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lunedì 17 ottobre 2016

Di sogni e di conigli



“Harvey” è un bellissimo film di Henry Koster del 1950. Non ero ancora nata, all’epoca, dunque l’ho visto solo in televisione e ogni volta ho sentito di amarlo ancor di più della precedente. Il protagonista, Elwood P. Dowd, interpretato da James Stewart, è un uomo dolce, affabile, sensibile e simpatico che afferma di avere come amico un coniglio bianco alto due metri (Harvey) con il quale condivide le passeggiate, la conversazione e ogni altra esperienza.


Questa sua bizzarria genera non pochi imbarazzi alla sorella, che di per sé lo accetterebbe anche così com’è se non avesse a che fare con le reazioni degli altri. Elwood viene internato, ma alla fine la sua illusione avrà la meglio e l’amico immaginario apparirà sulla scena dimostrando la propria esistenza allo psichiatra e agli stessi spettatori.



Ho amato questo film, molti anni fa, perché parla in maniera intelligente e tenera allo stesso tempo dell’universo della follia; cioè di qualcosa che tocca in maniera molto intensa la mia sensibilità e i miei interessi, allora come oggi. Ciascuno di noi esseri umani, folle o normale, ha i propri Harvey. 



Riteniamo di sapere per certo quali comportamenti metterebbero in atto in determinate circostanze le persone che ci sono care e quali, invece, non potrebbero mai e poi mai appartenere loro. Questo sentimento di certezza ha a che fare con la fiducia e, in ugual misura, con i sogni. E’ ciò che ci permette di lasciarci andare, di allentare le difese, di stabilire territori di intimità ben distinti rispetto a quelli nei quali ci sentiamo soli e incompresi; ma è, nello stesso tempo, ciò che ci rende fragili e dipendenti da coloro che amiamo, dall’immagine che abbiamo di loro che non solo ci piace, ma ci conforta e ci dà certezze e speranze indispensabili per attraversare le avversità senza esserne sopraffatti.




Può capitare di rimanere feriti dal comportamento di un gruppo o di una persona inconciliabile con l’immagine che ne avevamo e che ci piaceva, confortava, dava speranze e incrementava la nostra fiducia nell’umanità. Allora, se il dolore è particolarmente intenso, quando ci sembra di dover ridefinire tutto, i contorni delle cose e di noi stessi tra le cose, ci chiediamo, anche per il passato, se abbiamo avuto a che fare con persone reali o con amici immaginari da noi stessi creati per poter attraversare il vuoto e la mancanza di senso.


Quando questa domanda si affaccia alla nostra coscienza ci lascia scossi e come spersi in un universo che improvvisamente appare immenso e cattivo: un deserto freddo, notturno, senza orizzonti, mentre la sabbia si solleva in rapide spirali di vento e si posa sulla pelle, sui capelli e sulle vesti, cancellando le nostre impronte e annullando, così, anche i ricordi più cari.


Ma, forse, la domanda che dovremmo porci in questi casi è un’altra e ci viene suggerita dal film stesso. In una delle scene più toccanti il protagonista spiega allo psichiatra che sua madre gli ricordava spesso come nella vita occorra scegliere se essere astuti o amabili e che lui, pur sapendo che sarebbe stato più conveniente farsi astuto, aveva sempre ritenuto preferibile essere amabile. Forse dovremmo credere che l’avere generato illusioni di solidarietà e condivisione rispetto a gruppi o a singole persone sia comunque importante. L’illusione, infatti, non è menzogna e inganno; essa è fatica e costruzione razionale, ma anche, nello stesso tempo e soprattutto, leggerezza, fiducia, capacità di mettersi in gioco e di rischiare le proprie sicurezze. 

giovedì 7 maggio 2015

Il reale, il virtuale e il sonno di Ulisse


Finalmente Ulisse dorme pacificato. Finora non ha fatto altro che sognare; muoveva le zampette come se corresse, agitava la coda, faceva vibrare i baffi e tremolare le orecchie. Chissà se era rincorso o rincorreva; se c'eravamo anche noi umani, nelle sue visioni, o se invece aveva a che fare soltanto con un piccolo insetto tenuto d'occhio da sotto i vetri di una finestra.


Io mi incanto sempre a guardare un gatto che sogna. Un po' perché mi viene la tentazione di aiutarlo a fuggire o persino a ghermire la preda; mi fa tenerezza questo affannarsi per qualcosa che non esiste nella realtà degli odori e delle consistenze, ma solo in quella della mente. Un po' perché di questa esperienza affascinante che ci coinvolge tutti crediamo ormai di sapere, ma ogni volta che ci pensiamo in maniera meno superficiale ci sentiamo precipitare nell'universo del non senso.



Ulisse sta davvero rincorrendo un topo; o forse scappa da un cane o, ancora, cerca affannato un riparo dalla pioggia. Ma è anche vero che invece c'è il tepore del sole di maggio, c'è quiete e silenzio e lui ne è avvolto come me e come gli oggetti di questa stanza. Sta correndo, ma nello stesso tempo è immobile.


Non siamo nel bosco, non ci sono rami, tutt'attorno, ma libri e cuscini; non ci sono il mare o il cielo, ma immagini di mare, di cielo e di foglie, appese alle pareti. E così viene da domandarci quale sia davvero la realtà virtuale; forse è la sua di questo momento, il suo topo e il suo bosco inesistenti, oppure è la nostra, i libri che ci trasportano lontani nel tempo e nello spazio, le immagini di cielo alle pareti e i cuscini colorati di tutti i colori della terra.


Chissà cos'è il virtuale, se il fruscio delle foglie nel vento che accompagna la corsa illusoria di Ulisse, mentre lo osservo dormire sul divano, o questo silenzio immobile della casa, in un pomeriggio tiepido e pigro di maggio. Ora c'è una fantasia che mi attraversa la mente, inaspettata e tenera. So che chiuderò gli occhi per un poco, perché quando si è convalescenti i ritmi si scombinano, ed entrerò in quell'altra realtà, non so più dire quanto vera e quanto virtuale. Ulisse invece avrà aperto gli occhi e veglierà, forse un po' perplesso, il mio piccolo sonno fuori orario.