grandi come il significato delle esperienze e della vita e così mi sono infilata, controsenso, in una strada che più familiare non ce n’è, per me. Dicono che gli incidenti siano più facili nei luoghi che si conoscono bene, perché l’attenzione si allenta e perché, stupidi che siamo, ci si fida di più e si pensa di conoscere e capire tutto.  



sabato 3 maggio 2014

Perché sono uscita, stasera?


Con questa umidità cosa sono uscita a fare? Per fare il  bancomat, per esempio. Ma i bancomat stasera sono resi inagibili da spruzzate di vernice verde e nera, la stessa delle scritte contro il capitale e la finanza (o viceversa) a firma “lotta criminale” (boh). Sarà per questo che ci sono tutte queste camionette di poliziotti, in centro? Mah... 

Gabbiani di Pisa, novembre 2012
Insomma: cosa sono uscita a fare? Forse perché voglio comprare un certo libro. Così vado in una libreria consueta alla sezione letteratura e cerco la consonante del cognome dell’autore. Niente. Cosa sono uscita a fare che non c'è neanche il libro che volevo? Mi sposto a cercarlo in altre sezioni: per argomento, per affinità…, ma ancora niente. Chiedo. Certo che c’è. Mi dicono così e mi invitano a seguirli. E’ nella sezione dei libri in vista dato che è in classifica per un premio. In altre parole è nella stanza dove non ero entrata perché non ci entro mai. E’ quella dei libri obbligatori, esposti in colonne altissime e anche ripetuti in file orizzontali che certamente costano un tot alle rispettive case editrici. E’ la stanza dell’induzione alla lettura di questo o quel libro attraverso la loro esposizione seriale. Guarda quante copie ce ne sono, anche di quello che cerco io! L’avrei trovato anche domani o domani l’altro... Dunque, cosa sono uscita a fare, stasera, che non ne avevo voglia?

Gabbiano di Pisa, novembre 2012
Eccomi passo passo sulla strada del ritorno. Sul ponte detto di mezzo guardo l’acqua del fiume, come sempre, e mi appare strana, inconsueta, tutta un riflesso di nuvole bianche, grigiastre, nere, azzurrine. Alzo gli occhi e le vedo anche in alto.

Nuvole sopra e sotto a Pisa, 3 maggio 2014
Ecco perché sono uscita! Per questo spettacolo delle nuvole sopra e sotto, bellissime, a creare il gioco antico di un mondo raddoppiato. C’è ciò che accade e poi c’è il suo riflesso dentro di noi: cioè il senso delle esperienze che dipende solo dalle nostre scelte.

giovedì 1 maggio 2014

Un vestito colore del tempo (a Venezia)



Venezia, Aprile 2014
Mia nonna era una grande affabulatrice. Ci si poteva sedere davanti a lei e ascoltarla per ore raccontare fiabe. Metteva ogni tanto qualche variante personale, come, per esempio, il terzo vestito di Cenerentola, che per lei era del colore del tempo. Non l’ho mai inteso, quel colore, come collegato al meteo, ma al trascorrere delle esperienze e al loro sembrarci, a volte, inafferrabili al punto da rischiare di sottrarci il senso stesso dell’esistenza.


Venezia, Aprile 2014
Lo scorso lungo ponte di fine settimana mi sono regalata un piccolissimo stacco a Venezia, attratta anche da tre mostre di fotografia. C’ero stata l’anno scorso, in questa stessa città, ma quel che è buffo è che casualmente si trattava dello stesso periodo (il 27 aprile 2013) e per un’altra bella mostra di fotografia.


Venezia, Aprile 2014
E sarà perché in questo momento della mia vita sto ragionando proprio sul tempo, sul legame tra ricordi e desideri, sul fatto che i secondi non sarebbero se non originassero dai primi… Sarà per questo che il tempo mi è sembrato la liaison quasi naturale anche tra le tre mostre di fotografia che ho visitato, in una città che di per sé, per quanto ci torni e ritorni, sembra una specie di mostra a cielo aperto sempre diversa.


Venezia, Aprile 2014
Le foto di Sebastião Salgado (qui il link al sito ufficialesono bellissime, amplificative e hanno bisogno del silenzio perché sia possibile entrarci dentro. Ci mostrano terre e viventi lontani dalla nostra quotidianità, eppure non suscitano alcuna riflessione sull’esotico, ma ci accompagnano, invece, in un viaggio dentro di noi, alla ricerca dei ricordi più arcaici. Anzi, dei non ancora ricordi, ma delle rozze e appena abbozzate tracce mnestiche di tipo sensoriale.


Venezia, Aprile 2014
Guardare quelle foto significa, non so per quale strana magia, percepire il freddo o il caldo degli ambienti rappresentati, carezzare la sabbia o sfarinare la neve, essere avvolti dai fruscii misteriosi della foresta amazzonica nel momento che precede un temporale; come nelle notti bambine nelle quali guardavamo le ombre del soffitto della camera e pensavamo al giorno dopo e ai giochi al sole.


Venezia, Aprile 2014
La mostra si intitola "Genesi" e in effetti è proprio all’origine che si pensa attraversando le sale del palazzo dei Tre Oci e alternando lo sguardo sulle opere in mostra a quello gettato fuori, verso la laguna e i suoi palazzi, dal bianco e nero delle foto agli azzurri smaltati, ai verdi cangianti, al bianco sontuoso, all’argento e all’oro giocosi della città.


Venezia, Aprile 2014
Guardando dentro ci ricordiamo di ciò che abbiamo ricevuto in dono dalla madre terra, mentre volgendo lo sguardo fuori pensiamo a tutto ciò che abbiamo costruito con le nostre mani, all’utile che non è mai disgiunto nella nostra creatività dall’inutile che dà senso e  colori alla vita.


Venezia, 27 Aprile 2013
In un’intervista Salgado definisce questa sua raccolta decennale di scatti, spesso difficili, realizzati a bordo di una mongolfiera, come una lettera d’amore alla terra. Io aggiungerei che potremmo intenderla anche come un invito a ricordarcene l’etimo, humus, che ci rimanda al significato non servile, ma carnale e umano, dell’umiltà.


Venezia, Aprile 2014
E’ l’amore per la natura, quello che ci coinvolge della mostra, ma anche il richiamo allusivo alla ricerca delle nostre radici arcaiche, dell'indifferenziato originario del quale, piccolissimi, anche noi facevamo parte, sentendoci una cosa sola con il nostro corpo o con quello di chi ci rassicurava con le sue carezze, avvolgendoci di abbracci e di nenie.
Il tempo è il legame che si stabilisce tra i ricordi e i desideri. E non ci potrebbero essere i secondi senza i primi. Un desiderio trova infatti senso nell’attesa perché è legato al ripensamento emotivo, in gran parte inconsapevole, dei nostri paradisi perduti. Il tempo è anche il legame con la terra, circolare come il segno grafico che delinea un abbraccio o la fusione legata  a un bacio.


Venezia, Aprile 2014
Con la seconda mostra (qui il link), incentrata sulla figura di Dora Maar nonostante Picasso (come recita il titolo) e accompagnata da un’altra esposizione di opere di fotografe, si aprono diversi scenari; eppure  anche in questo caso sono sollecitata a pensare al tempo. Forse perché lei è oggetto della fotografia di altri e anche artefice delle proprie e la lei/soggetto con la lei/oggetto si alternano continuamente nelle sale di un palazzo particolare. Un palazzo che è di per sé già un'altra mostra e dove respiri il brivido di un passato che sembra un qui e ora, e ti viene voglia di saperne di più di quanto è stato sussurrato o urlato in queste stanze, della tazza di caffè, del drappo di stoffa, delle piccole o grandi emozioni di chi in queste sale ha vissuto e le ha attraversate nel tempo. Forse se ripenso al tempo è anche per questa ibridazione tra epoche diverse, comprese quelle relative alle opere della collezione stabile. Alcune sono di Mariano Fortuny padre, altre di Mariano Fortuny figlio e non sai mai con certezza a chi dei due appartengano e devi continuamente calcolarlo con le date di nascita e morte dell’uno e dell’altro.


Venezia, Aprile 2014
Il calcolo diventa un gioco, è il gioco del tempo, e anche questo, allora, è un involontario percorso possibile della mostra: il tempo che rapisce e riconsegna; il tempo che a volte riconsegna i colori, i palpiti del cuore e le gioie anche quando sembrano ormai appartenere a dimensioni perdute. Di nuovo si pensa all’origine, al desiderio di fusione con la natura o in un abbraccio lasciandosi avvolgere da un odore, e al bellissimo ritmo che si può creare tra attesa e condivisione che è poi quello della vita stessa. 


Venezia, Aprile 2014
La mostra su Irving Penn è l’ultima visitata ed è quella che mi ha stimolato di più. Ecco il link al sito ufficiale. Anche qui è il tempo - o così mi pare, ma ormai non sono più tanto oggettiva - il filo rosso che lega le foto dei personaggi famosi, certi del proprio benessere, ai  dignitosi rappresentanti, nella metà del XX secolo, di umili mestieri scomparsi, di specializzazioni artigianali che si fa fatica a riconoscere e capire. Hanno la testa eretta, i secondi, e forse il loro sguardo è più fiero di quello dei primi.


La foto è di Irving Penn
C’è l’orgoglio di un mestiere, di un lavoro del quale si è insostituibili specialisti e che dona dignità e senso all’esistenza. Qualcosa di cui non ci ricordiamo più oggi che il lavoro è un lusso e che il mestiere è ritornato a essere mera serialità; oggi che l’artigiano che apprende dall’esperienza di altri e dalla propria è considerato alla guisa di una figura anacronistica di servo.


La foto è di Irving Penn
Passeggiando nelle sale di quest’ultima mostra ripenso a come sia sciocco considerare la fotografia una non arte perché riprodurrebbe l’esistente. Qui si respira bene come la fotografia sia invece arte , cioè interpretazione del mondo e non semplice tecnica imitativa.

La foto è di Irving Penn
La foto è di Irving Penn

Si respira soprattutto nelle foto di oggetti banali e quotidiani, ingranditi in un dettaglio, a volte quasi animizzati come potrebbe accadere nel mondo magico degli aborigeni di Salgado. Certo, lo so, il legame, la commistione tra questa e le altre due mostre è nella mia testa. Ma in quale altro modo dovremmo guardare una mostra se non mettendola in dialogo con quel poco che già sappiamo e con quel molto di più su cui ci interroghiamo?
La foto è di Irving Penn
Nelle foto di Irving Penn esposte in questa mostra si respira l'eterno presente dei filosofi più affascinanti, la sospensione del tempo propria della follia e l’attimo, dilatato all’infinito, delle paure o delle gioie più intense. Tra queste foto, dunque, continuo a ragionare sul tempo, ma si tratta di un tempo particolare, circolare, ricorsivo come in una circonferenza, ma anche sempre diverso, come in una spirale. E’ il tempo dei poeti, del gioco, della psiche, della follia, del sogno. Di tutte le realtà analogiche. E' analogica anche la scelta espositiva di questa terza mostra e per questo, anche, l'ho apprezzata moltissimo. 


La foto è di Irving Penn
A un certo punto troviamo accostate su una parete due diversissime rappresentazioni di gruppo: hippies e aborigeni. Le guardiamo e non pensiamo affatto alla differenze, ma a ciò che c’è di comune, di trasversale ai due gruppi; pensiamo ai tempi lunghi delle emozioni e dei sentimenti, che tendono all’infinito rispetto a quelli discreti, fugaci e limitati della storia.  Ho sempre creduto, infatti, che ogni persona che diventa importante per noi ce ne ricordi un po' anche qualcuna che abbiamo perduto e perciò ho sempre anche fantasticato di improbabili incontri e presentazioni. 

Venezia, Aprile 2014
Con la persona che ha condiviso con me queste visite a un certo punto ci siamo messi a parlare del bianco e nero in fotografia e del perché oggi che si possono usare foto a colori un fotografo opti per questa prima e più antica soluzione, un tempo obbligata. Forse una possibile risposta è che il bianco e nero fa sognare di più perché è qualcosa di incompiuto o di irrisolto e perciò ci rende più coinvolti. E' un'interpretazione della realtà priva dell'aspetto più forte, quello cromatico, e per questo lascia spazio alla possibilità di colorarla secondo il nostro piacere e la nostra fantasia. E quindi, in fondo – mi dico ora – tutto questo fine settimana a Venezia ha a che fare con il vestito colore del tempo di Cenerentola. Ed è un po’ come se a vedere quelle mostre mi avesse accompagnato anche mia nonna.  Quante cose avevo da raccontarle, infatti!

Venezia, Aprile 2014