mercoledì 6 luglio 2016

Essere delusi o giocare ancora.

John Singer Sargent, Garofano, giglio, giglio, rosa1885-86
Se cerco l’etimologia di “delusione” trovo che è originata dal latino e che fa riferimento all’essere stati beffati, al fatto che la realtà si è presa gioco di noi e dei nostri desideri o aspettative. A me piace pensarla in un altro modo, in barba alle derivazioni scientifiche in senso stretto. Penso, più semplicemente, che il termine delusione ne contiene certamente un altro, il termine “giocare” e che il prefisso “de” è per lo più usato per indicare un allontanamento o una sottrazione di quello che lo segue.

Konstantin Makovsky, Bambini che giocano, 1880

Essere delusi, per me, vuol dire trovarsi nella condizione di volere smettere di giocare. Ma la vita non avrebbe alcun senso senza la capacità e la voglia di farlo e dunque la delusione è sempre una condizione momentanea che, per fortuna, è possibile elaborare. In un vecchio post sull’importanza, a tutte le età, di saper giocare (vedi qui), c’è anche la gattina Margot, che aveva fatto appena in tempo a esplorare questa casa nella quale vivo da due anni per poi addormentarsi di un altro e più profondo sonno. Mi era venuta voglia di rivedere le foto di lei, in un momento di nostalgia acuta. In fondo, anche scrivere per fermare i ricordi, per donare loro un'altra forma di vita, è un modo di giocare. 

Felice Casorati, Bambina che gioca su un tappeto rosso, 1912



domenica 3 luglio 2016

La resistenza ostinata della ginestra

Framura, Giugno 2016
Dopo i papaveri i miei fiori preferiti sono le ginestre. In entrambi i casi si tratta di fiori che nascono spontanei e crescono senza bisogno di particolari cure da parte dell’uomo. Sono anche i fiori della mia infanzia, delle estati felici all’aria aperta in un piccolo paesino in cui l’idea di giardino com’è propria delle città non esisteva o quasi. C’erano pochi giardini privati e il verde e i fiori erano di tutti. Di ginestre ce n'erano tante, ovunque. La ginestra nasce nei luoghi più impervi o aridi, adattandosi ad alture diverse, dal piano fino ai 2000 metri dell’Etna. Resistendo lei stessa a tutto aiuta a resistere e viene usata, infatti, per arginare le frane e crolli dei terreni. Perde persino le foglie, quando fiorisce, eppure è luminosa come il sole, brilla come l’oro nell’azzurro del cielo di luglio e di agosto e spande tutt’attorno a sé un profumo intenso e avvolgente. La ginestra è tosta, resiste alle intemperie, al vento e all’arsura. E’ testarda e adattiva insieme, rude e dolce.  

Giugno 2016
Mi capita da sempre di osservarla a lungo, assorta. E amo fotografarla. Cerco forse di ispirarmi alla sua forza per trovare la mia. La forza, cioè, di resistere alla voglia di riporre sogni e desideri per accordarsi alla piatta bonaccia del porto sicuro, all’abitudine pigra del pensiero che porta alla rassegnazione, alla morte delle speranze, al lasciarsi gestire da un presunto destino che invece siamo noi stessi, in gran parte, a determinare.
Ci si abitua a tutto. Ogni tanto c’è una strage, si contano i morti. La responsabilità, però, si perde, al di là di chi ne rivendica quella materiale. Siamo tutti coinvolti, perché tutti rassegnati a non poter cambiare niente.

Attraverso il finestrino di un treno in corsa, Giugno 2016
Anche nel privato il riverbero di questo disincanto collettivo è evidente. Non c’è più l’idea che la qualità della nostra vita possa migliorare, che potremmo buttare alle ortiche le dinamiche trite e ritrite che mettiamo in scena come un logoro copione da teatro di infima categoria. Da che mondo è mondo succede questo e quest’altro di orribile, ma non c’è niente da fare. Sono fatto o fatta così, non va bene, lo so, ma non c’è niente da fare. E’ il ritornello più frequente, ormai, e si contrappone alla possibilità, anche remota, di poter discutere delle ragioni profonde e complesse delle nostre azioni e comportamenti e della nostra infelicità, quando siamo infelici.

Attraverso il finestrino di un treno in corsa, Giugno 2016
Quando frequentavo il liceo, con i primi rudimenti di greco, mi divertivo a cercare le origini arcaiche delle parole. Non mi attardavo sull’irregolarità dei verbi e relativo studio, che comprende, purtroppo, la gran parte dell’attività scolastica attorno all’apprendimento di quella lingua e cultura, ma mi servivo senza sensi di colpa del proibito e famigerato Pechenino (vedi qui) che tutti noi tenevamo nascosto tra i libri e sotto il banco quando c’erano i compiti; e del resto, perché mai avrebbero scelto quel piccolo, ridicolo formato, se non perché fosse usato così, proibito e venduto, di generazione in generazione? Invece mi spingevo da sola ad approfondire le etimologie, spesso senza trovare riscontro scientifico a quelle che erano solo intuizioni del tutto soggettive di ragazzina. Così, giocando con le parole, mi ero messa in testa che “ginestra” avesse a che fare con il femminile, che fosse connesso al termine gynè, donna.

Liguria, Giugno 2016"...Tuoi cespi solitari intorno spargi,
Odorata ginestra,..."
A rafforzare questa idea, poi, c’era anche la forma di quel fiore, sorprendentemente simile a quella del clitoride, organello tanto piccolo eppure così grande oggetto di timore e di ritorsioni crudeli da parte maschile, forse perché simile in tutto, forma e funzionamento, a un pene e non sia mai, in corpo di donna! Asportarlo non è una prerogativa propria solo della barbara tradizione della mutilazione genitale femminile (vedi qui) consuetudinaria di alcuni paesi dell’Africa. Fino a un secolo fa l’escissione del clitoride veniva praticata anche in Europa, talvolta sostituita dalla cauterizzazione, nelle sedi più importanti della medicina scientifica e a danno delle donne all’epoca diagnosticate come “isteriche”.

Attraverso il finestrino di un treno in corsa, Giugno 2016
Non ho trovato riscontri scientifici della derivazione etimologica della ginestra dall’ambito del femminile. Eppure continuo a ritenerla plausibile per qualche oscura caparbietà. Siamo spesso noi donne, alcune di noi, a resistere di più alle intemperie, a curare ostinatamente e in maniera efficace i legami e gli affetti, a cercare di preservarli dall’aridità del contesto sociale e di mantenerli luminosi e odorosi. A volte ci spingiamo a sognare troppo, allontanandoci dai confini della realtà. Altre volte siamo costrette ad arrenderci, ma poi ci rialziamo, forse senza foglie, ma di nuovo cercando di tornare luminose di fiori per andare incontro a una nuova estate. Non mi piace generalizzare e cercherò di non farlo, di enucleare nella mente i tanti uomini resistenti e adattivi che conosco e immaginare, com'è sicuro che sia, che molti altri ne esistano. A me spesso sembra ancora, però, come quando ero ragazzina, che la ginestra non possa che essere un fiore-donna.

Attraverso il finestrino di un treno in corsa, Giugno 2016

domenica 12 giugno 2016

L'aiuto diverso


Voglio pubblicizzare un video particolare, che mi ha commossa. Il video è stato realizzato dagli ospiti del'Istituto penale per minori di Treviso per raccontare un incontro un po' speciale: quello con alcune persone con disabilità che frequentano il Centro diurno "La casa di Michela". E poi ci sono gli insegnanti dell'Istituto comprensivo 5, sempre di Treviso, che operano nell'Istituto penale.
Un incontro tra fragilità diverse è qualcosa che va controcorrente, rispetto all'idea paternalistica e assistenzialistica che abbiamo della relazione di cura. 


Il video ci fa capire, in maniera delicata e commovente, che non è vero che quando si soffre o ci sembra di non avere risorse, dignità, futuro, non si può dare niente agli altri. Al contrario. Proprio quando si è in queste condizioni, proprio quando ci si sente dimenticati dal mondo, prendersi cura di qualcuno, coltivare la solidarietà, dare un volto all'altro, è un modo indiretto di prendersi cura anche di se stessi. Come può accadere per un bambino, quando ha la fortuna di crescere con un cucciolo vicino.

Come già in altri post su adolescenti e giovani disadattivi mi servo delle immagini tratte da "I 400 colpi" di Truffaut
Il video me l'ha mandato un amico che vive nel lontano Veneto, proprio a Treviso: Mario Paolini. Voglio bene a lui come a tutta la sua famiglia, bipedi e quadrupedi, e ciò che ci ha fatto conoscere e diventare amici è che abbiamo in comune una storia di legame con la diversità in tutti i suoi volti e una stessa sensibilità nel pensarla.


Jack, uno dei quadrupedi di cui sopra, mentre scodinzola felice.
(Anche lui già comparso in un altro post).

Non ho svolto sempre il mio lavoro attuale e, prima, ho attraversato territori molto diversi, più difficili e complessi di quelli dell'università. Ho incrociato dal vivo, e non solo per averlo studiato o per averne scritto a distanza, quell'intreccio di sentimenti strano, quell'ibrido tra dolore e speranza, tipico di chi vive una qualche forma di diversità e questo mi ha reso quella che sono, nel bene  e nel male.



Ancora da "I 400 colpi" di Truffaut

Cioè una che si sente costretta come in una gabbia se le cose che studia e insegna e in cui crede, nell'ambito dell'accademia, non hanno anche una ricaduta al di là delle sue mura, non le rompono un po', quelle mura, non creano dialogo e cambiamento fuori e non contribuiscono a infrangere le paure e gli egoismi che rendono brutta l'esistenza. 

martedì 7 giugno 2016

Le lucciole

La Serra (San Miniato), giugno 2016
Succede quando i confini tra cose e persone si confondono, nell'ora in cui la notte sta per stendere il suo largo mantello. Ti arriva a tradimento, come una pugnalata alle spalle. E' il pensiero insopportabile di ciò che nel tempo si è perso, delle persone che non potrai più vedere, degli appuntamenti chiassosi e allegri che non si ripeteranno, della musica che non ci sarà più, delle parole che non verranno scambiate, delle risate che resteranno sospese nell'aria.


Tu sei lì che parli con qualcuno, che assaggi del buon cibo, che sorridi di una battuta, e intanto ti arriva una stringa di note e il suono malinconico della fisarmonica; ti volti e guardi quella pista da ballo povera, la coppia sola che volteggia con la musica, le sedie disposte attorno ancora vuote. La mazurka, il foxtrot. I ragazzi della tua età non li sapevano mica ballare quei balli lì. Ecco. I campi blu, le montagne scure. Chissà se ci sono le lucciole, qui. Rispondi che qui no, non ci sono, che c'è troppa luce, ma che al tuo paese si vedono ancora. Di certo si vedono ancora.

sabato 4 giugno 2016

IPSE DIXIT o il Marchese del Grillo

Alberto Sordi, Marchese del Grillo
Quando un personaggio pubblico fa da sponsor a un’idea o a una persona che deve avere la fiducia di altre la mia spontanea reazione è quella di fare esattamente l’opposto di ciò che raccomanda. Poi, naturalmente, ragiono e decido di votare come mi pare giusto, che può anche coincidere con ciò che quel personaggio sostiene.

Certosa di Calci, maggio 2016. La foto c'entra: a volte ci sono luoghi che mi aiutano a pensare. A cercare dentro di me, e non riparandomi dietro una qualche autorità, le ragioni di una scelta.
E’ di gran moda, oggi, il personaggio che dichiara “Mi raccomando, votate sì/no o lui/lei o così/cosà. Perché dovreste farlo? Ma è semplice: per varie ragioni, ma anche perché io, il personaggio, voto lui/lei o si/no o così/cosà, e mi dispiace, ma io so’ io - come diceva il Marchese del Grillo – mentre voi…” La battuta di Sordi se la ricordano tutti, credo. 

Alberto Sordi/Onofrio Del Grillo
Quando Benigni ha detto che avrebbe votato "no" al referendum costituzionale la cosa mi ha lasciato del tutto indifferente anche se voterò convinta "no" (nel merito della questione e non contro qualcuno). Sono rimasta indifferente anche quando ha fatto marcia indietro dichiarando che avrebbe votato "si". Fosse stato un costituzionalista avrei anche approfondito il suo pensiero; ma non lo è.

Certosa di Calci, maggio 2016
Dunque, per me, è un cittadino come un altro e mi piace di più, per dire, confrontarmi sull’argomento con le mie amiche in maniera leggera e disinteressata, tra una chiacchiera più frivola, il parere su un film e un aperitivo. Perché dovrei cambiare idea sulla riforma costituzionale in base a ciò che dichiara di pensare un comico o, sia pure, un regista, uno scrittore, un impresario, un intellettuale, un cantante, un giornalista, un calciatore, un opinionista Tv e via e via e via?

Certosa di Calci, maggio 2016
Non ho mai amato neanche i cosiddetti “appelli degli intellettuali”, in genere miei colleghi docenti universitari. Nel mio piccolo, quando mi è stato chiesto, non ne ho mai firmato uno anche se ero d’accordo sillaba per sillaba. Non mi piace l’idea che il parere di alcuni conti di più di quello di altri. Significa che non mi interessa ciò che pensano i miei simili? No di certo: amo discutere, confrontarmi, litigare e concordare, ma non mi baso sull’importanza sociale dell’interlocutore, solo su ciò che dice, sulla fiducia che mi ispira e sulla sua esperienza e competenza in materia.


Non mi piace l’idea che coloro che sono chiamati a partecipare a una decisione che li riguarda siano trattati come degli acefali che devono essere blanditi e suggestionati suggerendo che potrebbero quasi far parte, per osmosi e identificazione, di un presunto gotha.


Purtroppo questa bella foto non è mia, ma l'ho trovata in rete...Chiedo scusa alle pecore perché sto facendo ricorso a un facile stereotipo che le riguarda...

Ma che razza d’idea abbiamo delle persone? Ma davvero pensiamo o vogliamo che siano pecore, gregge che si fa indicare il sentiero luminoso da qualche altro?


Pitagora

Non tiro in ballo Cicerone e neanche Pitagora e i pitagorici e neppure Averroè che commenta Aristotele e nemmeno il sophisma auctoritatis, ma affermo solo la mia personale, profonda, radicata, atavica, ineliminabile antipatia per un modo di propagandare una propria idea che in me determina l’effetto opposto a quello desiderato.





Il metodo, per riassumere e chiudere, è vecchio come il cucco e consiste nel sottolineare che siccome un’autorità indiscussa ha affermato un parere, quel parere va accettato e non criticato. IPSE DIXIT. L’ha detto lui, persona importante, e tu chi sei, formichina nell’immenso brulichio della folla, granello insignificante di sabbia nel deserto infuocato, gocciolina di acqua salata nella vastità dell’oceano? Nulla.


Ora: un conto è Pitagora, un conto è Aristotele, un conto è qualche altro contemporaneo “Ipse”. Ma comunque sia, si trattasse anche di Pitagora o di Aristotele, io reagirei nello stesso modo: vi ascolto, vi rispetto, ma ragiono con la mia testa e soprattutto, non ultimo, anche con il mio cuore e la mia sensibilità. Come ho sempre fatto, fin da quando ero alta come un soldo di cacio! 




giovedì 12 maggio 2016

Il bello & il brutto

Bologna, 7 maggio 2016, zona desolata vicino alla Stazione
Mi piace l'ambivalenza. Non l'ambiguità, che detesto, ma proprio l'ambivalenza; l'avere almeno due volti da mostrare, che poi, tradotto in termini affettivi, significa essere capaci di accettare la propria imperfezione.


Non mi piacciono le persone rigide, tutte d'un pezzo, inflessibili quando hanno ragione. Allo stesso modo rifuggo quelle troppo compiacenti che si annullano pur di essere apprezzate.




Mi piacciono, ecco, le persone che chiamerei relativamente coerenti, cioè leali e affidabili, ma capaci di qualche piccolo cedimento o fragilità. Apprezzo molto, negli altri, la disponibilità a contattare anche le parti meno nobili di sé, come la rabbia o l'eccesso di amor proprio o la paura. Mi piace che nel bello ci sia anche un pochino di brutto e amo ancor di più, però, riuscire a intravedere qualche traccia del primo, del bello, nel secondo. 




La bellezza assoluta è fredda come la bontà assoluta. Non genera emozioni intense, ma un apprezzamento per lo più solo di tipo riflessivo e razionale. L'ambivalenza estetica, invece, provoca, fa pensare, ci incoraggia ad abitare la terra e ad attraversare le nostre ombre.



Come in queste foto scattate qualche giorno fa nei pressi della stazione di Bologna, in una strada assai brutta e grigia, costeggiata da un muro scalcinato reso ancora meno attraente dal filo spinato.



Muro e filo spinato segnavano il confine con un al di là forse anche più brutto; un insieme disordinato di casermoni, di antenne, di erbacce e di gru tristi e immobili contro il cielo.




Poi, però, la visione di un rosario di papaveri rossi incongrui rispetto al luogo, gioiosi e quasi sfacciati, inattesi in tanta desolazione, mi ha generato la stessa meraviglia emozionata che si prova di fronte a un'opera d'arte. 



Attraversare una perdita è un po' come trovarsi improvvisamente catapultati nella desolazione di un paesaggio inaccogliente. Poi ci si fa coraggio, si procede, un passo dopo l'altro, e si aguzzano gli occhi per cercare un appiglio, una consolazione, il richiamo della vita.




lunedì 9 maggio 2016

Animato e inanimato

Interno d'estate, 1909
E’ una banalità dire che le opere pittoriche, dal vivo, sono sempre  e comunque molto diverse dalle loro riproduzioni su carta. Però questa affermazione mi è apparsa ancora più evidente del solito un paio di giorni fa, visitando la mostra dedicata a Edward Hopper e aperta fino al 24 luglio. (Il link per la mostra qui).

Ponte di Manhattan, 1925-1926

Avevo già visto in altri anni e luoghi alcune sue opere e l’impressione è sempre stata che mentre su carta il vuoto e l’uniforme dei suoi paesaggi di sfondo appare come vuoto e uniforme, il semplice dei suoi interni appare semplice, il minimalismo delle sue composizioni appare minimalista, dal vero è tutta un’altra cosa e il semplice sembra complesso, il vuoto si popola di vibrazioni, il minimale si fa sovraccarico di evocazioni e fantasmi.


Secondo piano al sole, 1960

L’emozione intensa che sprigiona da quelle tele e dalla luce che emanano è che ci sembra di sapere tutto dei personaggi grazie all'assenza. Essi vengono generalmente rappresentati soli o, in alternativa, come giustapposti gli uni accanto agli atri, senza nessi espliciti, come nel caso di Sera blu


Sera blu, 1914
A volte, invece, nelle rappresentazioni di un ambiente, una strada, un angolo di casa, i personaggi non ci sono proprio. Cioè: non sono dipinti, ma tutto sembra concertato apposta per farceli immaginare mentre salgono le scale, suonano al campanello, bussano alla porta, si affacciano alla finestra o la chiudono, sbucano da una curva della strada o ne vengono inghiottiti. E' un po' come in un romanzo breve di una scrittrice che ho molto amato e che ancora rileggo. Si tratta di La stanza di Jacob, di Virginia Woolf, scritto e pubblicato nel 1922.


Virginia Woolf
Mi è venuto in mente come parallelismo letterario delle opere di Hopper, forse sollecitata anche dal fatto che leggendo, all'inizio del percorso espositivo, la biografia dell’artista, ho notato che Edward era nato nello stesso preciso anno di Virginia, il 1882. E probabilmente sarebbero vissuti più o meno lo stesso tempo se Virginia, un bel giorno, non avesse deciso di riempirsi le tasche della giacca di pietre e lasciarsi morire d’acqua dopo un’ultima passeggiata lungo il fiume.


Monk's House, Sussex. La casa nella quale Virginia Woolf scrisse la maggior parte delle sue opere. Sotto i due olmi del vasto giardino che portavano i loro nomi, Leonard sparse le ceneri di Virginia e dopo la sua morte vi furono sparse anche le sue. La casa c'è ancora, ma i due alberi, oggi, non ci sono più.

Il fiume scorreva sotto il suo cottage, nel quale lo psichiatra l’aveva sollecitata a vivere sostenendo che tutto ciò che pareva darle quiete e servirle da cura – la scrittura, la vita di città, le frequentazioni sociali, i passatempi culturali – sarebbe stato, invece, assai nocivo per la sua salute mentale.


Vento della sera, 1921

Nel romanzo Jacob Flanders non entra in scena e nessuno narra di lui; noi lettori possiamo evocarlo indirettamente, attraverso la sua camera, gli oggetti deposti su un tavolo, le tende che ondeggiano per un refolo di vento, i rumori che vengono da fuori e da dentro. L’aggettivo “cinematografico”, così usato e abusato per la pittura di Edward Hopper, è stato sempre altrettanto evocato per descrivere questo romanzo strano.


La casa di Helen Hayes, 1939
Cenni, segni, scorci e dettagli, ma non impalcature, trame, narrazioni con un unico punto di vista: così è per Virginia, così per Edward. Ho letto la mostra di Hopper con presente in un angolo della mente questa specie di parallelismo tra i due; chiedo scusa se non è proprio un modo corretto di visitare una mostra d’arte, ma non sono una del mestiere e perciò posso lasciarmi andare a una visita del tutto soggettiva, in cui ciò che è esposto si lega ai sentimenti e ai dubbi che animano il mondo interno di chi, in quel momento, guarda in silenzio l’opera che ha di fronte e lascia che prenda vita.


Due pescherecci, 1923-1924
Davanti ai quadri di Hopper, in effetti, mi è venuto da fare fantasie di animazione immaginando di popolarli o che fossero popolati poco prima dell'attimo immortalato. Sono spesso gli oggetti a parlare per i personaggi assenti, quasi si dotassero all'improvviso di anima; ed è la luce, il suo biancore, che dona loro vita, che li fa transumare dall’inorganico all’organico, dall’ombra allo splendore luccicante dell’esistenza.


Scale del 48 di rue de Lille, Parigi, 1906
Qualcuno deve avere carezzato il passamano della scala della casa parigina; qualcuno ha lucidato la maniglia; qualcuno ha tagliato la siepe; qualcuno guarda il fuori da dietro le tende di un bovindo vittoriano, seduto in un terrazzo che, appunto, terrazzo non è perché sporge, ma ha la chiusura di una stanza.


Gas, 1940
(Alla mostra non c'era questo, ma lo Studio per benzinai, a carboncino e gessetto bianco).
Quelle pompe così tipiche sembrano quasi persone, vestite di rosso e con la testa rotonda luminescente e ci pare di vederle muoversi, marciare in fila; gli alberi delle barche sembrano poter rivestirsi fra poco, nell’istante successivo a quello immortalato nel quadro, di foglie e foglie e foglie, prendendo vita per godere del vento e dialogarci come gli alberi veri delle foreste quando nessun intruso le viola.


Interno a New York, 1921 circa
La ballerina che cuce senza avere in mano l’ago e senza che si veda il filo, immediatamente ci spinge a immaginare il dopo, quando si muoverà e danzerà su una scena improvvisamente popolata di rumori e suoni. 

Sembra, insomma, che come nell’universo autistico persone e cose abbiano scambiato i propri ruoli di oggetti inanimati o animati. 

Il faro a Two Lights, 1927

Se delle persone dipinte immaginiamo il subito prima e il subito dopo rispetto a ciò che è rappresentato, la contemplazione di figure isolate sollecita illazioni su chi ha appena abbandonato la scena o su chi è atteso e la popolerà presto della sua presenza. No, non penso alla solitudine di quelle figure, mentre le guardo rappresentate in questo o quel dipinto, ma all’impossibilità di definirne la fitta ragnatela di relazioni, al rischio di impermanenza dei legami, al loro poter essere effimeri, minati dall’ombra della perdita che talvolta sembra stendersi, come un dolente mantello, sulla nostra felicità del qui e ora. 

La bottega del vino, 1909
Le persone dipinte sembrano cristallizzate come nel castello incantato del sortilegio che aveva fatto addormentare la bella principessa e con lei tutti quanti. Le cose sono invece rappresentate come inquietanti testimoni inafferrabili della vita, quasi vive esse stesse di una forma di esistenza più certa e duratura. Il XX secolo, del resto, segna la fine delle sicurezze, a partire da quella della conoscenza e del controllo di se stessi, messa in forse per sempre dalla nascita della psicoanalisi con la quale non si afferma solo una nuova visione del mondo, ma la morte della certezza identitaria. Non esiste più un narratore e il punto di vista da cui si osservano cose e umani è strano, volante, effimero, non si sa a chi appartenga.

Mattino in South Carolina, 1955
Si può vedere un dentro dal fuori o un fuori da postazioni inconsuete, dall’alto, come da una nuvola, o dall’acqua, dalle sue profondità, o da infinitamente lontano, come se la realtà rappresentata fosse solo la sua ombra proiettata su uno schermo gigante. C’è stasi e c’è movimento in quei quadri; e le strade sinuose scompaiono per una ripida e immaginata discesa o per una curva improvvisa.  


La balconata, 1928

La più significativa sorpresa della mostra, per me, sono state le opere a carboncino o a punta secca. Quella davanti alla quale mi sono fermata più a lungo e che più di tutto ciò che ho visto mi ha emozionata è molto piccola. E’ del 1921 e si intitola “Ombre nella notte”.



Un uomo si muove, attaccato alla propria ombra proiettata dietro di sé e sta per attraversare un’altra ombra: quella lunga di un albero che taglia la strada e la casa. Qualcuno guarda, impotente, dall’alto e da lontano e non si sa niente, chi sia o dove vada e chi stia per incontrare, se sorrida o se abbia il volto segnato da una smorfia di tristezza o gli occhi dilatati dalla paura; non si sa nemmeno se sia veloce o lento, nel suo passo, quel piccolo uomo sconosciuto. Sembra che anche il misterioso voyeur si sposti seguendo in qualche magico modo, sospeso tra cielo e terra, i passi dell’uomo di cui nulla si può sapere su una strada che sembra anch’essa mobile e insidiosa e che forse scivola sotto i piedi in direzione opposta alla loro, verso il gorgo del passato che sembra, a volte, togliere senso al futuro.

Autoritratto, 1902-1906
Termino (quasi) con l'autoritratto, quello che apre l'esposizione e nel quale Hopper si mostra con le spalle e il busto nella postura di quando si sta per andare via, e si saluta, con lo sguardo in tralice.




Ma aggiungo anche lo scherzosa intrusione personale in un quadro con la quale, dopo l'ultima stanza, molti chiudono sorridendo la loro visita.