domenica 17 maggio 2015

Stringendo una rosa dai petali chiari



Sono tornata a casa stringendo una rosa dai petali chiari tra la mano e la stampella con la quale ancora devo muovermi. Poi l’ho messa nell’acqua e, per una sorta di inconsueta incertezza, le ho cambiato di posto varie volte prima di collocarla in quello che mi pareva adatto.


Era uno dei fiori di Daniela: all’ultimo, quando ormai dovevamo salutarla davvero, sono stati distribuiti a diversi di noi. Siamo rimasti immobili un bel po’ di tempo, dopo, quando già lei non c’era più e non sapevamo che fare in quel piazzale piuttosto squallido, se non lasciare circolare dall’uno all’altro il nostro sbigottito silenzio. Ora rimane questa rosa sul mio tavolo e quando uscirò, fra poco, dovrò spostarla dove i due gatti non arrivano perché qui di certo la sfoglierebbero tutta come fanno sempre con qualsiasi pianta o fiore entri in casa.


Eravamo in tanti stamani e in molti ci conoscevamo e salutavamo, con brevi sorrisi e poche, asciutte parole. Nella mia città non c’è ancora un luogo laico per salutare chi se ne va e non è credente. La cappella della pubblica assistenza è piccola e si entra a pochi per volta, poi si esce in un’anticamera di poco più grande, quindi nel brutto piazzale dove oggi, per fortuna, c’è almeno il sole.


Guardavo un cane docile lì, in mezzo a noi, che a sua volta ci guardava perplesso dato che non sapevamo bene come fare e come muoverci e cosa dire. Dovremmo trovare, in  questa città, un luogo laico dove poter dire a voce alta quello che ciascuno di noi stamani pensava in silenzio.



Ora rimane questa rosa, per pochissimo tempo, e poi il ricordo delle esperienze condivise e della comune passione per ciò che non ha valore di mercato, ma rende migliore la nostra vita; come i film che ci fanno emozionare e pensare e alla cui diffusione, Daniela, ha dedicato molto della sua.


La foto è molto sgranata, ma mi piaceva il sorriso...

lunedì 11 maggio 2015

La domenica dei papaveri

Pensavo di non fare in tempo a vederli i papaveri del 2015, e invece ieri li ho anche fotografati, sia pure dal finestrino di un'auto che andava. Sono venuti un po' sfocati e per questo sembrano davvero i piccoli punti rossi resi celebri da Monet. 


Eravamo in fila e si trattava di una di quelle che ti fanno quasi pentire di essere uscita. Quando ci si muoveva era tutto un rosseggiare di papaveri e quando ci si doveva fermare, niente, nemmeno uno. Li ho fotografati lo stesso dal finestrino e il risultato è un orrore dal punto di vista tecnico; ma le foto mi inteneriscono perché, insomma, sono riuscita a vedere i papaveri anche quest'anno.


Ho preso gusto a fotografare dall'auto e infatti ho continuato inaugurando un nuovo gioco con il paesaggio che collega la mia città alla sua marina, snodandosi in parallelo al fiume; visto così, come il risultato di foto prese in corsa, quel paesaggio familiare può diventare quasi un luogo sconosciuto.


E' come la trasfigurazione tipica dei sogni in cui succede che i luoghi sono sempre quelli e non sono più quelli. Le finestre sono sghembe, le pareti si restringono e potrebbero schiacciarti o si allargano all'improvviso e potresti smarrirti, nella notte, tra i tronchi degli alberi che sembrano nere sagome di assassini; e allora, in sogno, corri sbigottita cercando il tuo riparo sicuro, la tua casa con il suo perimetro consueto. 




Quella di ieri, forse, sarà stata l'ultima domenica trascorsa come prigioniera del mio piede malconcio, impedita nelle minime cose della quotidianità non potendolo appoggiare. Così ho deciso di viverla all'insegna della capacità di godere del presente; ma perché questa capacità si dispieghi occorre liberarsi di quella parte del passato distruttiva che funziona come una zavorra. Bisogna cacciare via dalla mente il ricordo delle delusioni e delle disconferme, ma anche le paure che scaturiscono da ogni ferita, perché sia possibile concentrarsi sui piccoli piaceri che rendono bella la vita e che spesso ci sembrano banali.


Ho consumato il mio pranzo, accompagnato da un buon vino, sulle rive dell'Arno, in un ristorante nei pressi di uno dei tanti retoni tipici.


Quindi mi sono messa a oziare su una sdraio aspettando il volo di qualche gabbiano nell'azzurro... 


o osservando i ricami dell'acqua dopo il passaggio di una barca...


...e le foglie verdi e grasse della salvia fiorita.
E poi, al ritorno, si è trattato di dare la caccia ai papaveri

e di carezzare con lo sguardo la terra che di tanto in tanto sembrava pettinata come un giardino zen.

L'ultima tappa prima del rientro a casa e dell'iniezione serale di eparina è stato un piccolo bar /trattoria, popolare nell'aspetto e nei prezzi, con i tavolini anche all'aperto e quasi sulla strada. Lo frequentavo quando ero ancora studentessa per mangiare la zuppa toscana con cipolla cruda e le acciughe alla povera, bevendo un bel rosso; ma soprattutto nelle calde sere d'estate, per una fetta di cocomero o una granita alla menta.

In barba a qualsiasi prescrizione salutistica o dietetica ho avuto voglia di una spuma bionda fredda, che era la bevanda più consumata da grandi e piccini nei bar, non certo alla moda o all'avanguardia, del piccolo paese in cui sono cresciuta. Sorseggiandola (e sentendomi molto proustiana) pensavo che continuo a preferire le linee a spirale a quelle dritte perché mi piace coniugare trasformazione e permanenza e poter credere che niente si perde davvero, ma tutto, affetti, esperienze e persone, in qualche modo si recupera sotto mutate vesti. 


E continuando a sorseggiare la mia bevanda fuori moda consideravo anche un altro aspetto, legato al fatto che proprio accanto alla baracchina/bar/trattoria dove mi trovavo si offre, agli occhi desiderosi di bellezza, la bella basilica di San Piero a Grado, eretta nel luogo dell'antico porto fluviale pisano.


Pensavo che per me il fascino duraturo nel tempo di quel luogo, considerato nel suo insieme, è legato alla convivenza improbabile e affascinante tra l'arte nella sua più alta espressione e i minuscoli piaceri dell'esistenza riposti in un piccolo luogo accogliente, sia pure esteticamente discutibile e anche un po' bizzarro. Preferisco da sempre, infatti, il gioco delle differenze, all'artificiosa armonia del tutto omologato.

giovedì 7 maggio 2015

Il reale, il virtuale e il sonno di Ulisse


Finalmente Ulisse dorme pacificato. Finora non ha fatto altro che sognare; muoveva le zampette come se corresse, agitava la coda, faceva vibrare i baffi e tremolare le orecchie. Chissà se era rincorso o rincorreva; se c'eravamo anche noi umani, nelle sue visioni, o se invece aveva a che fare soltanto con un piccolo insetto tenuto d'occhio da sotto i vetri di una finestra.


Io mi incanto sempre a guardare un gatto che sogna. Un po' perché mi viene la tentazione di aiutarlo a fuggire o persino a ghermire la preda; mi fa tenerezza questo affannarsi per qualcosa che non esiste nella realtà degli odori e delle consistenze, ma solo in quella della mente. Un po' perché di questa esperienza affascinante che ci coinvolge tutti crediamo ormai di sapere, ma ogni volta che ci pensiamo in maniera meno superficiale ci sentiamo precipitare nell'universo del non senso.



Ulisse sta davvero rincorrendo un topo; o forse scappa da un cane o, ancora, cerca affannato un riparo dalla pioggia. Ma è anche vero che invece c'è il tepore del sole di maggio, c'è quiete e silenzio e lui ne è avvolto come me e come gli oggetti di questa stanza. Sta correndo, ma nello stesso tempo è immobile.


Non siamo nel bosco, non ci sono rami, tutt'attorno, ma libri e cuscini; non ci sono il mare o il cielo, ma immagini di mare, di cielo e di foglie, appese alle pareti. E così viene da domandarci quale sia davvero la realtà virtuale; forse è la sua di questo momento, il suo topo e il suo bosco inesistenti, oppure è la nostra, i libri che ci trasportano lontani nel tempo e nello spazio, le immagini di cielo alle pareti e i cuscini colorati di tutti i colori della terra.


Chissà cos'è il virtuale, se il fruscio delle foglie nel vento che accompagna la corsa illusoria di Ulisse, mentre lo osservo dormire sul divano, o questo silenzio immobile della casa, in un pomeriggio tiepido e pigro di maggio. Ora c'è una fantasia che mi attraversa la mente, inaspettata e tenera. So che chiuderò gli occhi per un poco, perché quando si è convalescenti i ritmi si scombinano, ed entrerò in quell'altra realtà, non so più dire quanto vera e quanto virtuale. Ulisse invece avrà aperto gli occhi e veglierà, forse un po' perplesso, il mio piccolo sonno fuori orario.

lunedì 4 maggio 2015

I papaveri del 2015

Papaveri 2014
Mi piacciono tanto i papaveri, non so bene perché, ma so che è un amore antico e che risale ai ricordi dell’infanzia. Mi piace quel loro piccolo cuore nero, mi inteneriscono quei petali rosso vivo, quasi trasparenti, come di seta delicata. Mi piace, forse, anche il loro ostinato nascere ovunque, nei luoghi più impensati e moltiplicarsi (sono considerati infestanti, credo).

Papaveri 2013
Crescono fra il grano, ma anche ai bordi delle strade, in mezzo alle erbacce, nelle "brutturie" dei prati non curati. Mi piacciono così tanto, eppure è ormai del tutto probabile che quelli del 2015 li avrò persi perché quando mi avranno liberato dal tutore al piede saranno ormai sfioriti.

Papaveri 2013
Demetra, la dea della perdita e della rinascita dopo il dolore, è rappresentata, nell’iconografia più antica, come Dea del papavero. Teocrito ce la descrive con entrambe le mani colme di spighe e di papaveri.
La dea dei papaveri, Creta.
E poi ce lo testimonia anche un’antica (e proprio non bella) raffigurazione di lei che si trova a Creta  e nella quale indossa un diadema che ha incastonati i baccelli della pianta. Secondo il mito, infatti, la dea riusciva a sedare il dolore per la lontananza  della figlia con infusi di questo fiore che l’aiutavano a dormire. E poi, forse, l'infuso era usato anche nei riti che le erano dedicati.

Papaveri 2013, all'imbrunire.
Il nome "papavero" è legato al termine “pappa”, sembra, perché un tempo veniva aggiunto al cibo dei bambini piccoli per farli dormire. Se ne faceva un grande uso in epoca vittoriana, ed è Marx che ce lo ricorda; ma il fenomeno, diversi anni prima che lui ne scrivesse, era stato oggetto di un’indagine di Engels sulle condizioni di vita della casse operaia in Inghilterra.

Marx & Engels in controsole - Berlino 2009
All’epoca uno sciroppo speciale per lattanti a base di oppio (il “
Godfrey’s cordial”) veniva venduto tranquillamente e usato dalle operaie per poter lasciare soli i figli piccoli o affidarli ai vicini senza che disturbassero e questo causò un aumento significativo della mortalità infantile. Oppio e laudano venivano consumati, poi, anche dagli adulti, in piena libertà di compravendita, e  nel caso dei lavoratori e dei disgraziati, servivano per stordirsi e lenire i morsi della fame e la fatica. 

Papaveri 2014
Il papavero è da sempre associato a esperienze cupe e alla morte. Secondo alcune versioni del mito, Ipno, il sonno, che unendosi con Notte aveva generato Morfeo, divinità dei sogni, era fratello della morte e davanti alla sua dimora fioriva una distesa di papaveri. Morfeo, a sua volta, stimolava sogni e illusioni nei dormienti solleticando le loro palpebre con dei papaveri rossi, di cui portava sempre un mazzo con sé. 

Papaveri 2013
A me sembra, però, che come Demetra, il papavero possa essere legato simbolicamente alla rinascita che segue la perdita, all’intreccio tra dolore della mancanza e gioia del ritrovamento…Insomma, per farla breve, quel fiore alto, nei campi, a me continua a piacere tantissimo.

Papaveri 2013

E’ sempre Teocrito che ci racconta come il papavero fosse nato dalle lacrime di Venere sparse per la morte dell’amato Adone. E altrove lo evoca, dopo i bianchi gigli, come dono d'amore: “ (…) e bianchi gigli ti porterei e il fragile papavero, dai petali scarlatti”. Doveva essere un po’ fissato con i papaveri come me, Teocrito!

I miei papaveri 2015 possono essere solo virtuali. Scelgo tra i tanti quelli di Monet: vado sul sicuro!