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Clarence Coles Phillips, Donna che legge un libro alla finestra, 1913 |
E’ in coma per le botte e i calci del convivente, con la milza spappolata, la mandibola e un'orbita fratturate, un ematoma cerebrale vastissimo ed ha solo 19 anni. "Hai un altro, dimmi la verità!". Sentivano urlare i vicini poco prima. Il mio disgusto è tutto per gli uomini che si comportano così, ma la mia
amarezza e anche la rabbia sono per le donne che continuano ad accettarli, a
credere di amarli, a comprendere, a perdonare e a restare loro prigioniere
anche a rischio della vita. Il padre di questa ragazza aveva già sporto
denuncia più di una volta contro il compagno; dunque l’avrebbe accolta; dunque lei aveva dove
andare. E allora perché è rimasta lì ad aspettare calci e pugni e a rischiare la vita? Aveva , dicono i giornali, un leggero ritardo mentale. Forse questo l'ha resa più fragile, incapace di sottrarsi a quel gioco di violenza e pentimento che contrassegna il modo di relazionarsi di certi uomini. Però per molte non c'è questa possibile spiegazione e allora, mi domando ogni volta, perché, perché lasciarsi intrappolare, lasciarsi distruggere, lasciarsi uccidere?
Sono troppe quelle di noi che si legano a uomini che non le meritano. Sono troppe quelle che sacralizzano la memoria di pochi giorni di felicità nel ricordo dei quali si lasciano ferire o ridurre al silenzio. Quando leggo notizie come questa mi viene
voglia di invitare a espungere persino dalla memoria e per molto molto meno tutti gli uomini che, non so, dico a caso: hanno l'idea fissa, esplicitata o meno, di poter essere traditi, hanno paura di non essere
considerati più importanti della (o dalla) compagna, hanno paura della
sua indipedenza, hanno paura della sua intelligenza, hanno paura di perdere
qualche piccolo privilegio, di dover rinunciare a qualche rassicurante
abitudine, di doversi ridefinire, di doversi confrontare alla pari, di doversi
fare carico delle preoccupazioni o delle tristezze di lei. Mi fermo, ma potrei continuare all'infinito.
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| Herbert James Draper, Pot Pourri, 1897 |
Noi donne dobbiamo
cominciare da noi stesse e dal coraggio di abbandonare gli uomini che ci umiliano. E
non fa differenza se il loro desiderio di possesso è fisico o simbolico, se la
loro paura appare esplicita nelle botte e nella violenza o se si maschera di
verbosità rifiutanti e tese all’autogiustificazione. La matrice è la stessa e
il senso è il medesimo. Di fronte alla sopraffazione, quella becera della violenza fisica e quella raffinata delle parole, c'è una sola cosa da fare: fuggire il più lontano possibile, senza voltarsi indietro, senza rimpianti, senza coltivare speranze. Bisogna guardarsi intorno e non indietro; guardarsi intorno e scegliere gli uomini che possono farci felici perché ci rispettano e ci desiderano vive: cioè intelligenti, parlanti e capaci di slancio e passioni.