giovedì 12 maggio 2016

Il bello & il brutto

Bologna, 7 maggio 2016, zona desolata vicino alla Stazione
Mi piace l'ambivalenza. Non l'ambiguità, che detesto, ma proprio l'ambivalenza; l'avere almeno due volti da mostrare, che poi, tradotto in termini affettivi, significa essere capaci di accettare la propria imperfezione.


Non mi piacciono le persone rigide, tutte d'un pezzo, inflessibili quando hanno ragione. Allo stesso modo rifuggo quelle troppo compiacenti che si annullano pur di essere apprezzate.




Mi piacciono, ecco, le persone che chiamerei relativamente coerenti, cioè leali e affidabili, ma capaci di qualche piccolo cedimento o fragilità. Apprezzo molto, negli altri, la disponibilità a contattare anche le parti meno nobili di sé, come la rabbia o l'eccesso di amor proprio o la paura. Mi piace che nel bello ci sia anche un pochino di brutto e amo ancor di più, però, riuscire a intravedere qualche traccia del primo, del bello, nel secondo. 




La bellezza assoluta è fredda come la bontà assoluta. Non genera emozioni intense, ma un apprezzamento per lo più solo di tipo riflessivo e razionale. L'ambivalenza estetica, invece, provoca, fa pensare, ci incoraggia ad abitare la terra e ad attraversare le nostre ombre.



Come in queste foto scattate qualche giorno fa nei pressi della stazione di Bologna, in una strada assai brutta e grigia, costeggiata da un muro scalcinato reso ancora meno attraente dal filo spinato.



Muro e filo spinato segnavano il confine con un al di là forse anche più brutto; un insieme disordinato di casermoni, di antenne, di erbacce e di gru tristi e immobili contro il cielo.




Poi, però, la visione di un rosario di papaveri rossi incongrui rispetto al luogo, gioiosi e quasi sfacciati, inattesi in tanta desolazione, mi ha generato la stessa meraviglia emozionata che si prova di fronte a un'opera d'arte. 



Attraversare una perdita è un po' come trovarsi improvvisamente catapultati nella desolazione di un paesaggio inaccogliente. Poi ci si fa coraggio, si procede, un passo dopo l'altro, e si aguzzano gli occhi per cercare un appiglio, una consolazione, il richiamo della vita.




lunedì 9 maggio 2016

Animato e inanimato

Interno d'estate, 1909
E’ una banalità dire che le opere pittoriche, dal vivo, sono sempre  e comunque molto diverse dalle loro riproduzioni su carta. Però questa affermazione mi è apparsa ancora più evidente del solito un paio di giorni fa, visitando la mostra dedicata a Edward Hopper e aperta fino al 24 luglio. (Il link per la mostra qui).

Ponte di Manhattan, 1925-1926

Avevo già visto in altri anni e luoghi alcune sue opere e l’impressione è sempre stata che mentre su carta il vuoto e l’uniforme dei suoi paesaggi di sfondo appare come vuoto e uniforme, il semplice dei suoi interni appare semplice, il minimalismo delle sue composizioni appare minimalista, dal vero è tutta un’altra cosa e il semplice sembra complesso, il vuoto si popola di vibrazioni, il minimale si fa sovraccarico di evocazioni e fantasmi.


Secondo piano al sole, 1960

L’emozione intensa che sprigiona da quelle tele e dalla luce che emanano è che ci sembra di sapere tutto dei personaggi grazie all'assenza. Essi vengono generalmente rappresentati soli o, in alternativa, come giustapposti gli uni accanto agli atri, senza nessi espliciti, come nel caso di Sera blu


Sera blu, 1914
A volte, invece, nelle rappresentazioni di un ambiente, una strada, un angolo di casa, i personaggi non ci sono proprio. Cioè: non sono dipinti, ma tutto sembra concertato apposta per farceli immaginare mentre salgono le scale, suonano al campanello, bussano alla porta, si affacciano alla finestra o la chiudono, sbucano da una curva della strada o ne vengono inghiottiti. E' un po' come in un romanzo breve di una scrittrice che ho molto amato e che ancora rileggo. Si tratta di La stanza di Jacob, di Virginia Woolf, scritto e pubblicato nel 1922.


Virginia Woolf
Mi è venuto in mente come parallelismo letterario delle opere di Hopper, forse sollecitata anche dal fatto che leggendo, all'inizio del percorso espositivo, la biografia dell’artista, ho notato che Edward era nato nello stesso preciso anno di Virginia, il 1882. E probabilmente sarebbero vissuti più o meno lo stesso tempo se Virginia, un bel giorno, non avesse deciso di riempirsi le tasche della giacca di pietre e lasciarsi morire d’acqua dopo un’ultima passeggiata lungo il fiume.


Monk's House, Sussex. La casa nella quale Virginia Woolf scrisse la maggior parte delle sue opere. Sotto i due olmi del vasto giardino che portavano i loro nomi, Leonard sparse le ceneri di Virginia e dopo la sua morte vi furono sparse anche le sue. La casa c'è ancora, ma i due alberi, oggi, non ci sono più.

Il fiume scorreva sotto il suo cottage, nel quale lo psichiatra l’aveva sollecitata a vivere sostenendo che tutto ciò che pareva darle quiete e servirle da cura – la scrittura, la vita di città, le frequentazioni sociali, i passatempi culturali – sarebbe stato, invece, assai nocivo per la sua salute mentale.


Vento della sera, 1921

Nel romanzo Jacob Flanders non entra in scena e nessuno narra di lui; noi lettori possiamo evocarlo indirettamente, attraverso la sua camera, gli oggetti deposti su un tavolo, le tende che ondeggiano per un refolo di vento, i rumori che vengono da fuori e da dentro. L’aggettivo “cinematografico”, così usato e abusato per la pittura di Edward Hopper, è stato sempre altrettanto evocato per descrivere questo romanzo strano.


La casa di Helen Hayes, 1939
Cenni, segni, scorci e dettagli, ma non impalcature, trame, narrazioni con un unico punto di vista: così è per Virginia, così per Edward. Ho letto la mostra di Hopper con presente in un angolo della mente questa specie di parallelismo tra i due; chiedo scusa se non è proprio un modo corretto di visitare una mostra d’arte, ma non sono una del mestiere e perciò posso lasciarmi andare a una visita del tutto soggettiva, in cui ciò che è esposto si lega ai sentimenti e ai dubbi che animano il mondo interno di chi, in quel momento, guarda in silenzio l’opera che ha di fronte e lascia che prenda vita.


Due pescherecci, 1923-1924
Davanti ai quadri di Hopper, in effetti, mi è venuto da fare fantasie di animazione immaginando di popolarli o che fossero popolati poco prima dell'attimo immortalato. Sono spesso gli oggetti a parlare per i personaggi assenti, quasi si dotassero all'improvviso di anima; ed è la luce, il suo biancore, che dona loro vita, che li fa transumare dall’inorganico all’organico, dall’ombra allo splendore luccicante dell’esistenza.


Scale del 48 di rue de Lille, Parigi, 1906
Qualcuno deve avere carezzato il passamano della scala della casa parigina; qualcuno ha lucidato la maniglia; qualcuno ha tagliato la siepe; qualcuno guarda il fuori da dietro le tende di un bovindo vittoriano, seduto in un terrazzo che, appunto, terrazzo non è perché sporge, ma ha la chiusura di una stanza.


Gas, 1940
(Alla mostra non c'era questo, ma lo Studio per benzinai, a carboncino e gessetto bianco).
Quelle pompe così tipiche sembrano quasi persone, vestite di rosso e con la testa rotonda luminescente e ci pare di vederle muoversi, marciare in fila; gli alberi delle barche sembrano poter rivestirsi fra poco, nell’istante successivo a quello immortalato nel quadro, di foglie e foglie e foglie, prendendo vita per godere del vento e dialogarci come gli alberi veri delle foreste quando nessun intruso le viola.


Interno a New York, 1921 circa
La ballerina che cuce senza avere in mano l’ago e senza che si veda il filo, immediatamente ci spinge a immaginare il dopo, quando si muoverà e danzerà su una scena improvvisamente popolata di rumori e suoni. 

Sembra, insomma, che come nell’universo autistico persone e cose abbiano scambiato i propri ruoli di oggetti inanimati o animati. 

Il faro a Two Lights, 1927

Se delle persone dipinte immaginiamo il subito prima e il subito dopo rispetto a ciò che è rappresentato, la contemplazione di figure isolate sollecita illazioni su chi ha appena abbandonato la scena o su chi è atteso e la popolerà presto della sua presenza. No, non penso alla solitudine di quelle figure, mentre le guardo rappresentate in questo o quel dipinto, ma all’impossibilità di definirne la fitta ragnatela di relazioni, al rischio di impermanenza dei legami, al loro poter essere effimeri, minati dall’ombra della perdita che talvolta sembra stendersi, come un dolente mantello, sulla nostra felicità del qui e ora. 

La bottega del vino, 1909
Le persone dipinte sembrano cristallizzate come nel castello incantato del sortilegio che aveva fatto addormentare la bella principessa e con lei tutti quanti. Le cose sono invece rappresentate come inquietanti testimoni inafferrabili della vita, quasi vive esse stesse di una forma di esistenza più certa e duratura. Il XX secolo, del resto, segna la fine delle sicurezze, a partire da quella della conoscenza e del controllo di se stessi, messa in forse per sempre dalla nascita della psicoanalisi con la quale non si afferma solo una nuova visione del mondo, ma la morte della certezza identitaria. Non esiste più un narratore e il punto di vista da cui si osservano cose e umani è strano, volante, effimero, non si sa a chi appartenga.

Mattino in South Carolina, 1955
Si può vedere un dentro dal fuori o un fuori da postazioni inconsuete, dall’alto, come da una nuvola, o dall’acqua, dalle sue profondità, o da infinitamente lontano, come se la realtà rappresentata fosse solo la sua ombra proiettata su uno schermo gigante. C’è stasi e c’è movimento in quei quadri; e le strade sinuose scompaiono per una ripida e immaginata discesa o per una curva improvvisa.  


La balconata, 1928

La più significativa sorpresa della mostra, per me, sono state le opere a carboncino o a punta secca. Quella davanti alla quale mi sono fermata più a lungo e che più di tutto ciò che ho visto mi ha emozionata è molto piccola. E’ del 1921 e si intitola “Ombre nella notte”.



Un uomo si muove, attaccato alla propria ombra proiettata dietro di sé e sta per attraversare un’altra ombra: quella lunga di un albero che taglia la strada e la casa. Qualcuno guarda, impotente, dall’alto e da lontano e non si sa niente, chi sia o dove vada e chi stia per incontrare, se sorrida o se abbia il volto segnato da una smorfia di tristezza o gli occhi dilatati dalla paura; non si sa nemmeno se sia veloce o lento, nel suo passo, quel piccolo uomo sconosciuto. Sembra che anche il misterioso voyeur si sposti seguendo in qualche magico modo, sospeso tra cielo e terra, i passi dell’uomo di cui nulla si può sapere su una strada che sembra anch’essa mobile e insidiosa e che forse scivola sotto i piedi in direzione opposta alla loro, verso il gorgo del passato che sembra, a volte, togliere senso al futuro.

Autoritratto, 1902-1906
Termino (quasi) con l'autoritratto, quello che apre l'esposizione e nel quale Hopper si mostra con le spalle e il busto nella postura di quando si sta per andare via, e si saluta, con lo sguardo in tralice.




Ma aggiungo anche lo scherzosa intrusione personale in un quadro con la quale, dopo l'ultima stanza, molti chiudono sorridendo la loro visita.

giovedì 14 aprile 2016

L'autismo e la paura egoista

Questa è di Elliott Erwitt, ma le successive foto sono tutte del grande Robert Doisneau, di cui ricorre proprio oggi l'anniversario della nascita
Leggendo la notizia del ragazzino autistico escluso di fatto dalla gita scolastica - se volutamente o no deve essere ancora stabilito, pare - ho sentito come un pugno allo stomaco. (Sulla vicenda si può leggere qui). E' accaduto qualcosa di simile anche a Isernia: un ragazzino autistico ha trovato ad accoglierlo nella classe vuota solo la sua insegnante di sostegno. Si può leggere la notizia qui.



Non voglio dare giudizi sulla vicenda della scuola di Livorno perché ancora ci sono versioni contrastanti su quel che è successo nello specifico e io non sono nessuno per farlo. Però, dato che da diversi anni sono la responsabile della formazione degli insegnanti di sostegno nella mia università, so bene che il tema ragazzo autistico-gita scolastica è uno dei più scottanti. Lo so da tanti racconti dei miei allievi in formazione. La motivazione non detta - ripeto, parlo in generale, e non sulla vicenda specifica di Livorno - è che il l'alunno autistico rovinerebbe il divertimento, romperebbe il clima di festa, creerebbe preoccupazione e angoscia.



Magari si metterebbe a urlare e sfarfallare le mani saltando eccitato, oppure sfuggirebbe alla sorveglianza, si metterebbe a correre, ci sarebbe da inseguirlo... La motivazione più nobile, invece, è che aggrappandosi alle abitudini e alla ripetizione dei ritmi quotidiani per trovarvi sicurezza, un ragazzo autistico entrerebbe in crisi di fronte alla novità e all'inaspettato, in un ambiente sconosciuto e magari rumoroso e troppo pieno di stimoli e potrebbe stressarsi ricavandone più danno che guadagno anche in termini di felicità.



Io non sono d'accordo neanche con la motivazione nobile, anche se penso che caso per caso, gita per gita, si debba valutare il pro e il contro. Su questo aspetto, però, dovrei argomentare con più parole di quante siano opportune per un post. Per lo stesso motivo non entro, qui, nel problema degli insegnanti, bistrattati e caricati di responsabilità pesanti, non ultimo proprio per le gite, senza un riconoscimento adeguato anche, ma non solo, di tipo economico.



Ritorno, allora, alla questione più semplice del pugno allo stomaco. Forse  l'ho provato perché molto di quel che sono ora, la mia sensibilità, i miei interessi di studio, i miei sentimenti e il mio desiderio di rompere le barriere che dividono gli esseri umani, è legato anche all'essermi occupata di soggetti affetti da questa sindrome. Prima dell'attuale professione, infatti, ho lavorato in una struttura preposta alla diagnosi e alle indicazioni di cura delle patologie neuro-psichiatriche dell'età evolutiva.



Andavano e venivano, in day hospital o per soggiorni brevi, moltissimi bambini e ragazzi  e diversi di loro erano affetti da una qualche forma di patologia dello spettro autistico. Di  questi ultimi, in quasi 15 anni, ne ho conosciuti davvero tanti. Di alcuni rammento poco o niente; di altri, invece, riesco ancora a ricordare il volto, le consuetudini, le emozioni che ho provato nell'avvicinarli.



Il mio primo libro, nel 1996, riguardava proprio l'autismo. Era la rielaborazione della tesi di laurea, ma rispetto a quel lavoro accademico conteneva qualcosa in meno (avevo sfrondato il corredo di note, che sarebbe risultato pesante) e soprattutto qualcosa in più: alcuni ricordi delle interazioni vere, intessute di sentimenti contrastanti, con questi soggetti.



Contrastanti perché proviamo una sorta di fascino e di timore insieme di fronte alla sfida di una comunicazione così difficile, ma anche, se siamo disponibili all'introspezione, tenerezza e persino - so che può sembrare strano - una particolare empatia. La proviamo perché tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo sperimentato cosa significa non essere in grado di comunicare adeguatamente; e abbiamo allora attraversato il dolore di quel fraintendersi reciproco, in una relazione che ci tocca, che genera il sentimento di insensatezza delle parole e dei gesti codificati  dei quali ci fidavamo e che all'improvviso ci appaiono inservibili.



Di fronte a un bambino o a un ragazzino autistico, che non sempre risponde al richiamo della voce, che non ricambia lo sguardo diretto, ma lo fugge, che sembra, magari, non desiderare di essere abbracciato, che non parla, anche se il suo apparato bucco-fonatorio è perfetto, che non gioca con gli altri bambini, ci si può sentire inadeguati, impotenti, smarriti.



La sua diversità può farci paura perché sembra togliere senso a ciò in cui di solito lo cerchiamo: le abitudini, le convenzioni, fai ciao con la manina, rispondi al signore, dì grazie, recita la poesia di Natale...Poi diventa grande e se prima gli bastava allontanarsi dagli altri bambini e cercare un angolo di stanza in cui rifugiarsi nelle proprie stereotipie, in quel dondolare del tronco avanti e indietro, come in un rituale di preghiera, in quello sfarfallare le mani, in quel passo sulle punte che assomiglia piuttosto a una corsa, crescendo si difende come può per allontanare chi troppo insistentemente lo sollecita, lo incalza, rompe il silenzio amico che lascia che si concentri su se stesso per orientarsi.



Rispondi, lo sai come ti chiami? Lo sai chi sono io? Mi riconosci? Perché non vuoi giocare con gli altri bambini? Ecco che si preme le mani alle orecchie, come a dire nel modo più concreto possibile che vuole essere lasciato in pace; ecco che emette dei mugolii, dei suoni inarticolati, gravi, che arrivano dalle viscere e poi urla perché proprio non vogliono capire che bisogna avvicinarsi piano, a lui, essere indiretti, non costrittivi, non avere ansia di una risposta che ha bisogno di tempi lenti per giungere...



La reazione più immediata, di fronte a lui, è spesso la fuga codarda perché, si sa, diventando grande e difendendosi come può da tutte quelle intrusioni può essere anche aggressivo, farsi male e fare male agli altri. Certo, può fare male ai bambini, a quelli venuti bene, a quelli che giocano felici e fanno amicizia e godono della reciproca complicità di fronte all'adulto e loro, innocenti, cosa c'entrano? Hanno pur diritto a non vedere le ombre e a vivere nel guscio protettivo di un mondo tutto rose e fiori  e ci dispiace per lui, ma loro non ne hanno colpa, poverini!



Eppure esiste una strada per imparare  a comunicare anche con bambini affetti da forme gravi di autismo, figuriamoci con quelli che hanno diagnosi meno severe perché un poco parlano, perché hanno momenti di disponibilità affettiva, perché mostrano isole buone di interesse, magari per linguaggi diversi da quello verbale. Per esempio per la musica.



Per un genitore è difficile, con un figlio così, andare al ristorante, passeggiare in mezzo alla gente dove gli altri esibiscono i loro prodotti perfetti e tutti gli occhi sono puntati su quel figlio che teme di non saper proteggere; ecco che così, spesso, finisce per rinunciare a una normale socialità.

Franco, il padre, e Andrea, il figlio diciottenne a cui era stato diagnosticato l'autismo all'età di tre anni. "Se ti abbraccio non aver paura" , di Fulvio Ervas, racconta il loro lungo viaggio tra America latina e Stati Uniti.

Ho finito di leggere un libro che mi è stato regalato tempo fa e che avevo tralasciato forse perché sapevo che mi avrebbe catapultato in vecchie storie che mi riguardano e nella mia altra vita professionale prima di quella attuale. Racconta di una storia vera, di un viaggio non solo fisico, ma psichico, quello di un padre e di suo figlio autistico; si tratta di questo libro e c'è anche un video che lo racconta e che si apre in automatico (non è una pubblicità) cliccando il link. Il titolo ci riassume già tutto ed è "Se ti abbraccio non aver paura".



La Harley-Davidson del viaggio
Nel risvolto di copertina c'è una citazione tratta dal libro: "Per certi viaggi non si parte mai quando si parte. Si parte prima. A volte molto prima. Sono bastate poche parole 'Suo figlio probabilmente è autistico' ".



Il termine "autistico" fa paura e non bisognerebbe lasciare mai solo chi si trova ad ascoltare parole come queste, che suonano come una sentenza durissima da accettare. Eppure quella leggerezza - parlo di nuovo della vicenda scolastica - se si è trattato di una disattenzione o di una dimenticanza, o quella colpa, se lasciarlo a casa e fargli trovare la classe vuota è stata una scelta, sono la risposta a questa paura che parla di noi e del nostro egoismo.



Perché, certo, ci sono i diritti dei bambini che non hanno problemi, e che caspita! E quelli dei loro genitori e insomma, cosa si pretende? Portarlo in gita e la responsabilità e tutto. Un pugno allo stomaco. Stiamo costruendo un nuovo mondo che si regge sull'egoismo soltanto; incapaci di vedere nell'altro un volto e un nome, ma solo un possibile ostacolo rispetto alla nostra tranquillità appagata.



Quelli che sciaguratamente invocano le telecamere in classe cosa dicono, ora, di fronte a queste tematiche? Non ci sono telecamere che possano salvarci da quello che stiamo costruendo: un mondo di egoisti competitivi che non sono capaci di donare niente. E non parlo di denaro, parlo del tempo o della felicità a tutto tondo legata a una condizione di privilegio come lo è quella della salute psicofisica.



Forse, l'esame di coscienza, dovremmo farcelo tutti, ognuno abituato sempre più a vedere solo il suo ragionevolissimo punto di vista: quello, spesso e volentieri, di una persona egoista.