domenica 8 marzo 2015

Questa volta non mi va

Tamara de Lempicka, Andromeda incatenata, particolare
Quest’anno non mi va. E’ da un po’ che sento salirmi su dalle viscere un rifiuto quasi fisico dell’otto marzo. Questa volta non ci riesco. E’ come se fossi improvvisamente regredita a ciò che ne pensavo tanti anni fa, da ragazza. Negli ultimi anni, invece, mi ero convertita all’idea che nonostante il forte rischio della ritualità valesse la pena di usare questa giornata come occasione di riflessione sulle discriminazioni di genere.

Tamara de Lempicka, Il telefono
Dunque ho partecipato - spesso li ho organizzati io stessa – a eventi e momenti di incontro così concepiti e alcuni sono risultati anche molto interessanti; benché circoscritti, di fatto, a chi su quelle tematiche riflette già quotidianamente. Si è trattato, in sostanza, o così stamani mi pareva, di incontri incapaci di toccare chi vive la "festa" della cena per sole donne o la serata del goliardico spogliarello al contrario; di incontri incapaci ancor meno di toccare gli altri, quelli che continuano con convinzione a offendere, violentare e discriminare noi donne.

Tamara de Lempicka, Kizette in rosa, 1926
Quest’anno non ho voglia nemmeno di partecipare alle varie manifestazioni o intitolazioni o riesumazioni o eventi del tipo intervistiamo la tale, importante donna, che ce l'ha fatta ad assurgere a posizioni di potere. Che quest'anno non mi andava l’ho cominciato a capire un mesetto fa, accorgendomi che di giorno in giorno cacciavo dalla testa il pensiero del cosa organizzare dicendomi che c’era tempo, che me ne sarei occupata l'indomani e poi l'indomani successivo finché siamo arrivati a oggi, giorno della ricorrenza.

Tamara de Lempicka, La dormiente, 1931
Ma ricorrenza di cosa, poi? La tragedia dell’incendio nella fabbrica di New York (per alcuni di Chicago) in cui si pensava fossero morte 129 donne, chiuse dentro dal padrone, è quasi certamente un falso storico: non ve n’è traccia in alcuna fonte, così come sembra che non vi sia traccia nemmeno di risoluzioni proposte da
Clara Zetkin nella Seconda conferenza internazionale socialista del 1910, a Copenaghen, in relazione all’otto marzo.

Tamara de Lempicka, Idillio, 1931
Dunque: la festa la trovo adatta a chi per tutto l’anno non si pone il problema della propria autonomia e se ne ricorda in quest’unica data, intasando locali e pizzerie. La ricorrenza, che potrebbe avere un senso, per come è diventata la trovo insipida, a colori troppo pastello, ripetitiva e ormai decisamente stereotipata.


Sto pensando a come è duro denunciare che la discriminazione si condensa nell’urlo lacerante di fronte al sangue, alle botte e alla morte, ma non si ferma lì.

Tamara de Lempicka, La camicia rosa
C’è una linea di continuità tra le gambe tagliate dal corpo di una donna sconosciuta e ritrovate in questi giorni in Polesine e le ferite invisibili che spezzano simbolicamente la tenacia, il coraggio, i sogni di quelle di noi che  alla violenza fisica sanno sottrarsi, ma possono essere vittime designate di quella psichica. Quelle di noi che vogliono vivere esprimendo liberamente se stesse, il proprio pensiero e le proprie emozioni, sono guardate ancora con sospetto, sono oggetto di maggiori gelosie, possono generare paura e diffidenza negli uomini e soprattutto devono impiegare molte più energie di quante non ne occorrerebbero a uno di loro per essere riconosciute. E' così nei microcosmi intimi, ma anche nei luoghi di lavoro e in maniera ancora più forte in politica, dove a volte sembra di assistere a tutto un proliferare di donne usate come ancelle, un po' come in televisione avviene con le veline.  Non è sempre e per tutte così, ma l'eccezione è legata agli esempi positivi che non sono affatto la regola.

Penso, infine, e questa è la riflessione più triste sulla giornata, che spesso siamo proprio noi donne le peggiori nemiche di noi stesse.

Tamara de Lempicka, Ritratto di Poum Rachou 
Svilendoci, accontentandoci delle briciole d’amore, perdonando per principio, curando con dedizione e sollecitudine gli altri e assai meno noi stesse e soprattutto facendoci troppo spesso nemiche e rivali le une rispetto alle altre. No, quest’anno non mi va.

venerdì 27 febbraio 2015

Cavalleria rusticana al supermercato.

Questo pomeriggio al mio supermercato

Quando ero bambina non era possibile assistere a un concerto vero, al mio paese. La musica dal vivo arrivava in forma di orchestra di liscio per le feste da ballo o in forma di banda, la domenica e in alcune particolari ricorrenze. Avere la banda nel paese voleva dire garantire a tutti i ragazzi, anche a quelli di condizioni economiche più disagiate, di studiare musica e imparare uno strumento. Quando ero ragazzina la banda non c’era già più e all'occorrenza ne venivano chiamate da fuori; ma per molti anni c’era stata, come testimoniavano alcune foto che ritraevano mio nonno ancora abbastanza giovane in mezzo ai musicisti locali e con la bacchetta in mano; perché anche lui l’aveva diretta, la banda, e con quella bacchetta, che ora non saprei dire dove si trova e che allora era su un certo mobile del suo salotto, alcune volte ci giocavamo; giocavamo, appunto, a dirigere l’orchestra.

Mio nonno al centro con la sua bacchetta e l'orchestrina del paese.
Non saprei dire l'anno  (io, di certo, non esistevo ancora).
Sarà per questo che le bande mi piacciono, mi mettono allegria e mi commuovono nello stesso tempo.




E’ inconfondibile l’insieme di rumori che precede l’inizio di un concerto e, ecco, questi rumori mi hanno raggiunto inaspettati mentre al supermercato consueto, una certa Coop che frequento da sempre, stavo completando la mia spesa frettolosa con l’idea di rifugiarmi presto a casa e non uscire fino a domani. Invece mi sono fermata a lungo, sorridendo al luccicare degli ottoni e nell’osservare gli occhi raggianti dei bambini radunati intorno.


Gli stessi occhi che dovevo avere io da piccola, quando la banda attraversava suonando la strada principale e noi andavamo dietro, a  tempo, canticchiando, parlando e ridendo forte perché in quel caso non c’è proibizione alcuna, a differenza di come invece deve essere a teatro durante un’esecuzione.


Questo pomeriggio il maestro, tra un brano e l’altro, spiegava come funziona la filarmonica di Pisa, i corsi che ci sono, la preparazione che offre e che permette di accedere agli esami dei conservatori. Perché nella mia città, e questo è doloroso dirlo, ci sono tante coraggiose realtà musicali - scuole, cori, associazioni - ma non c'è un conservatorio.


Da tanti anni penso che sarebbe bello riunire in un unico spazio tutte queste realtà in una specie di casa della musica condivisa: grande, accogliente, vitale, capace di  diffondere ogni tipo di suono e di offrire formazione anche a chi non ha abbastanza risorse per pagare lezioni private; e mi piacerebbe, se questa casa ci fosse, che noi cittadini la sentissimo nostra, che potessimo andarci ad ascoltare o a suonare a piacere, che ne avessimo cura e rispetto, e che le istituzioni la promuovessero, la difendessero e garantissero molto di più della sua mera sopravvivenza.




Quando hanno cominciato a suonare, questo pomeriggio, mi sono appoggiata al mio carrello della spesa, a lato dei musicisti, intrecciando qualche parola con diverse persone che conoscevo e che si erano fermate come me ad ascoltare. Ho scoperto di non essere l’unica a sognare che la musica sia accessibile a tutti e diffusa in ogni luogo, compresi quelli del dolore o quelli delle faccende di tutti i giorni, come la spesa. Ho fatto tardi, rischiando di fare scongelare i surgelati già imbustati, ma mi piaceva troppo quell’insolito accostamento di Va pensiero e del valzer di Verdi, reso famoso da Il Gattopardo di Visconti, con il detersivo per la lavatrice, le pile di rotoli di carta igienica, la frutta o la verdura.


Luchino Visconti, Il gattopardo, scena del valzer

E sentire suonare lì, in mezzo a carrelli e scaffali, le note del preludio di Cavalleria Rusticana, è stato un po’ come vivere la piccola magia di tornare d’improvviso bambina. 

venerdì 13 febbraio 2015

L'erotismo, questo sconosciuto

Auguste Rodin, Il bacio, 1886. (Scattata nel 2010). 
Sconcertata dal successo del film sulle 50 sfumature di grigio come lo fui all'epoca di quello della corrispondente trilogia cartacea, sono andata a ricercare una nota che avevo scritto in relazione a quest'ultima. Il film non lo vedrò: penso che sia anche noioso; e i libri non li ho letti per intero, ma scorsi qua e là in libreria, per farmene un'idea, aggiungendo poi altre poche pagine trovate in rete. 
Trascrivo, sintetizzandola un po', la vecchia nota.

(...) Mi sono messa a ridere da sola leggendo, per esempio, dell'erotismo del quinto (!?!) dito del piede. Ecco il copincolla: ” Mi prende il piede sinistro, mi piega il ginocchio e si porta il piede alla bocca. Osservando ogni mia reazione, mi bacia le dita una alla volta e poi le morde tutte con delicatezza. Quando arriva al quinto dito, morde più forte, e io mugolo, fremente. Mi fa scivolare la lingua sul collo del piede, e non riesco più a guardarlo: è troppo erotico."

Dopo il brivido di orrore estetico suscitato dalla descrizione del baciapiede ecco un'altra citazione, vergognosa per il riferimento in chiave positiva alle torture e ai roghi dell'inquisizione:

“Di colpo, mi sembra di aver viaggiato nel tempo ed essere approdata nel Sedicesimo secolo, durante l’Inquisizione spagnola. [...] Il pavimento è di legno antico verniciato. Sulla parete di fronte alla porta campeggia una grossa croce di legno a forma di X. È di mogano lucido, con cinghie sui quattro bracci. Sopra di essa c’è un’ampia griglia d’acciaio appesa al soffitto – quasi due metri e mezzo per lato – da cui pendono corde, catene e manette di ogni genere”. 


No, non ho comprato questi porno-melò di successo che in alcuni alberghi hanno sostituito la bibbia nel comodino. Non solo perché sfogliandoli in libreria ho realizzato che sono scritti malissimo, ma anche perché mi generano una specie di arrabbiata repulsione l'espressione "erotismo al femminile" e la poco sensata "erotismo soft"(!!??!) a essi associate. Mi sembra, infatti, che alludano a una differenza di interesse per la sessualità tra i due generi (assatanati i maschi, annoiate o rassegnate alla pratica sessuale maschile le femmine) più che ad alfabeti e interpretazioni, anche un po' specifiche, dei gesti e delle parole dell’amore.


Mi irrita, poi, l'idea che il desiderio al femminile venga associato, secondo i più vieti luoghi comuni, alle dinamiche del sado-masochismo. Mi dà fastidio, cioè, che ci si rappresenti vogliose di mettere in scena anche a letto la sottomissione e dominazione che la storia ci ha imposto o, in alternativa, il loro rovesciamento simbolico speculare ottenuto brandendo un frustino e saltellando con i tacchi a spillo sulla pancia di qualcuno che ne è felice. 


Credo che la sessualità e l'erotismo siano un modo per comunicare attraverso il corpo attrazione, emozioni e sentimento nei confronti di un'altra persona.


Un modo per mostrarsi nudi, non tanto e solo nel senso letterale del termine, come può avvenire, che so, dal medico, ma nudi perché ci si lascia andare alla sincerità dei gesti; nudi nelle nostre fragilità che sono fatte anche di brividi, di arrossamenti e pallori, di battiti accelerati del cuore e di sospiri.


Cosa c'entra l'umiliante e logora simbologia dei frustini con tutto questo? I frustini, per me, non hanno niente a che vedere con una sessualità legata all'amore. Non so se una persona che si eccita con i frustini debba farsi curare o meno e non mi esprimo qui perché è una questione complessa; quanto meno, però, dovrebbe riflettere sulla sua idea dei rapporti. Per me l'amore è reciprocità e complicità, non sottomissione o conquista. 

sabato 31 gennaio 2015

Gli ex, gli amori, la trasformazione degli amori.

Il termine “ex” non mi piace. 
Aubrey Beardsley, Illustrazioni da Salomè, 1894

Ex marito, ex moglie, ex compagno o compagna, ex suoceri, ex compagna del compagno, ex compagno della compagna, ex cognati e così via. Lo so, è difficile trovare altre espressioni, però è bruttissimo questo prefisso “ex”. Sono convinta, infatti, che le relazioni significative, quelle in cui ci sono stati davvero dei sentimenti, dei sogni condivisi, delle confidenze importanti, non si perdano mai completamente e che se finiscono si possano trasformare in sentimenti di altra natura e non sprofondino nell’abisso del nulla. Mettere in pratica questo, però, può spaventarci e di certo ci complica la vita perché ci costringe a fare i conti con il passato, con noi stessi e anche con le relazioni del qui e ora. 

Aubrey Beardsley, Illustrazioni da Salomè, 1894

Guardandomi intorno noto, invece, che lo sport praticato dalla maggior parte degli ex (uomini o donne non fa differenza) è la denigrazione dei propri ex. Spesso si tratta di una vicendevole denigrazione.
Un ex può arrivare alla calunnia gratuita per rassicurare il nuovo partner rispetto a gelosie retrospettive oppure per fare bella figura, mostrandosi vittima senza alcuna responsabilità rispetto alla fine del rapporto e magari anche al suo inizio. 
Alla categoria degli ex rabbiosi e calunniatori si affianca, poi, quella degli ex che spariscono per non dover ripensare al perché profondo della fine di una relazione. Sono quelli che sostengono che capita così e che siamo come foglie al vento che non decidono o determinano niente, mosse solo dal destino; quelli del si ama e del non si ama più perché sì. 
Sono quelli che identificano innamoramento e amore, che si fermano al primo e pretendono che si prolunghi all’infinito e per questo, quindi, prima o poi si deludono.

Aubrey Beardsley
Si deludono se l’innamoramento non è abbastanza corrisposto, e in questo caso è comprensibile, ma molto di più se lo è, perché in questo secondo caso, con il conoscersi meglio e frequentarsi di più, emergono anche le difficoltà oltre alle gioie. 
L’innamoramento è idealizzazione totale del rapporto e dell’altro e per questo non può durare in eterno, ma per non esaurirsi deve trasformarsi in qualcosa di più profondo: l’amore, appunto. L'amore comporta l'accettazione dei limiti dell'altro e delle inevitabili zone d’ombra o delle crisi del legame che ci unisce a lui. 
L’innamoramento ci sorprende alle spalle senza che possiamo deciderlo, ma trasformarlo in amore è una scelta. Ci sono persone che non possono scegliere di amare perché non si sentono esse stesse degne di amore. Queste persone, però, si innamorano e quando accade tendono a diventare dipendenti da chi secondo loro non le ama abbastanza e rincorrono, implorano, soffrono ansie indicibili per una risposta in ritardo a un banale sms o se il cellulare dell’altro squilla a vuoto.


Aubrey Beardsley, Apollo insegue Dafne, 1896

Non è amore: è ricerca di conferma del proprio valore. A queste stesse persone può capitare di svalutare chi, invece, le ricambia e riesce a scorgere i loro lati più sensibili o profondi, i loro sogni, il loro volto migliore: insomma, proprio quello che magari aspirerebbero a essere, ma che non si riconoscono come proprio. Non ha valore chi ama chi non ha valore: è questa la drammatica regola che determina le loro scelte sentimentali. Ma ancora una volta non c’entra niente l’amore. 
Ex: un brutto prefisso che indica soltanto il nostro analfabetismo sentimentale. Bisognerebbe imparare, invece, a rendere creativa la solitudine e a usarla per comprendere e gestire da persone adulte i nostri affetti.

Aubrey Beardsley

venerdì 16 gennaio 2015

Il fascino della divisa

Questa e le immagini seguenti sono tratte dla film
"I 400 colpi" di 
François Truffaut.
Lei è una ragazza minuscola più dello zaino rosso che ha sulle spalle. Credo che sia una studentessa delle medie, a occhio e croce. Lui sta facendole un verbale di multa e ha il volto fiero e soddisfatto. Lei parla sottovoce, a testa bassa e mi sembra che stia per piangere quando le chiede il nome di un genitore e poi di parlare più forte e poi ancora più forte.



Premessa: penso che sia giusto pagare il biglietto dell'autobus e anche sanzionare chi non ce l'ha, però...Però questa ragazzina mi fa pena, soprattutto per il modo con cui la multa gli viene comminata, direi quasi con gusto, ma capisco che qui cado nell'illazione.
Mi faccio vicina e mi offro di darle io un biglietto, che può succedere di non averlo. Lei solleva la testa e mi guarda con un largo sorriso, ma lui, dopo un secondo di perplessità, dice che no, ormai non si può. Insisto, perché credo che un verbale si possa annullare e mi rivolgo agli altri passeggeri, chiedo pareri...Niente. Hanno facce cattive e rancorose già di prima mattina e soprattutto sono identificati con il "machemenevieneame" che qualifica sempre più persone in questo paese. 


Una volta discesa la rincorro per vedere di quanto è la multa. 80 euro. Mi accorgo che sono discesi anche i controllori (erano quattro su quell'autobus) e allora ci vado a parlare, anche se ormai serve a poco, ma per sapere se davvero non si può annullare un verbale. Ridacchiano, imbarazzati, e uno risponde il suo banale e prevedibile "ecchenneso" e mi guardano come se quella strana fossi io. 
Ripeto: penso che il biglietto vada pagato. Però, un po' di intelligenza, un po' di garbo umano, anche nello svolgere una mansione difficile, non farebbe che bene. Vedendo questa ragazzina forse il controllore poteva anche solo dire che gli dispiaceva, ma che non poteva fare altrimenti. Sorriderle invece di assumere l'espressione di un arcangelo Gabriele con la spada sguainata.



Sono tre i casi di suicidio adolescenziale nelle nostra provincia in poche settimane; tre casi sui quali, attoniti, gli adulti si interrogano. Ecco, partiamo anche da qui: dalla rigidità di alcuni di noi, incapaci di distinguere tra chi mette un atto un comportamento abitudinario e chi lo fa eccezionalmente; partiamo dallo stereotipo o dall'indifferenza che mostriamo ai ragazzi e forse capiremo perché, a volte, a quell'età si può perdere la fiducia nel mondo  fino a voler fuggire da dove non si può tornare mai più

lunedì 5 gennaio 2015

Una data non significa niente.


Ieri, da casa dei miei.
Una data non significa niente, mi dico. E poi è un numero persino brutto, dal punto di vista grafico. E’ il terzo anno che questa data non si festeggia più e che alzandomi, la mattina del cinque gennaio, cerco di credere davvero che una data non significa niente. Ecco che preparo il cibo per i due mici che già mi si strusciano alle gambe e che ogni mattina - e perciò anche questa, una data non significa niente – aprendo la porta della mia camera trovo già lì; in attesa, ma silenziosi.

Blu è quella a sinistra e Ulisse quello a destra.
Guardano perplessi una sconosciuta che scuote qualcosa dalla finestra
Rispettano il mio sonno e perciò anche stanotte non mi hanno svegliata; una data non significa niente.

Ulisse in primo piano e Blu nello sfondo, pensosa.
Poi mi preparo la colazione consueta, il primo caffè, una fetta di torta, lo yogurt - stamani con l’aggiunta di pinoli e di miele – e mentre la moka borbotta il suo buongiorno apro gli avvolgibili e lascio entrare il sole; metto su anche la lavatrice, perché una data non significa niente. Caricando il detersivo nella vaschetta l’odore mi riporta immediatamente indietro nel tempo. Non di molto, di poco più di tre anni. L’odore di una camera di ammalata per me è un misto tra quello dei disinfettanti e quello dell’acqua di rose con la quale mia sorella cercava di sovrastarlo, imbevendone un batuffolo di cotone e massaggiandole il volto delicatamente. 


Rapunzel, Emma Florence Harrison
Mi dico che non ci devo pensare e cerco di fare programmi allettanti per la giornata, ma ogni piccola cosa mi genera una catena di idee che mi riportano sempre al solito punto di partenza:  a una data, questa; e ogni associazione di pensieri, di sensazioni olfattive e di immagini è una specie di pugno allo stomaco. Mi viene in mente che ho la sua cuffietta di nascita, piccolissima, perché era gemella e dunque sottopeso. Ce l’ho perché mi ha seguito nei vari traslochi con la bambola alla quale da bambina l’avevo fatta indossare, ma ora che la bambola si è frantumata sotto il peso degli anni non so più dove l’ho messa e con l’ultimo recente trasloco non è l’unico oggetto che ancora non trovo. Mi preparo il secondo caffè, lo porto sul tavolo e accendo il computer accingendomi a scrivere che una data non significa niente; lo faccio, credo, per fare uscire la tristezza da dentro e condividerla con qualcuno, non posso sapere chi, che leggerà e che di sicuro ha provato qualche volta sentimenti simili. Lascio anche entrare nella mente l'immagine che ho cacciato indietro ieri e nei giorni precedenti: la sedia vuota nei giorni di festa. E penso che devo andare avanti e sorridere, anche se un po’ più sola, un po’ più sperduta.

Agrigento, tra gli aranci, tre o quattro anni fa.