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mercoledì 3 dicembre 2014

Piccola storia di questo pomeriggio


Tamara de Lempicka, Ritratto di Susy Solidor, 1933

Fammi un po’ vedere. Ah, sì, è nella zona del cinema, quindi la troverò senz’altro. Un’occhiata frettolosa alla mappa di google senza accorgermi che la sto interpretando come fosse rovesciata, e via, in auto, in direzione della sconosciuta via Fausta Cecchini alla periferia di Pisa. Cerco una traversa a destra di via Bargagna, in direzione fuori città, mentre invece è una traversa a sinistra e così comincia una via crucis perché a destra non c’è niente e quel che c’è non ha nome.

Tamara de Lempicka, Autoritratto sulla Bugatti, 1925

Giro in lungo e largo, anche attraverso i miei ricordi. Toh, guarda, questo cortile l’ho affittato per poco per un compleanno di mio figlio piccolo! Ah, ecco, qui abitava la tale che frequentavo – ma non eravamo proprio amiche amiche – prima che nascesse mio figlio! Ah, e qui abitava l’amica carissima che ho perso di vista perché le nostre strade si sono divaricate parecchio e che proprio due giorni fa ho deciso di  cercare perché ho voglia di rivederla, dopo tanti anni. Entravo da quel vialetto e il portone della sua casa era quello in fondo.


Tamara de Lempicka, Rafaela su fondo verde, 1927

Si fa tardi e comincia  a prendermi un pochina d’ansia perché via Cecchini non si trova. Comincio a girare a caso, apro il finestrino e chiedo. Sono tutti desolati, allargano le braccia, ma non l’hanno mai sentita nominare. Ma ecco che finalmente la vedo: il cartello è seminascosto dalla prospettiva e ci parcheggio sotto. Scendo…No, questa è via Bargagna, con la posta in cui ho fatto la fila una volta accompagnando un’altra persona, la farmacia, il bar, un negozio di abiti…; sembra via Cecchini, ma è considerata via Bargagna...; ma allora dove sono gli ingressi di via Cecchini e come prosegue la via alla curva, a destra, a sinistra? Insomma riprendo l’auto e comincio un’altra via crucis a finestrino aperto. Scusi sa dov’è via…? Eccetera. No, mi spiace, non lo so. Molti dei molti che fermo non sono italiani come origine. La domanda, allora, si trasforma in “Scusi, in che via siamo?” Stessa risposta e stesse braccia allargate, nel segno universale che indica la desolazione rassegnata.
Tamara de Lempicka, Andromeda, anni '20
Ecco che vedo finalmente una scuola ed è l’ora dell’uscita pomeridiana: chiedo alle mamme, ai nonni, alle tante persone; ci abitano, ci portano i bambini, ne sapranno il nome! Non conoscono la via, non sanno il nome, si guardano l’un l’altro come se avessi chiesto loro di indicarmi dove si trova la pietra filosofale. Mi sembra impossibile. Alla fine parcheggio vicino al cartello con il nome della via Cecchini che non si capisce bene in che direzione si espanda; mi piazzo in un punto qualsiasi, a caso, e costeggio a piedi tutte le entrate, dato che il numero non c’è in nessuna, fino a trovare la targhetta del mio medico che il mercoledì visita in questo nuovo studio.


Tamara de Lempicka, Ritratto del dottor Boucard, 1929

Cosa sono venuta a fare? Ho una forma noiosa di tracheite che mi colpisce ogni tanto da quando, anni fa, ho smesso di fumare e per la quale di solito mi viene prescritto un ciclo di aerosol. E poi, una volta dentro, gli dico anche che su insistenza di alcune amiche, per certi malesseri strani degli ultimi tempi, vorrei fare come per le macchine: un tagliando e controllare i livelli. Ride e ride anche il suo apprendista stregone in odore di esame di stato e rido anch’io. Sono tanti anni che non faccio una visita medica. Mi chiedo se devo dire 33 e come devo fare i respiri da auscultazione.


Tamara de Lempicka, La convalescenza, 1932

Mi guida lui e dice che va tutto bene; mi riallaccio il vestito dopo che mi hanno auscultata in stereo (cioè in due, lui e il medico giovane, ciascuno con il suo stetoscopio), prendo la ricetta dell’aerosol, vado a piedi alla vicina farmacia e torno a casa. Non sono mai stata ipocondriaca e mi sono sempre fidata dei segnali del mio corpo cercando di prevenire quando sono di avvertimento. Perché anche il dolore o lo stress o le preoccupazioni o le delusioni possono fare stare male e allora bisogna agire su quel fronte prima ancora di prendere farmaci e questo è ciò che sto facendo per i malesseri strani che hanno preoccupato le mie amiche. Salgo le scale di casa a corsa e predispongo la mia macchinetta per l’aerosol sicura che i gatti si spaventeranno al rumore; poi mi rilasso, la mascherina sul volto, e penso.




Ho perso un pomeriggio intero, nella periferia di una piccola città, per trovare una via e un numero civico. Ho vagato tra abitanti che non conoscono il nome delle vie del quartiere in cui vivono e ho resuscitato anche un po’ del mio passato. Smarrita e sbigottita per questo, ma anche piena di stimoli atti a generare catene di pensieri, mi dico che è quasi come se avessi fatto un viaggio, una gita alla scoperta di un altro paese, mentre invece ero solo a poche centinaia di metri da casa e nella mia città. Però l’aerosol mi ha fatto proprio bene. Ora, perciò, mi preparo e fra poco  esco e vado al cinema. 


Tamara de Lempicka, Saint Moritz, 1929