giovedì 25 gennaio 2018

All'origine di tutto

A piedi, verso la spiaggia dell'antica Eloro
Estate 2017 (come le successive)
La prima fuga da casa dell’ultima estate è stata ad Avola, nella zona della Sicilia nella quale non tornavo da molti anni e che ho visto più frettolosamente rispetto a tutte le altre, rivisitate nel tempo varie volte.


Avola
Quando la vacanza non è in un hotel, se si è ospiti di qualcuno che vive in un determinato luogo, si ha il privilegio di usufruire per un certo lasso di tempo di tutto ciò che lo riguarda.



Si tratta non solo dei suoi spazi abitativi, ma anche dei suoi vicini, dei supermercati nei quali si serve, del bar che ha selezionato fra tanti per prendere il caffè migliore.



E poi della sua auto, delle spiagge che già conosce e dunque che puoi scegliere a ragion veduta e degli esercizi commerciali nei quali quell’alimento tipico è più buono, o quelli dove comprare il pesce fresco e poi anche delle ricette per cucinarlo all’uso locale, con quali aromi insaporirlo, con quali vini del posto accostarlo.

Siracusa

Insomma, per farla breve, a fine luglio invadiamo una casa di Avola e per alcuni giorni stendiamo asciugamani e costumi e molto altro nella sua ampia terrazza.


La casa è interna a un vicolo stretto vissuto come fosse un cortile e parallelo a tanti altri simili, considerati collettivi e privati, cioè come se ciascuno fosse la proprietà comune di tutti i suoi abitanti. 

Siracusa
Così capita che una certa auto sosti ogni sera davanti a un portone, ostruendo il passaggio ad altri mezzi, ma non importa, perché si sa che il proprietario va al lavoro prima dell’alba e la parcheggia così, comodamente, prima di andare a dormire, in modo da poter partire appena pronto senza inutili perdite di tempo. Tanto, a quell’ora di notte, chi altri deve mai passare di lì?

Siracusa
Anche in vicini e simili vicoli mi capita di notare macchine così parcheggiate la sera tardi.

Siracusa

Ci sono le sedie davanti alla maggior parte delle porte, perché il riposo diurno e delle prime ore della notte avvengono lì, fuori dalla propria casa e nel suo vicolo-protesi.

Siracusa

Questo permette alle persone di interagire con i vicini, di intrecciare chiacchiere sul tempo o sul nulla, di lamentarsi di qualcosa o di condividere una speranza, un’attesa.

Siracusa

C’è silenzio, la notte. La mattina verso le 8, invece, un altoparlante issato sul tetto di un’auto che percorre a passo d’uomo le vie più larghe annuncia con voce concitata non so cosa in dialetto stretto e dalle case escono le donne con le tazze in mano e l’auto si ferma.


Mi viene spiegato che vende la granita di mandorla e che una tazza da caffellatte di quelle grandi, colma, costa un euro. Così la granita di mandorla diventa parte anche della nostra colazione.

Spiaggia di Ispica

L’odore più forte, una costante di tutti i vicoli, è quello dei peperoni abbrustoliti che in ogni pranzo o cena non mancano mai. Mi stupisco nell’accorgermi che i verdurai ambulanti allestiscono un piccolo forno presso il banco delle verdure e li abbrustoliscono a ritmo continuo fin dal primo mattino, vendendoli già anneriti a modico prezzo: una fortuna inaudita perché si tratta solo di spellarli velocemente e non si affumica la casa né si disperdono energie.

Riserva di Vendicari

Le mandorle locali, poi, comprate a peso, hanno un sapore buonissimo e non hanno niente a che vedere con quelle abituali. 

Riserva di Vendicari


Siracusa, Noto, Avola stessa, mostrano l'accostamento di caratteri contrastanti che mi sembra il tratto distintivo della Sicilia anche in altre sue province e ciò che la rende affascinante, inquietante, avvolgente e familiare, ma nello stesso tempo misteriosa e inafferrabile.



Il bello e il brutto, il nuovo e l'antico, il sacro e il superstizioso e magico, il sobrio e il ridondante definiscono il ritmo di un permanente conflitto tra desiderio di felicità e struggente nostalgia di non si sa più quale età dell'oro perduta che la rende impossibile o almeno non completa.



Ci sono ovunque le tracce delle tante commistioni con altri popoli e storie, quelle della crudeltà umana legata alle conquiste e alla battaglia, quelle dell'incuria, dell'abbandono e del degrado, quelle delle catastrofi naturali, cioè di un fato impietoso, e quelle della depredazione ambientale a opera dell'uomo.



Ci sono anche i luoghi rumorosi del turismo invasivo e delle bibite coloratissime, ma in ritmo alternato con le oasi selvagge e solitarie che restano tali, forse, perché raggiungerle richiede fatica e pazienza.




Quanto alle spiagge ogni giorno cambiamo scegliendo quelle non attrezzate, non turistiche, spesso parte di un parco protetto.


Scavi sospesi

Quasi sempre queste spiagge sono situate all'interno di zone archeologiche e sono sovrastate da scavi interrotti, sospesi, abbandonati.

Scavi sospesi
Sono recintati da rozzi reti di ferro tipo quelle dei pollai e viene il magone pensando al disprezzo generale per i veri tesori di questo paese agonizzante e a quanto lavoro ci potrebbe essere per giovani archeologi e per i laureati in beni culturali.




Di solito si parcheggia l’auto al margine di strade strette e sterrate, dove comincia il camminamento verso il mare.



Ma a volte si possono trovare anche dei cosiddetti “Parcheggi gratis in ordinanza”.



Come è scritto in cartelli improvvisati all’ingresso, si tratta di un servizio gratuito, ma è gradita la mancia.



Sono parcheggi, diciamo così, ruspanti, allo stato selvaggio, affidati a famiglie che occupano una postazione di controllo con un mezzo tipo camper e i cui membri di ogni età si affannano intorno alle auto in arrivo e tra grandi nuvole di polvere fine, mista a sabbia, indicano a ciascuno il posto da occupare e riscuotono il prezzo. Ci sono anche degli orari di apertura e chiusura, nel cartello.



Lasciata l’auto si cammina di solito per un bel pezzo carichi degli ombrelloni e dell’occorrente per mangiare e bere, dei libri e di tutto ciò che può servire in una spiaggia non attrezzata.



Camminiamo in mezzo ai campi, ai fichi d’india, alle agavi, alle pietre antiche.



Bagnarsi, nuotare in queste acque, vuol dire ascoltare, insieme al respiro profondo del mare che guarda l’Africa, quello della storia, di un passato antico e glorioso, di popoli scomparsi, di fasti malinconicamente perduti.



Sono spiagge grandi, dove le dune di sabbia giallo carico si aprono su acque trasparenti che diventano verdi o blu più vicino alla terra.



Ci sono il mirto e il lentisco, il rarissimo giglio di mare, il ginepro, il fiordaliso delle spiagge, il finocchiello selvatico marino e tante altre specie di erbe, arbusti e fiori che non saprei nominare e che, a volte, mi pare di non avere mai visto prima. 



Eloro, con i resti dell’antica città e gli scavi sovrastanti, nelle Riserva Naturale Orientata di Vendicari, e la cui spiaggia si estende fino alla foce del fiume Tellaro e si spinge oltre, dà modo anche di osservare diverse delle specie ornitologiche che hanno come habitat il fiume o i cosiddetti "pantani".



I tramonti sul Tellaro là dove si spinge pigro verso il mare, rendono tutto dorato, cielo, terra, acqua e persino le anatre selvatiche che nuotano starnazzando e si nascondono tra le canne e gli alberi.



La misteriosa Colonna Pizzuta sorveglia da lato e da lontano il percorso per guadagnarci il mare mentre si è avvolti generosamente dagli odori della macchia mediterranea e soprattutto da quello, penetrante, del timo selvatico.



E poi ancora, tra Eloro e Calamosca, c'è la spiaggia Marianelli.

A sinistra l'ombra di mia sorella, a destra la mia

E' forse la più faticosa da raggiungere e la sabbia si alterna al materiale di roccia scivoloso per il muschio.




E c'è la spiaggia della Tonnara, con la sua affascinante archeologia industriale.



I “pantani” costeggiano il cammino prima della lunga passerella di legno che conduce di fronte alla distesa delle dune e del mare.



Un giorno intero l’abbiamo passato nella Riserva Naturale Orientata Cavagrande del fiume Cassibile. 

Avola antica

Per arrivarci bisogna salire molto in alto con l'auto e percorrere i tornanti che cingono il monte Aquilone per poi scendere giù a piedi.


Avola antica
In auto attraversiamo il sito nel quale ancora si possono scorgere, disseminati qua e là, i resti dell'antica città distrutta completamente dal terribile terremoto del 1693 e poi ricostruita nella pianura sottostante. 




Scendere giù, in fondo al Canyon, per fare il bagno nella catena di piccoli laghetti che sembrano magici, con le loro acque blu scuro e smeraldo e le loro piccole cascate, è proibito.



Il percorso è giudicato pericoloso e non sufficientemente protetto.



Il cancello che si apre sulle scale dell’inizio discesa, infatti, è chiuso con tanto di cartello di divieto scritto a chiare lettere.



Tuttavia pochi metri più in là c’è un passaggio stretto attraverso il quale si possono raggiungere abusivamente le strette scale che portano in fondo, ai laghi.



Ben presto le scale, dopo qualche curva, diventano terreno accidentato, impervio, ripido e sdrucciolevole, da fare per lunghi tratti sotto il sole cocente.


Incontri
Non è una passeggiata arrivare giù fino in fondo, nemmeno con l’abbigliamento e le scarpe adatti.



E tanto meno lo è il ritorno, in salita, ma lo spettacolo vale davvero la pena.



Ogni pochi metri viene voglia di fotografare ed è difficile resistere alla voglia di portare con sé traccia di quel paesaggio selvatico, silenzioso e cangiante a ogni curva e dove ti sembra di contattare, in qualche modo, l’origine stessa di tutto. 
























































martedì 23 gennaio 2018

Rovesciare il mondo



Respiriamo paura, egoismo e rancore, come possiamo trovare la forza di restituire al mondo qualcosa di diverso? Forse è questa la domanda non usuale che dovremmo porci, perché la ritengo, legittimamente, una domanda politica.


Da 5 giorni sono di nuovo ingessata essendo inciampata  in una buca non illuminata. Probabilmente dipende da questa attuale forzata immobilità, ma mi sento ancor più sconsolata per il clima elettorale. Demagogia e promesse velleitarie, slogan facili e caccia al voto anziché al confronto e al consenso sulle idee, ma anche, nella società civile, pregiudizi, guerre tra poveri, un martellante e continuo “dagli all’untore”, generalizzazioni arbitrarie quando si tratta di altre categorie di persone e via e via.



Ho paura dei venti reazionari che s’insinuano ovunque, anche dove meno lo immaginiamo, cioè dentro ognuno di noi.

Mi piacerebbe davvero rovesciare il mondo.


sabato 13 gennaio 2018

Botte ai professori. Dagli, dagli!



Sono stata in vacanza proprio ad Avola quest'estate, ospite di un amico di mia sorella che conosco da non so più quanti anni e che ha scelto a un certo punto di andare a vivere lì, pur non avendo alcun legame precedente con il luogo. Insegna in quella scuola e ce l’ha fatta vedere, dal di fuori.


Ho conosciuto alcuni suoi colleghi e il suo segretario, che ci ha invitato a cena a casa sua. Abbiamo parlato dei ragazzi che quella scuola la frequentano, gli stessi che la sera incrociavamo nelle passeggiate lungomare o vedevamo sfrecciare sui loro motorini rumorosi.




Abbiamo parlato delle difficoltà, delle frustrazioni e delle gratificazioni, dell’incuria e della cura e di tutte le contraddizioni della scuola pubblica. Sono convinta che il male nasca da due aspetti attualissimi. Il primo è legato al considerare i figli come proprietà da difendere, non come persone da rispettare e amare. Non è amore quella difesa aprioristica dei loro comportamenti che li educa a considerare la famiglia come luogo di omertà e complicità a qualsiasi costo e il mondo come l’insieme dei nemici.




Non è amore né rispetto neanche nei loro confronti quel non spronarli a divenire parte di una comunità più vasta delle mura di casa, rispettandone le regole condivise. Quelle botte al professore non hanno niente a che vedere con l’affetto per il figlio, solo con il desiderio di rivincita e con il disprezzo, in fondo, per la scuola. Ed è questo il secondo motivo che leggo nella vicenda.




Ormai c’è un sentire diffuso di sentimenti di odio e di desideri di rivalsa nei confronti di chi svolge una professione socialmente svilita e messa alla gogna come quella dell’insegnare. Non importa che lo faccia con dedizione o meno, non c’è distinzione. L’idea, che riguarda anche chi insegna all’università e dunque anche la mia categoria di docenti, è che quando si ha a che fare con qualcosa di immateriale come la cultura, la bellezza, cose che insomma non sono prodotti grezzamente utili in senso stretto, si sia del parassiti sociali, dei mangiapane a ufo, dei nullafacenti incapaci persino di cambiare una lampadina fulminata.




E’ un disprezzo che riguarda non solo un ruolo, quello docente, ma la cultura più in generale. Provo angoscia, paura, una specie di nausea nel rileggere dichiarazioni e notizie sulla vicenda di Avola. Ecco un tema che dovrebbe essere al centro delle discussioni elettorali di questi giorni. Chi fine ha fatto quel rispetto per la dignità e il valore della cultura, cioè per quell’esperienza vasta, profonda, complessa, talvolta anche faticosa, che fa mettere le ali al pensiero e ai sentimenti persino quando si è rinchiusi in galera e ci è negata per sempre la libertà di vivere nel mondo? Le botte ai professori non sono solo i pugni e i calci dei due genitori di Avola. Sono anche di altro tipo, magari socialmente incoraggiate; e fanno altrettanto male.

martedì 9 gennaio 2018

L'anima, il corpo e la neve



E’ un film bello da ogni punto di vista  "Corpo e anima" di Ildikò Enyedi. E' bello perché declinato negli opposti: è surreale e crudo, freddo e caldo, candido e scuro nello stesso tempo.


Tutto è un po’ anomalo, a cominciare dai due protagonisti: lui con una disabilità fisica, lei con una disabilità psichica che adombra molti tratti autistici.



Avvolta metaforicamente di ghiaccio, come il paesaggio boschivo innevato che a tratti interrompe, con il suo nitore, le scene crude del mattatoio o quelle affollate della mensa aziendale, sembra distante e disinteressata agli altri. Aborre il contatto corporeo, mortifica il proprio corpo in vestiti informi e incolori e si muove in maniera rigida, lo sguardo fisso o oltrepassante.



Come ogni persona autistica trova consolazione e appiglio per vivere nell’ordine della ripetizione, nella serialità delle abitudini, nei panni stesi con meticolosa precisione o nelle posate allineate nel cassetto come altrettanti soldati, ognuno immobile nella propria garitta.



Per lei sono le regole, l’uniformità, la ripetizione infinita dei gesti e delle abitudini quotidiane a garantire la saldezza del mondo. Il film, in fondo, riguarda la paura della diversità che ci porta a interpretare in maniera distorta i comportamenti non conformi. La protagonista del film non è algida come invece viene vissuta dagli altri, ma solo incapace di utilizzare il corpo in maniera comprensibile e condivisa per comunicare le proprie emozioni.



Qualcuno, però, riuscirà a capirla, e potrà farlo perché anche lui diverso. Potrà amarla ed essere riamato proprio grazie a quel suo braccio inerte e odiato, a quella parte del suo corpo che sente aliena, a quella protesi inutile e quasi non di carne, che sfugge al suo controllo e gli ricorda ogni momento la fragilità dell’esistenza.



Il film si chiude con il braccio di lei che dopo l’amore raccoglie dolcemente quello inerte di lui e lo adagia nel letto, accanto ai loro corpi nudi, intrecciando a quella mano insensibile e devitalizzata la sua, con dolcezza infinita.