giovedì 1 maggio 2014

Un vestito colore del tempo (a Venezia)



Venezia, Aprile 2014
Mia nonna era una grande affabulatrice. Ci si poteva sedere davanti a lei e ascoltarla per ore raccontare fiabe. Metteva ogni tanto qualche variante personale, come, per esempio, il terzo vestito di Cenerentola, che per lei era del colore del tempo. Non l’ho mai inteso, quel colore, come collegato al meteo, ma al trascorrere delle esperienze e al loro sembrarci, a volte, inafferrabili al punto da rischiare di sottrarci il senso stesso dell’esistenza.


Venezia, Aprile 2014
Lo scorso lungo ponte di fine settimana mi sono regalata un piccolissimo stacco a Venezia, attratta anche da tre mostre di fotografia. C’ero stata l’anno scorso, in questa stessa città, ma quel che è buffo è che casualmente si trattava dello stesso periodo (il 27 aprile 2013) e per un’altra bella mostra di fotografia.


Venezia, Aprile 2014
E sarà perché in questo momento della mia vita sto ragionando proprio sul tempo, sul legame tra ricordi e desideri, sul fatto che i secondi non sarebbero se non originassero dai primi… Sarà per questo che il tempo mi è sembrato la liaison quasi naturale anche tra le tre mostre di fotografia che ho visitato, in una città che di per sé, per quanto ci torni e ritorni, sembra una specie di mostra a cielo aperto sempre diversa.


Venezia, Aprile 2014
Le foto di Sebastião Salgado (qui il link al sito ufficialesono bellissime, amplificative e hanno bisogno del silenzio perché sia possibile entrarci dentro. Ci mostrano terre e viventi lontani dalla nostra quotidianità, eppure non suscitano alcuna riflessione sull’esotico, ma ci accompagnano, invece, in un viaggio dentro di noi, alla ricerca dei ricordi più arcaici. Anzi, dei non ancora ricordi, ma delle rozze e appena abbozzate tracce mnestiche di tipo sensoriale.


Venezia, Aprile 2014
Guardare quelle foto significa, non so per quale strana magia, percepire il freddo o il caldo degli ambienti rappresentati, carezzare la sabbia o sfarinare la neve, essere avvolti dai fruscii misteriosi della foresta amazzonica nel momento che precede un temporale; come nelle notti bambine nelle quali guardavamo le ombre del soffitto della camera e pensavamo al giorno dopo e ai giochi al sole.


Venezia, Aprile 2014
La mostra si intitola "Genesi" e in effetti è proprio all’origine che si pensa attraversando le sale del palazzo dei Tre Oci e alternando lo sguardo sulle opere in mostra a quello gettato fuori, verso la laguna e i suoi palazzi, dal bianco e nero delle foto agli azzurri smaltati, ai verdi cangianti, al bianco sontuoso, all’argento e all’oro giocosi della città.


Venezia, Aprile 2014
Guardando dentro ci ricordiamo di ciò che abbiamo ricevuto in dono dalla madre terra, mentre volgendo lo sguardo fuori pensiamo a tutto ciò che abbiamo costruito con le nostre mani, all’utile che non è mai disgiunto nella nostra creatività dall’inutile che dà senso e  colori alla vita.


Venezia, 27 Aprile 2013
In un’intervista Salgado definisce questa sua raccolta decennale di scatti, spesso difficili, realizzati a bordo di una mongolfiera, come una lettera d’amore alla terra. Io aggiungerei che potremmo intenderla anche come un invito a ricordarcene l’etimo, humus, che ci rimanda al significato non servile, ma carnale e umano, dell’umiltà.


Venezia, Aprile 2014
E’ l’amore per la natura, quello che ci coinvolge della mostra, ma anche il richiamo allusivo alla ricerca delle nostre radici arcaiche, dell'indifferenziato originario del quale, piccolissimi, anche noi facevamo parte, sentendoci una cosa sola con il nostro corpo o con quello di chi ci rassicurava con le sue carezze, avvolgendoci di abbracci e di nenie.
Il tempo è il legame che si stabilisce tra i ricordi e i desideri. E non ci potrebbero essere i secondi senza i primi. Un desiderio trova infatti senso nell’attesa perché è legato al ripensamento emotivo, in gran parte inconsapevole, dei nostri paradisi perduti. Il tempo è anche il legame con la terra, circolare come il segno grafico che delinea un abbraccio o la fusione legata  a un bacio.


Venezia, Aprile 2014
Con la seconda mostra (qui il link), incentrata sulla figura di Dora Maar nonostante Picasso (come recita il titolo) e accompagnata da un’altra esposizione di opere di fotografe, si aprono diversi scenari; eppure  anche in questo caso sono sollecitata a pensare al tempo. Forse perché lei è oggetto della fotografia di altri e anche artefice delle proprie e la lei/soggetto con la lei/oggetto si alternano continuamente nelle sale di un palazzo particolare. Un palazzo che è di per sé già un'altra mostra e dove respiri il brivido di un passato che sembra un qui e ora, e ti viene voglia di saperne di più di quanto è stato sussurrato o urlato in queste stanze, della tazza di caffè, del drappo di stoffa, delle piccole o grandi emozioni di chi in queste sale ha vissuto e le ha attraversate nel tempo. Forse se ripenso al tempo è anche per questa ibridazione tra epoche diverse, comprese quelle relative alle opere della collezione stabile. Alcune sono di Mariano Fortuny padre, altre di Mariano Fortuny figlio e non sai mai con certezza a chi dei due appartengano e devi continuamente calcolarlo con le date di nascita e morte dell’uno e dell’altro.


Venezia, Aprile 2014
Il calcolo diventa un gioco, è il gioco del tempo, e anche questo, allora, è un involontario percorso possibile della mostra: il tempo che rapisce e riconsegna; il tempo che a volte riconsegna i colori, i palpiti del cuore e le gioie anche quando sembrano ormai appartenere a dimensioni perdute. Di nuovo si pensa all’origine, al desiderio di fusione con la natura o in un abbraccio lasciandosi avvolgere da un odore, e al bellissimo ritmo che si può creare tra attesa e condivisione che è poi quello della vita stessa. 


Venezia, Aprile 2014
La mostra su Irving Penn è l’ultima visitata ed è quella che mi ha stimolato di più. Ecco il link al sito ufficiale. Anche qui è il tempo - o così mi pare, ma ormai non sono più tanto oggettiva - il filo rosso che lega le foto dei personaggi famosi, certi del proprio benessere, ai  dignitosi rappresentanti, nella metà del XX secolo, di umili mestieri scomparsi, di specializzazioni artigianali che si fa fatica a riconoscere e capire. Hanno la testa eretta, i secondi, e forse il loro sguardo è più fiero di quello dei primi.


La foto è di Irving Penn
C’è l’orgoglio di un mestiere, di un lavoro del quale si è insostituibili specialisti e che dona dignità e senso all’esistenza. Qualcosa di cui non ci ricordiamo più oggi che il lavoro è un lusso e che il mestiere è ritornato a essere mera serialità; oggi che l’artigiano che apprende dall’esperienza di altri e dalla propria è considerato alla guisa di una figura anacronistica di servo.


La foto è di Irving Penn
Passeggiando nelle sale di quest’ultima mostra ripenso a come sia sciocco considerare la fotografia una non arte perché riprodurrebbe l’esistente. Qui si respira bene come la fotografia sia invece arte , cioè interpretazione del mondo e non semplice tecnica imitativa.

La foto è di Irving Penn
La foto è di Irving Penn

Si respira soprattutto nelle foto di oggetti banali e quotidiani, ingranditi in un dettaglio, a volte quasi animizzati come potrebbe accadere nel mondo magico degli aborigeni di Salgado. Certo, lo so, il legame, la commistione tra questa e le altre due mostre è nella mia testa. Ma in quale altro modo dovremmo guardare una mostra se non mettendola in dialogo con quel poco che già sappiamo e con quel molto di più su cui ci interroghiamo?
La foto è di Irving Penn
Nelle foto di Irving Penn esposte in questa mostra si respira l'eterno presente dei filosofi più affascinanti, la sospensione del tempo propria della follia e l’attimo, dilatato all’infinito, delle paure o delle gioie più intense. Tra queste foto, dunque, continuo a ragionare sul tempo, ma si tratta di un tempo particolare, circolare, ricorsivo come in una circonferenza, ma anche sempre diverso, come in una spirale. E’ il tempo dei poeti, del gioco, della psiche, della follia, del sogno. Di tutte le realtà analogiche. E' analogica anche la scelta espositiva di questa terza mostra e per questo, anche, l'ho apprezzata moltissimo. 


La foto è di Irving Penn
A un certo punto troviamo accostate su una parete due diversissime rappresentazioni di gruppo: hippies e aborigeni. Le guardiamo e non pensiamo affatto alla differenze, ma a ciò che c’è di comune, di trasversale ai due gruppi; pensiamo ai tempi lunghi delle emozioni e dei sentimenti, che tendono all’infinito rispetto a quelli discreti, fugaci e limitati della storia.  Ho sempre creduto, infatti, che ogni persona che diventa importante per noi ce ne ricordi un po' anche qualcuna che abbiamo perduto e perciò ho sempre anche fantasticato di improbabili incontri e presentazioni. 

Venezia, Aprile 2014
Con la persona che ha condiviso con me queste visite a un certo punto ci siamo messi a parlare del bianco e nero in fotografia e del perché oggi che si possono usare foto a colori un fotografo opti per questa prima e più antica soluzione, un tempo obbligata. Forse una possibile risposta è che il bianco e nero fa sognare di più perché è qualcosa di incompiuto o di irrisolto e perciò ci rende più coinvolti. E' un'interpretazione della realtà priva dell'aspetto più forte, quello cromatico, e per questo lascia spazio alla possibilità di colorarla secondo il nostro piacere e la nostra fantasia. E quindi, in fondo – mi dico ora – tutto questo fine settimana a Venezia ha a che fare con il vestito colore del tempo di Cenerentola. Ed è un po’ come se a vedere quelle mostre mi avesse accompagnato anche mia nonna.  Quante cose avevo da raccontarle, infatti!

Venezia, Aprile 2014

martedì 22 aprile 2014

Due coccinelle e un mazzo di chiavi.



Ieri sera. Sono al cinema e non sicura che il film mi piaccia davvero - c'è una sovrabbondanza di temi che crea una sensazione di artificio e forzatura - ripenso, per contrasto, agli ingredienti semplici della mia pasquetta 2014. E’ dalla mattina che piove e non piove. Ci sono i panni stesi, lì dove mi trovo, ed è tutto un accorrere per levarli e rimetterli. Intanto, poco sotto, il fiume scorre lento e pacifico; ed è lo stesso fiume che poche settimane fa ha messo in scacco la città intera.


Mi avvicino all'argine. Le acacie sono tutte fiorite di bianco e profumano di quel loro odore penetrante che mi ricorda certe antiche confidenze. Quando arrivava la bella stagione, infatti, nel primo pomeriggio noi bambine ci ritrovavamo spesso sotto l’ombra discreta di quelle quattro o cinque piante di acacia che erano a lato della mia casa.



Sul lungo tavolo sotto il porticato sono disposti i cibi preparati un po’ da ciascuno e raccontano storie e tradizioni diverse. Mangiando ci si scambiano ricette, si prova con poco successo a pronunciare i nomi delle pietanze non italiane e si ride, tra un bicchiere di vino e l’altro, perché l’amicizia è anche questo e che sia o no di lunga data non fa differenza.



Mi sposto di nuovo sull'argine e mi fermo pensosa sotto le larghe foglie di un fico. Il fico è uno degli alberi che mi piacciono di più: antico, nodoso, con quelle foglie scure e generose e i rami grigio chiaro. Poco più avanti il sentiero è incongruamente interrotto da una solitaria e rigogliosa pianta di carciofi, improbabile e imprevista.


Non ho le scarpe adatte, dato che la passeggiata non era calcolata per via del tempo, e così scivolo più volte scendendo i piccoli scalini ripidi che portano più vicino al fiume.


E’ tutto un ricamo di fiori di campo gialli, bianchi, azzurrini.


Ci sono i "soffioni", cioè la trasformazione del fiore di Tarassaco officinale, dal caratteristico colore giallo brillante, in una sfera effimera e trasparente di semi, destinati a essere dispersi facilmente sul terreno. Basta un piccola brezza o il gioco inconsapevole di un bambino che soffia con tutta la sua forza e loro planano giù, volteggiando e danzando nell'aria, perché sono fatti e funzionano come tanti piccoli paracadute. Li conoscevamo bene da piccoli. I loro fiori, chissà perché, avevano un nome volgare che ricordava a noi bambini una leggenda: raccoglierli significava fare pipì a letto la notte successiva. 



E c'è anche un quadrifoglio, ma non sono io a raccoglierlo. Il piccolo portafortuna verde rende felice una bambina e subito la incoraggiamo a seccarlo tra le pagine del diario di scuola e poi a conservarlo da qualche altra parte.



Quanto a me, anch’io ho preso qualcosa prima di andare via: un mazzo di chiavi per una brevissima fuga, in un altrove, dalle fatiche di questo periodo. E poi sono anche riuscita a fotografare l’amore primaverile di due coccinelle rosse, nel verde di una foglia lanceolata.