Vidi "Il flauto magico" di Bergman, che propone fedelmente l'opera, in una specie di piccolo cineforum. Ero una e da ragazzina ina ina e ne rimasi folgorata al punto che ancora oggi, pur essendo questa una delle mie opere preferite, non riesco a non comparare l'impressione che ricevo dall'ascoltarla con quella generata allora da questo film. Penso di essere rimasta affascinata dal fatto che qui il regista non si limita a riprendere cinemtograficamente un'opera, ma cerca di mettere in dialogo i due linguaggi, quello teatral-musicale e quello cinematografico, con il risultato di esaltarli entrambi. Qui si vede come lo spettatore possa diventare parte attiva dello spettacolo, come il suo sguardo, l'increspatura delle sue labbra o il loro tremito sottile, la testa inclinata di lato oppure dritta, contribuiscano alla costruzione di senso. Uno spettatore non passivo, ma parte attiva dello spettacolo come dovrebbe essere e come spesso non è. Spesso a teatro, immobili nelle proprie poltroncine, si applaude per sentito dire, per omologazione, per imitazione, per la fama pregiudiziale che riscuote questo o quell'artista e non per partecipazione vera. E poi quelli con la puzza al naso, ma questo non è teatro, ma questo non è cinema...Che bella l'ibridazione dei linguaggi, quando si realizza! E la torre di Babele, come metafora, è assai più piacevole e gioiosa del linguaggio unico e omologato al quale ci stiamo abituando.
martedì 10 settembre 2013
sabato 7 settembre 2013
Dell'amore e del potere
Dovendo andare a ritirare una raccomandata che tra tre giorni sarebbe stata rimandata indietro – chi mi conosce sa che ho questo problema - ho fatto un salto in libreria. La frequento come un credente il proprio tempio, anche solo per fare un giretto e non comprare niente. Guardo, penso, qualche volta leggo in piedi i libri brutti in modo da poter dire che lo sono davvero senza però finanziarli.
Ma quanti ne escono - pensavo in quest'ultima visita in libreria - sull’incapacità di noi donne di farci amare? Nella sezione psicotutto c’è un'infinita serie di donne che amano troppo e verbi similari (sempre troppo). Poi c'è la serie del come tenerlo al guinzaglio, da leggere dopo quella del come conquistarlo. Poi, ancora, la serie dei manuali che ti insegnano a essere stronza (è scritto così, non è colpa mia) e a selezionare gli uomini (è scritto così) liberandosi di quelli inutili (è scritto così). La morale di tutti quanti questi libri non è diversa dal consiglio della nonna che ormai è diventata trisnonna: in amore vince chi fugge, perciò fatti rincorrere, negati, oggi non posso magari tra due giorni sì e soprattutto non mostrare che a lui ci tieni.
Sarà vero?
Passo in rassegna situazioni note e me ne vengono in mente molte che sembrano dare ragione alla trisnonna anonima. Conosco diverse persone afflitte perché si sentono invaghite di qualcuno che le ha lasciate e non se le fila più, anzi, le vive come una maledizione del cielo, un fardello, una iattura. Non c'entra l'amore con tutto questo, c'entrano, invece, i giochi di potere. Giochi che non rendono felice nessuna delle persone coinvolte, ma nutrono il narcisismo perverso, quello che non ammette sconfitte, impegnando le energie amorose di qualcuno in percorsi frustranti e vieti. L’amore è reciprocità di interesse, è condivisione, è piacere del tempo regalato dall’una all’altro e viceversa, è sguardo ricambiato che rende possibile gioco e leggerezza, ma anche la capacità di accogliere la tristezza dell’altro. L’amore è anche un modo per conoscere meglio le proprie ombre e le proprie luci attraverso gli occhi di un altro che ci è caro e di cui ci fidiamo e non un nascondarello puerile.
A giudicare, purtroppo, dalla quantità di libri-spazzatura sull’amore, evidentemente suffragati da un loro mercato, temo che sia arrivato davvero il momento di capire che non è affatto scontato imparare a viverlo e ad averne cura. Chissà se ci riusciremo.
venerdì 6 settembre 2013
Lettera da una sconosciuta
Quanto tempo sarà passato dall’ultima volta che l’ho visto? Il film, del 1948, è di Max Ophuls ed è tratto da un racconto di Stefan Zweig. Si ambienta, infatti, nella Vienna dei primi del 900, una città che mostra il volto contraddittorio della decadenza e della ricerca spasmodica di felicità gaudente e superficiale. I valzer, la sachertorte e le feste scintillanti di cristalli, di lampadari, di specchi e calici e diademi e bracciali e orecchini e gemelli ai polsi: tutto un luccicare, un brillare, un rimandare luce a luce, rifrangerla e moltiplicarla per cento, poi per mille in un vorticoso ridere e inebriarsi per non contattare mai l'ombra, il vuoto, l'attesa e l'incertezza. E tutto attorno, simbolicamente invalicabile più della cinta muraria alla quale era stata sostituita, la Ringstrasse, enorme vetrina circolare di palazzi magnifici e imponenti, a segnare il crinale tra l’antica città, sede dell’impero, e l’enorme, brulicante suburbio dei disgraziati e degli scontenti.
E' un film struggente e poetico sul dolore per le occasioni mancate, per quanto ci lasciamo sfuggire come sabbia tra le dita, per il colpevole non riconoscimento dell’amore quando ce l’abbiamo a portata di mano e basterebbe poco, un gesto o una parola per fermare l’attimo e dilatarlo all’infinito: il battito di ciglia e il sospiro trattenuto e le confidenze, sdraiati vicini nella penombra dei pomeriggi estivi e le risate lievi e condivise. Perché questo è l’amore e l’amore è raro, mentre solo l’infatuazione o l’abitudine compiacente che conferma e rassicura sono ordinari e frequenti.
E' il ricordo delle prime antiche carezze che torna a visitarci, l'amore, e delle nostre piccole palpebre abbassate a impedire lo sguardo per lasciarci avvolgere del tutto da un profumo familiare e caro, da un abbraccio destinato a ripresentarsi nel corso della vita e del quale avremo, forse, anche un po' paura, e per timore di perderlo lo getteremo, chissà, senza riconoscerlo.
giovedì 5 settembre 2013
Bastardi senza gloria
Tarantino è uno dei più interessanti registi di questi anni e non ci si stupisce se il suo ultimo film, al pari dei precedenti, si segue tutto d’un fiato e se ne resta ammaliati. Di “Bastardi senza gloria” ho apprezzato prima di tutto la critica implicita al cinema di genere che ripete se stesso e rende impossibile proporre un argomento già rivisitato in un registro diverso dai consueti.
Il registro, qui, è dato da un intreccio di inventiva e creatività che rende inusitati il ritmo, la narrazione, la stessa colonna sonora. Il film è una parodia, ma del tutto particolare quanto agli affetti che suscita, perché paradossalmente emoziona e commuove. Il film è infatti denso di citazioni da altri film (non solo del genere epico-bellico) che permettono, a chi ama il cinema, di ripercorrere nell’intensità di un attimo la propria biografia di spettatore, di persona che porta dentro di sé, quasi come voci interne, frammenti di film, cioè di immagini, suoni e parole che danzano insieme.
Il registro, qui, è dato da un intreccio di inventiva e creatività che rende inusitati il ritmo, la narrazione, la stessa colonna sonora. Il film è una parodia, ma del tutto particolare quanto agli affetti che suscita, perché paradossalmente emoziona e commuove. Il film è infatti denso di citazioni da altri film (non solo del genere epico-bellico) che permettono, a chi ama il cinema, di ripercorrere nell’intensità di un attimo la propria biografia di spettatore, di persona che porta dentro di sé, quasi come voci interne, frammenti di film, cioè di immagini, suoni e parole che danzano insieme.
Di questo film apprezzo il coraggio: di affrontare un argomento soffocato da una cattiva retorica che rende la storia metafora morta, esperienza inservibile per trasformare l’esistente.
Vi si mostrano, com’è giusto, la condizione dell’esser vittime e quella del dominio e della sopraffazione tracciando una ben netta linea di confine. Lo si fa, però, senza utilizzare i consueti, scontati registri dell’idealizzazione che si accompagna non di rado alla censura degli elementi di criticità o di ambivalenza presenti sia nei territori del “bene” che in quelli del “male”.
Tarantino riesce a servirsi della coloritura del grottesco e dell’assurdo, del registro comico e di quello drammatico intrecciati insieme, in una prospettiva paradossale, ma che proprio per questo appare capace di incrinare il modo routinario con il quale si rende onore alle vittime della storia.
Un modo che ribadisce una radicale distanza tra l’oggi e gli orrori di ieri; esattamente come il gesto dell’elemosina non crea coinvolgimento rispetto a chi è in condizione di bisogno, ma ridefinisce e rende stabile la propria radicale distanza di persona privilegiata.Mi occupo di studiare i processi formativi ed educativi (che non riguardano solo i bambini, ma tutti gli esseri umani) e rispetto ad essi considero come ostacoli la censura, lo stereotipo, il pregiudizio, le visioni di carattere trasmissivo. La tendenza generale è quella di censurare, semplificare, fare propri giudizi di valore scontati e teorizzare la doppia verità: una verità complessa, per chi può capire, e una ridotta a favola semplificata, per i più: quelli che magari non hanno studiato e che per varie ragioni non sarebbero in grado di comprendere.Corriamo il rischio di costruire territori di osservazione del mondo perfettamente speculari gli uni rispetto agli altri, senza preoccuparci della nostra incapacità di vedere le contraddizioni che ci riguardano. Abbiamo ben chiare solo le nostre ragioni: se questo è indispensabile per scegliere, decidere e agire, non è, però, sufficiente per pensare criticamente e dunque per essere, per quanto possibile, consapevoli delle proprie scelte.
Vi si mostrano, com’è giusto, la condizione dell’esser vittime e quella del dominio e della sopraffazione tracciando una ben netta linea di confine. Lo si fa, però, senza utilizzare i consueti, scontati registri dell’idealizzazione che si accompagna non di rado alla censura degli elementi di criticità o di ambivalenza presenti sia nei territori del “bene” che in quelli del “male”.
Tarantino riesce a servirsi della coloritura del grottesco e dell’assurdo, del registro comico e di quello drammatico intrecciati insieme, in una prospettiva paradossale, ma che proprio per questo appare capace di incrinare il modo routinario con il quale si rende onore alle vittime della storia.
Un modo che ribadisce una radicale distanza tra l’oggi e gli orrori di ieri; esattamente come il gesto dell’elemosina non crea coinvolgimento rispetto a chi è in condizione di bisogno, ma ridefinisce e rende stabile la propria radicale distanza di persona privilegiata.Mi occupo di studiare i processi formativi ed educativi (che non riguardano solo i bambini, ma tutti gli esseri umani) e rispetto ad essi considero come ostacoli la censura, lo stereotipo, il pregiudizio, le visioni di carattere trasmissivo. La tendenza generale è quella di censurare, semplificare, fare propri giudizi di valore scontati e teorizzare la doppia verità: una verità complessa, per chi può capire, e una ridotta a favola semplificata, per i più: quelli che magari non hanno studiato e che per varie ragioni non sarebbero in grado di comprendere.Corriamo il rischio di costruire territori di osservazione del mondo perfettamente speculari gli uni rispetto agli altri, senza preoccuparci della nostra incapacità di vedere le contraddizioni che ci riguardano. Abbiamo ben chiare solo le nostre ragioni: se questo è indispensabile per scegliere, decidere e agire, non è, però, sufficiente per pensare criticamente e dunque per essere, per quanto possibile, consapevoli delle proprie scelte.
domenica 1 settembre 2013
Il mito del due

Nel dormiveglia ripensavo che abbiamo il mito del due soprat-tutto in amore.
Eppure siamo in molti di più ad affollare una relazione e non parlo solo di quelle amorose, ma di tutte. Come nel quadro di Klimt due persone si abbracciano nell'intimità più protetta e tutti i loro fantasmi li guardano. Genitori, nonni, parenti e amici; ex , persino.
Approfondire ri-chiederebbe, però, troppe pa-role e dunque mi limito a poche considerazioni veloci prima di uscire. Prendiamo il bambino che per gioco fa un’iniezione a un adulto dopo averne subite alcune.
Tecnicamente si parla di “identificazione con l’aggressore” ed è uno dei meccanismi psicologici più potenti anche tra quelli adulti, in particolare perché facilita il consenso politico. Altro esempio. Prendere a calci un animale indifeso è un modo perverso per sentirsi forte e potente da parte di chi è socialmente o affettivamente umiliato o ha subito ingiustizie. Passare all’altro ruolo con qualcuno più debole, per sentirsi forti, è, naturalmente, una soddisfazione effimera e dunque c’è bisogno di ripetere e ripetere e ripetere. Stessa cosa vale per le violenze, fisiche o psicologiche, in famiglia e in generale nella sfera del privato. Penso che siamo analfabeti sentimentali e che forse bisognerebbe non esaltare troppo quella presunta spontaneità in base alla quale crediamo di agire. Penso che bisognerebbe riflettere di più sui nostri comportamenti e discriminare tra l’attenerci a un copione che ci hanno fatto mandare a memoria e la nostra scelta. Perché anche l’infelicità crea abitudine e dunque dipendenza e sicurezza.
Eppure siamo in molti di più ad affollare una relazione e non parlo solo di quelle amorose, ma di tutte. Come nel quadro di Klimt due persone si abbracciano nell'intimità più protetta e tutti i loro fantasmi li guardano. Genitori, nonni, parenti e amici; ex , persino.
Approfondire ri-chiederebbe, però, troppe pa-role e dunque mi limito a poche considerazioni veloci prima di uscire. Prendiamo il bambino che per gioco fa un’iniezione a un adulto dopo averne subite alcune.
martedì 13 agosto 2013
Dipendenze e suggestioni
Dipendenze e suggestioni. Ho dedicato molte ore, per diversi giorni, a leggere e a guardare filmati intorno a questo argomento che rientra nei miei percorsi di ricerca e che mi sta molto a cuore. Con oggi chiudo e comincio a tirare le fila, ma quasi quasi vorrei tornare indietro e non avere approfondito proprio niente. Perché comprendere, a volte, lascia solo il sapore amaro dell’impotenza.
Dipendenza e suggestione sono diventate il perno attorno al quale ruotano molti legami di gruppo; politici, ma anche di altra natura. Provo una fitta al cuore pensando, per esempio, al business del dolore o ai viaggi della speranza. E so, per averlo constatato direttamente prima della professione attuale, che spesso funzionano anche tecniche e metodologie di cura che di per sé non hanno alcuna validità, ma traggono forza ed efficacia dell’autoconvincimento e dalla sicurezza legata alla dipendenza e al senso di appartenenza. Quando ci si affida a esse si attribuisce loro il merito di qualsiasi evento positivo ci capiti casualmente di vivere. Gli eventi negativi, invece, si ribattezzano come positivi mascherati, che servono per predisporci a ciò che di buono verrà dopo. Si pensa, così, di potere controllare tutto, evitare l’inaspettato e persino fermare il tempo. Bianco o nero. Come nei film di John Wayne.
Prendere solo ciò che ci conferma, cancellare ciò che ci genera il minimo malessere e pazienza se si getta via qualcosa di buono o di bello, l’importante è fare velocemente. Si evita di contattare l’ambivalenza, dunque l’inquietudine, il dubbio, la necessità di essere responsabili di una scelta che sia davvero nostra.
Se si affacciano alla mente possibili tentennamenti o critiche rispetto al gruppo e ai principi sui quali si regge ci se ne libera perché non possiamo pensare di esserci ingannati per mesi o anni. E allora perseveriamo, vivendo, a volte, una vita come fossimo in trance, nella quale forse si soffre meno, ma si è ancora più soli. Non è possibile, infatti, quando si è prigionieri di un legame di gruppo del genere, stabilire alcuna duratura e profonda relazione. Guai a lasciarsi penzolare da un trapezio, senza la protezione, sotto, della rete! Guai a lasciarsi andare ai sentimenti senza la preventiva sicurezza sul futuro, su come andrà a finire. Guai a perdere anche una piccola fetta di controllo della realtà.
Se si affacciano alla mente possibili tentennamenti o critiche rispetto al gruppo e ai principi sui quali si regge ci se ne libera perché non possiamo pensare di esserci ingannati per mesi o anni. E allora perseveriamo, vivendo, a volte, una vita come fossimo in trance, nella quale forse si soffre meno, ma si è ancora più soli. Non è possibile, infatti, quando si è prigionieri di un legame di gruppo del genere, stabilire alcuna duratura e profonda relazione. Guai a lasciarsi penzolare da un trapezio, senza la protezione, sotto, della rete! Guai a lasciarsi andare ai sentimenti senza la preventiva sicurezza sul futuro, su come andrà a finire. Guai a perdere anche una piccola fetta di controllo della realtà.
Peccato che così si vive come prigionieri volontari, che rinunciano all'aria, alla libertà e ad assoporare le gioie dell'esistenza per paura di perderle e di soffrire.
sabato 10 agosto 2013
Stella
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| R. Doisneau, 1956 |
Dal mondo colorato della banlieue parigina degli anni ’70 la bambina-adulta viene proiettata, per caso e attraverso una coetanea, in una dimensione di vita inimmaginabile fatta di letteratura e musica, ma anche di riferimenti affettivi certi, in grado di fungere da cornice ai sogni adolescenti. Mentre la coetanea, ricca e valorizzata, getta a sua volta uno sguardo stupito e affascinato su una dimensione sconosciuta che le era stata interdetta nell'intento di proteggerla: quella della crudezza del mondo.
Gli occhi di Stella (che ha un pessimo profitto scolastico, almeno all'inizio del film) e quelli di Gladys (che è la prima della classe) dipingono il mondo distante della scuola.
Quella rappresentata nel film è definita come una scuola per ricchi. Una scuola che tutto sommato, però,propone modelli del tutto sovrapponibili, nel loro senso profondo, a quelli del bar operaio di periferia gestito dai genitori di Stella, ma della quale, alla fine, Stella saprà anche cogliere le opportunità senza esserne ingannata. Come accade a Truffaut adolescente che fugge da scuola per rifugiarsi, clandestino, nel buio di un cinema fumoso di sigarette o nel ventre ovattato e caldo della metropolitana a leggere Balzac e Dumas, la salvezza scaturisce da un altrove. Anche Stella incontra Balzac, Cocteau e persino Marguerite Duras di “Un barrage contre le Pacifique”: un libro non certo diffuso, ma considerato lettura raffinata ed elitaria, che tuttavia fa scorrere lacrime e sentimenti sulle guance della lettrice-bambina.
giovedì 8 agosto 2013
Sola nell'auto che corre verso le colline
Sono sola nell’auto che corre verso le colline e avvolta di musica mi lascio incantare dai colori forti dell’autunno toscano infuocato di contrasti e un po' malinconico. Mi sembra di conoscere ogni albero, siepe, segnale, scritta, muretto della strada che da Pisa si dirige nel volterrano, verso il mio microscopico paese di origine.
Ho vissuto infanzia e adolescenza in una dimensione di narrazione continua. I rumori e i suoni, per esempio, sia di giorno che nel silenzio della notte, alludevano sempre a esperienze ripetute e a persone definite. Si era attenti a tutti i segnali sensoriali e capaci di interpretarli con precisione.
Si era capaci di cogliere il cambiamento delle stagioni, il volgere del giorno e del tempo della vita. Si captava il momento che lasciava presagire la fine o l’inizio di un avvenimento, come animali che si tendono, le narici frementi e gli occhi vigili, verso qualcosa di invisibile e di intenso: la pioggia o la neve imminenti, per esempio, o anche le gemme che vibrano tutte insieme di una nuova possibile vita.
In città, anche in una piccola città come la mia, tutto questo in gran parte si perde: i rumori si accavallano ai suoni e risultano troppi, imprevedibili, privi di ritmo perché li si possa interpretare. Prestare loro troppa attenzione ci disorienterebbe e così, al pari degli odori e dei colori, non li avvertiamo più come segnali di comunicazione con la natura e con gli altri.
A 16 anni, però, sognavo di fuggire in città: dove avrei trovato librerie e cinema, teatri e sale da musica, luoghi dove parlare di cose diverse in base alla maggiore varietà di ciò che poteva accadere e persone nuove da conoscere.
Nel mio piccolo paese non succedeva mai niente; c’era un cinema con un solo spettacolo settimanale; e neanche una libreria. Le persone, per riempire il tempo, si facevano a volte i fatti degli altri con esasperante crudeltà, resa evidente dai soprannomi ai quali quasi nessuno sfuggiva e che erano legati, per lo più, a difetti fisici anche invalidanti o a fragilità del carattere.
Da ragazzina mi rifugiavo in alto, lontano, nel silenzio dei poggi, spesso con la bicicletta; come mi capita ancora oggi con l’auto, spingendomi fin dove si può e poi proseguendo a piedi. Allora sceglievo la solitudine e guardavo da una distanza infinita le case attaccate l’una all’altra e la grande torre quadrata al di sopra di tutte.
A seconda dell’umore le pietre brune o rossicce che fondevano in un’unica forma muri e abitazioni mi parevano come legate in un abbraccio di tenerezza solidale o invece incatenate nella più insopportabile condizione di prigionia.
A seconda dell’umore le pietre brune o rossicce che fondevano in un’unica forma muri e abitazioni mi parevano come legate in un abbraccio di tenerezza solidale o invece incatenate nella più insopportabile condizione di prigionia.
mercoledì 7 agosto 2013
The illusionist
Dato che per qualche giorno è visibile in streaming qui lo metto in evidenza.

Il bellissimo e commovente cartone animato “The illusionist” di Sylvain Chomet mostra (in barba all’eccitazione alimentata dal 3D) che è l’arte a dare senso alla tecnica e non, come spesso ci viene suggerito, l’inverso.
In questo film quasi privo di parole si viene catturati dalle immagini magiche capaci di mostrare le città come organismi vivi e palpitanti, quasi dotati di intelligenza e di cuore; e allo stesso modo guardiamo con occhi diversi tutto ciò che solitamente consideriamo materia inanimata: mobili, oggetti, tendine delle finestre, abiti, cilindri, scarpe e cappottini.
Si è vinti fin dall’inizio dalla tenerezza che suscitano i personaggi anche solo con il loro modo di muoversi; goffo e allampanato lui, l’anziano illusionista sul viale del tramonto, fragile e incerta lei, la ragazzina che crede nelle sue illusioni e le difende contro un mondo che corre inesorabilmente verso nuove forme di divertimento: rumorose, soffocanti e serializzanti.
“I maghi non esistono” scrive in un malinconico biglietto il protagonista sul finire del film. E’ vero, ma l’illusione, sì, esiste ed è ciò che ci dà la forza di vivere, lottando, quando è necessario, per i propri ideali, amando, quando questo ci rende felici, anche a costo di mettere a rischio le nostre polverose sicurezze.

Il bellissimo e commovente cartone animato “The illusionist” di Sylvain Chomet mostra (in barba all’eccitazione alimentata dal 3D) che è l’arte a dare senso alla tecnica e non, come spesso ci viene suggerito, l’inverso.
In questo film quasi privo di parole si viene catturati dalle immagini magiche capaci di mostrare le città come organismi vivi e palpitanti, quasi dotati di intelligenza e di cuore; e allo stesso modo guardiamo con occhi diversi tutto ciò che solitamente consideriamo materia inanimata: mobili, oggetti, tendine delle finestre, abiti, cilindri, scarpe e cappottini.
Si è vinti fin dall’inizio dalla tenerezza che suscitano i personaggi anche solo con il loro modo di muoversi; goffo e allampanato lui, l’anziano illusionista sul viale del tramonto, fragile e incerta lei, la ragazzina che crede nelle sue illusioni e le difende contro un mondo che corre inesorabilmente verso nuove forme di divertimento: rumorose, soffocanti e serializzanti.
“I maghi non esistono” scrive in un malinconico biglietto il protagonista sul finire del film. E’ vero, ma l’illusione, sì, esiste ed è ciò che ci dà la forza di vivere, lottando, quando è necessario, per i propri ideali, amando, quando questo ci rende felici, anche a costo di mettere a rischio le nostre polverose sicurezze.
giovedì 11 luglio 2013
Giorgio Gaber o Torquato Tasso?
(...)
Potrò guardare dentro al suo cuore
e avvicinarmi al suo mistero
non come quando io ragiono
ma come quando respiro
e avvicinarmi al suo mistero
non come quando io ragiono
ma come quando respiro
Quando sarò capace di amare
farò l'amore come mi viene
senza la smania di dimostrare
senza chiedere mai se siamo stati bene.
farò l'amore come mi viene
senza la smania di dimostrare
senza chiedere mai se siamo stati bene.
E nel silenzio delle notti
con gli occhi stanchi e l'animo gioioso
percepire che anche il sonno è vita
e non riposo.
con gli occhi stanchi e l'animo gioioso
percepire che anche il sonno è vita
e non riposo.
(...)
Erminia è innamorata di Tancredi, ma Tancredi è innamorato di Clorinda che lo fugge e così via. Al liceo la Gerusalemme liberata mi risultava insopportabile per questi intrecci di amori non ricambiati, per questi godimenti masochistici dai quali mi sentivo distante anni luce.
![]() |
| F. Hayez, Rinaldo e Armida, 1814 |
Ho sempre disprezzato il luogo comune secondo il quale in ogni coppia amorosa uno dei due rincorre l'altro e ama di più. Ho invece sempre pensato che l’amore presuppone la reciprocità del desiderio, oppure si tratta di un’altra cosa, che lo imita malamente. Per esempio a volte ciò che sembra amore è soltanto una sfida legata al bisogno delle conferme narcisistiche che possono scaturire dal vincerla.
Ci si muove, allora, dall’enfasi iniziale dell’innamoramento che fa scordare se stessi e il mondo, alla progressiva saturazione per avvenuta conquista, quindi all’abitudine che ci fa inchiodare l’altro in una forma cristallizzata e ci rende incapaci di percepirne le trasformazioni nel tempo e di continuare a provare curiosità per il suo mistero. Lo imprigioniamo in un’immagine, gli impediamo di cambiare, di mostrarne altre, di presentare diversi volti e in particolare quelli che ha sempre sognato di avere.
Ci si muove, allora, dall’enfasi iniziale dell’innamoramento che fa scordare se stessi e il mondo, alla progressiva saturazione per avvenuta conquista, quindi all’abitudine che ci fa inchiodare l’altro in una forma cristallizzata e ci rende incapaci di percepirne le trasformazioni nel tempo e di continuare a provare curiosità per il suo mistero. Lo imprigioniamo in un’immagine, gli impediamo di cambiare, di mostrarne altre, di presentare diversi volti e in particolare quelli che ha sempre sognato di avere.
Ecco di cosa parlava Gaber nelle sue canzoni sull’amore: del senso del desiderio, della semplicità legata al piacere di condividere le gioie della vita – anche solo un vino, una musica, il profumo dei campi nelle notti d’estate - e della mania di sciupare tutto con l’ideologia dell’amore stesso, con l’associarlo alla battaglia, alle tattiche e alle strategie, alla collezione e alla conferma, alla sicurezza data dall’abitudine e alla disperazione del purchessia, del “pur di non stare soli”.
Negli anni dell'ultima produzione artistica di Gaber, quando cantava le canzoni sulla coppia scritte insieme a Sandro Luporini, si discuteva molto di amore e possesso, di gelosia e libertà. Ci si interrogava inquieti e dubitosi, a volte si sperimentava facendoci anche molto male, ma così facendo si cresceva senza dare niente per scontato.
A distanza di tempo da quelle esperienze una cosa soltanto mi sento di affermare con una certa sicurezza: bisogna essere capaci di stare da soli per essere in grado di stare bene con un’altra persona e di condividere con lei un tratto del nostro cammino o persino quel che resta della nostra vita.
Ieri sera ero a Massarosa ad ascoltare le canzoni di Gaber sull’amore interpretate in versione jazzistica da Rossana Casale. E tutto questo mi si agitava dentro il cuore, nella notte profumata, in mezzo agli ulivi, ascoltando la sua voce calda e volutamente un po’ arrochita in certi passaggi e i pezzi strumentali del pianista, del contrabbassista e del sassofonista. E' stata una serata molto bella, fatta per emozionarsi e per pensare e così, in questo piccolo ritaglio di tempo, ho avuto voglia di scriverne.
(...)
Quando sarò capace di amare
mi piacerebbe un amore
che non avesse
alcun appuntamento col dovere
mi piacerebbe un amore
che non avesse
alcun appuntamento col dovere
Un amore senza sensi di colpa
senza alcun rimorso
egoista e naturale
come un fiume che fa il suo corso.
senza alcun rimorso
egoista e naturale
come un fiume che fa il suo corso.
Senza cattive o buone azioni
senza altre strane deviazioni
che se anche il fiume le potesse avere
andrebbe sempre al mare.
senza altre strane deviazioni
che se anche il fiume le potesse avere
andrebbe sempre al mare.
Così vorrei amare.
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