sabato 18 gennaio 2014

L'arte della felicità


Pioveva, pioveva e pioveva quando sono uscita di casa, la mattina. E pioveva ancora nel pomeriggio e ancora la sera, quando sono entrata al cinema. Il cervello, l’anima, il cuore, tutto, insomma, mi sembrava fradicio di pioggia e quando mi sono seduta, sia pure al caldo, per ragioni le più varie ho continuato a sentirmi un po’ come il gatto di “Colazione da Tiffany” quando Audrey Hepburn lo caccia fuori dal taxi e lo abbandona nella pioggia, miagolante, disperato e stupito. Via gatto, via! Vai via! Perché quel gatto lì non aveva diritto ad altro nome che “gatto” e così mi sentivo io, ieri sera al cinema, con tutta quella pioggia.

Colazione da Tiffany, 1961
Con il cuore stretto, quando il gatto viene cacciato nella notte  piovosa di New York, noi non sappiamo ancora che dopo il culmine della disperazione ci saranno un abbraccio, un lungo bacio appassionato e per tutti e tre, donna, uomo e gatto, una nuova vita. 

L'arte della felicità, di Alessandro Rak
Pioveva anche nel film ieri sera. Un bellissimo film, una rara armonia poetica di musica, segno grafico e colori che non avrà, temo, grande visibilità. Forse quello che mi è piaciuto di più tra i tanti che ho visto nell’ultimo anno. 


Il mondo era rigato di pioggia e visto per lo più solo da dentro un taxi infestato di cicche, tra vecchie foto ingiallite e una lettera sigillata, posata lì, sul cruscotto. Leggila su, dai, leggila anche a noi, leggila a voce alta! Ma lui non ci ascolta e noi, poveri spettatori impotenti, volgiamo di nuovo lo sguardo, insieme al suo, di là da quei vetri rigati di pioggia, verso il mondo delle periferie degradate, dei sacchi di spazzatura abbandonati, tra i vicoli e per le strade di Napoli.



Però riusciamo anche a vedere qualcosa di diverso:  frammenti di giardini dell’infanzia, di palazzi bellissimi e misteriosi. E soprattutto di tanto in tanto dei balocchi un po' desueti come quelli che anche noi, a volte, immaginiamo siano ancora lì, quasi ad aspettarci, sul tappeto di un salotto che non c’è più ed era quello di quando eravamo bambini.


Ci si può sentire come un taxi nella pioggia battente quando non si vede niente oltre al grigio del mondo là fuori. E se capita di sentirsi così ci sembra che le persone, con le loro piccole storie, i loro piccoli segreti, salendo e scendendo, ci sfiorino soltanto, per brevi attimi, per una fugace carezza ricambiata, ma senza che di noi resti traccia nella loro vita. E’ questo che pensa il protagonista quando, nella pioggia, alza verso l’alto le sue mani di pianista che non vuole più suonare, urlando a un cielo sordo e cieco il suo dolore. 



Hanno grossi tronchi gli alberi, nel film, sono ben radicati nella terra e le loro chiome frusciano al vento, musica nella musica, a scandire le stagioni, i giorni che rincorrono i giorni, le ore che si sovrappongono alle ore, i minuti che quando si è felici volano via ancor più rapidamente. E c’è tutto quello sprecare, nel film e nella vita di ciascuno di noi, quel buttare via occasioni di gioia e abbracci e strette di mani. Gettiamo anche le parole; quelle che si preferisce non dire e restano sospese e altre che si preferisce non leggere o non ascoltare. Sacchi di spazzatura, grigio, pioggia che dilava via il passato.

Losanna, anno e luogo imprecisati. Così accade per i ricordi, anche quando la data e le coordinate spaziali ci sono.

La perdita, la memoria, i ricordi che fanno male e bene, l’oblio che ci permette di mettere a fuoco solo ciò che in quel momento o in quell’altro vogliamo rendere vivo oscurando tutto il resto: di questo parla “L’arte della felicità”. Rammentandoci che non ci può essere gioia alcuna se non si attraversano con coraggio anche la malinconia e la disperazione della perdita. Senza nascondersi, senza fuggire. Il film sta per finire quando la lettera sigillata viene aperta e quelle parole risuonano nella sala e dentro di noi, portando gioia e dolore. Finalmente non piove più, a Napoli; il cielo ora è azzurro e noi, a questo punto, non sappiamo distinguere la realtà dall'immaginato, ciò che vediamo da ciò che si riflette nello specchio dei nostri desideri.

Berlino 2009, luogo che non ricordo

Perché i pensieri e i sentimenti sono inafferrabili come i sogni; e le parole, quelle degli addii e quelle dell’amore, ugualmente impalpabili. 
L’arte della felicità è racchiusa nel presente, nel saper riconoscere lo sguardo che qui e ora si intreccia con il nostro e non restare prigionieri del passato, ma ricamarlo di nuovi colori per trovarlo ancora, vivo, dentro di noi. Quando sono uscita piovigginava un po’, ma l’ombrello non l’ho aperto. 



venerdì 10 gennaio 2014

Immaginare un approdo. O un abbraccio.


Le isole da lontano - foto sgranata del 6 gennaio 2014
Sgranata come lo è il crepuscolo.

Le isole, quando ero piccola, le guardavo a volte da lontano e dall’alto. Aiutata dall’odore delle resine dei pini marittimi chiudevo gli occhi e immaginavo reti di pescatori, moli e corde, nodi di marinaio, piccole barche colorate e casette bianche.

Lungo la strada, intorno a Montecatini Val di Cecina - 6 gennaio 2014
Il mio paese di origine, se ci si allontana un po’ e si sale in certi posti, permette di congiungere con lo sguardo, e dunque idealmente, l’alto e il basso, il cielo, la terra e il mare. Da adolescente mi piaceva lasciare l’abitato e inerpicarmi su, verso il silenzio solitario di quei poggi, con un libro e le sigarette; perché allora fumavo.

Lungo la strada verso le "isole da lontano".
L'antica miniera di rame, 6 gennaio 2014
Oltrepassavo i pini marittimi e continuavo a salire fino a poter vedere il luccichio dorato del mare e le isole e finalmente sedermi.

Lungo la medesima strada - 6 gennaio 2014
Prima di mettermi a leggere, però, cercavo di capire quale fosse la Capraia e quale la Corsica, perché di certo queste due si potevano distinguere. Tutti lo affermavano da sempre, fedeli a una tradizione orale che nessuno, mai, avrebbe osato smentire e che nemmeno io, dunque, ho mai messo in dubbio o cercato di verificare in maniera più scientifica. Come tante altre volte, dunque, lunedì scorso guardavo e fotografavo quelle che per me, quando non c’è foschia, sono Capraia e Corsica, ma mi chiedevo se non si vedessero anche la Gorgona o l’Elba perché in lontananza e più sfumate si distinguevano altre coste misteriose.



E quella cos'è? - 6 gennaio 2014
Le mie familiari “isole da lontano” non si sono mai congiunte con le isole, quelle stesse, da vicino, anche quando le ho visitate. Le isole reali e quelle immaginate guardando da sopra i poggi del mio paese sono sempre rimaste entità distinte.  Così, per amore di paragone e di metafora e riflettendo a ruota libera sui casi della vita – della mia, per essere onesta – mi sono detta che non ci sono solo  le “isole da lontano”, diverse da quelle stesse isole reali, ma anche le “persone da lontano”, alcune delle quali possono essere state reali in passato.

Porte chiuse, lungo la medesima strada - 6 gennaio 2014
Persone solo immaginate e forse assai diverse da quelle frequentate in altri momenti della propria vita anche se portano lo stesso nome e sono nate nello stesso giorno, mese e anno. E ci sono poi, più in generale, anche altre “persone da lontano” che guardiamo con curiosità, ma a distanza, senza spingerci, con un po’ di temerarietà in più, a capire meglio chi siano. Il filo delle parole non può bastare, infatti, a mantenere o a rendere vivo, qualunque ne sia il segno e il percorso, un legame profondo, che può cambiare anche radicalmente di natura, nel tempo, ma deve essere verificato dalla presenza in carne e ossa. 
Lunedì mi trovavo dunque di nuovo in quel luogo, così familiare da conoscere ogni radice d'albero o sassolino, e come ogni volta guardavo orizzonti indefiniti.

All'improvviso, la luna - 6 gennaio 2014
Come accade facilmente in inverno, però, improvvisamente il cielo si è fatto più scuro e io che ero andata a cercare le "isole da lontano" e pur continuando a interrogarmi su di esse, ho finito per fotografare la luna. 
Cos’è quella a sinistra? Deve essere la Capraia. E quelle coste là, più chiare e indistinte…?  La Corsica? Già. Non c’è dubbio.

Le isole da lontano, ancora più lontane, ma qui ci sono in primo piano il verde e i profumi della terra - 6 gennaio 2014, su per gli antichi poggi.
Forse, ogni tanto, bisognerebbe avere il coraggio di andarci, nelle "isole da lontano", ma non nelle loro copie, sia pure identiche; bisognerebbe calpestarne la terra e bagnarci nelle acque che le carezzano, per capire se sono solo isole sognate o se, invece, esistono davvero.


Chissà - 6 gennaio 2014


domenica 5 gennaio 2014

Voglio essere come Alice


Arthur Rackham, You’re nothing but a pack of cards
(Alice in Wonderland), 1907.
Certe volte mi dico che bisogna guardarsi dalle persone troppo suscettibili. In genere sono poco indulgenti, con gli altri. Quando mi accade mi riprometto anche di guardarmi dalle persone che danno per scontata la parola gentile e l'affetto. In genere non sono disponibili a guardarsi dentro. Mi chiedo se non bisognerebbe trattarle male, le persone così, ma male davvero; e voltare loro le spalle. Forse le aiuteremmo, in questo modo. Lo confesso, sì, ogni tanto, sia pure raramente, mi dico cose del genere, ma poi me ne scordo. Trovo troppo faticoso guardarsi dagli altri. Preferisco regalare una fiducia che potrebbe rivelarsi immeritata invece di stare immobile, nel carro armato della sicurezza, con il periscopio psichico girevole a 360 gradi. 


"Lebanon" di Samuel Maoz, 2009










Credo di averlo deciso da piccola. Di essere ingenua, intendo, cioè non furba, non diffidente. Che non significa non intelligente, non c’è bisogno di ricordarlo. Significa, invece, che l’intelligenza si mette al servizio dei sentimenti e non cerca di dominarli, ma di aiutarli a trovare un senso. Certo, così facendo ci si può trovare al centro dei calcoli altrui, o vittime della loro superficialità.




"Lebanon" di Samuel Maoz, 2009

Ma rinchiudersi in un carro armato, prevenire, allontanandosi, ogni possibile delusione o perdita, cosa ci darebbe se non vivere in una condizione di perenne angustia claustrofobica? Meglio alimentare la propria curiosità, spalancare gli occhi sul mondo con fiducia, imparare l'arte di essere disponibili a rischiare. Arte che a volte - perché bisogna esserne consapevoli - si paga con un senso di solitudine che può sembrare senza rimedio.

Matthew Woodson, And Suddenly I Miss Everyone

E in certi momenti sembra quasi di muoversi secondo un copione logoro, già recitato, del quale si conoscono a memoria parole, sospiri e corrucciar di sopracciglia o piegarsi di labbra nella smorfia della delusione. Mi viene in mente Alice. Mi viene in mente perché le figure di paura, in "Alice nel paese delle meraviglie", sono carte da gioco e la Regina di cuori è la più terribile rappresentazione del male.


Arthur Rackham, La Regina delle carte,
(Alice in Wonderland), 1907.

La trovo una bellissima metafora di quanto sto scrivendo. Infatti le carte da gioco sono bidimensionali, cioè fatte solo di superficie senza un dentro, puri involucri che non contengono niente, né affetti né persone. La fiducia, invece, si basa sul pensiero di avere un posto anche dentro le persone che dicono di volerci bene e alle quali siamo legati; un posto nel loro mondo interno. La più grande paura dei bambini, del resto, quando gli adulti di riferimento affettivo si separano da loro, è che in assenza non li pensino più, che si scordino della loro esistenza e, dunque, non tornino a riprenderli. 



Cosa resterà di tutto questo? Ci si chiede, a volte, riferendosi alle cose dette e a ciò che si era immaginato, ai sogni sognati e agli ideali nei quali avevamo creduto. Non so rispondere. Ma so che non potrei essere diversa. "Non imparerai mai". Mi diceva qualcuno, tanto tempo fa. Aveva ragione, ma va bene così. Io voglio essere come Alice, capace di diventare grande e ritornare bambina, di muovermi tra una dimensione e un'altra, di attraversare gli specchi senza sapere cosa troverò di là o di qua, ma continuare a stupirmi della vita. L'ho scelto tanto tempo fa e, tutto sommato, non me ne sono mai pentita davvero.


Arthur Rackhman, Alice, 1907