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domenica 21 settembre 2014

La gioia di vivere


La Toscana è la mia terra: ne amo i colori, i profumi, le storie. Mi piace scoprirne nuovi angoli e magari condividere buoni piatti in un piccolo borgo qualsiasi. Ho trascorso, così, una domenica gioiosa, eppure venata anche un po' di malinconia.


La malinconia è un sentimento vitale che si genera, spesso, dalla paura di perdere qualcosa di prezioso che ci fa stare bene. Si lega alla gioia di vivere e può arrivare, improvvisa, a interrompere un intreccio di battute e risate, come un brivido sottile per il primo freddo d’autunno.


In questa mia domenica irrompe, per esempio, nel ricordare che il “dolce e forte”, tipico della cucina toscana più antica, era uno dei piatti che preparava la mia nonna. Oppure attraversando il nastro grigio della strada che divide le distese di ulivi contorti dai filari di viti, guardando i profili dolci delle colline e già immaginando i colori appassionati dell’autunno. O perché, ecco, riconosco il verde dei piccoli vetri dei pali della luce che brillano al sole come quelli di quando ero piccola e che non si trovano più.


Nel guardarli mi commuovo come di fronte a un’opera d’arte.




Con il cuore già predisposto alla commozione ho poi la fortuna di assistere a uno spettacolo bello e coinvolgente che parla di attese vane, di perdite, del senso della vita e della Storia. Si intitola “La bimba che aspetta” ed è scritto e interpretato da Elisabetta Salvatori. La sua voce calda, il violino, la chitarra e la fisarmonica rendono viva una storia del passato, ma anche le leggende create attorno a essa nello sfondo di speranze di mondi migliori e di utopie di altri tempi. Poi l’auto che corre nella notte scura, il cuore che batte forte e nella mente il giallo dei campi ancora profumati d'estate.

domenica 9 febbraio 2014

Una domenica


Quando ero piccola la domenica era scandita da precisi rituali.
Discesa giù dalla chiesa di Montecatini Val di Cecina. 
Fa parte di una serie di foto scattate in corsa e comunque,
 i ricordi, sono sempre un po' tremolanti e vaghi. 
Noi bambini a mezzogiorno in punto si sciamava contenti dalla discesa della chiesa al suono delle campane a festa. C’era la tavola con una tovaglia più bella e di certo avremmo mangiato le patatine arrosto. Avevamo fretta di essere a casa e poi, appena varcata la soglia, fretta di poterne di nuovo uscire, di ritrovarci tra simili, di scambiarci confidenze segrete, di meravigliare i più piccoli e di farci meravigliare dai più grandi.
Luoghi di fuga
Montecatini Val di Cecina 
Mi rivedo sempre che correvo di qua e di là; anche su per le salite più ripide, correvo. Avevo le ginocchia sbucciate per le cadute e le gambe graffiate perché mi infilavo tra i rovi con quell’urgenza di vivere che mi rendeva assolutamente inaffidabile quanto a obbedienza.
La mia scuola elementare, ora in abbandono.
Montecatini Val di Cecina
A volte mi nascondevo da qualche parte e ascoltavo la voce di chiunque mi chiamasse, la mamma o i miei compagni, con la stessa apparente indifferenza e immobilità. Mi piaceva sorprenderli e restavo nascosta il più a lungo possibile, prima del momento esatto in cui la gioia per il mio riapparire avrebbe potuto trasformarsi in un sentimento negativo.
Luoghi di fuga
Montecatini Val di Cecina
Questa che volge alla fine è una domenica come tante, forse un po’ più pigra di altre. Non sparecchio subito, non stendo i panni subito, non ripongo subito le carte ammucchiate che avrei voluto mettere a posto stamani. Mi assopisco sul divano, invece, incoraggiata dal ronfare di uno dei due mici. Non sono abituata a dormire dopo pranzo e deve essere per questo che lì per lì, svegliata di soprassalto da un rumore proveniente dal piano di sopra, mi stupisco un po’ di essere qui e non altrove. Non ci sono i bambini (i miei amici, voglio dire) e non riconosco l’odore della casa né ciò che vedo dalle finestre.
Avevo stabilito di prendere una decisione, oggi. Non una decisione ufficiale, formale. Una decisione vera, però, solenne, di quelle che riguardano qualcosa dentro di sé, ma che non si devono nemmeno comunicare a qualcuno. Una decisione di quelle che ci fanno stupidamente chiedere al destino di darci un segno per capire. Quella decisione l’ho presa, nel lento oziare di questa domenica come tante. Senza fare rumore, senza che nessuno se ne sia accorto. Le decisioni importanti non vogliono suoni di fanfare, ma hanno bisogno di coraggio. Per trovarlo la cosa migliore è sempre quella di lasciarsi avvolgere un po’ dalla malinconia.
Finestra di camera mia
Montecatini Val di Cecina

sabato 18 gennaio 2014

L'arte della felicità


Pioveva, pioveva e pioveva quando sono uscita di casa, la mattina. E pioveva ancora nel pomeriggio e ancora la sera, quando sono entrata al cinema. Il cervello, l’anima, il cuore, tutto, insomma, mi sembrava fradicio di pioggia e quando mi sono seduta, sia pure al caldo, per ragioni le più varie ho continuato a sentirmi un po’ come il gatto di “Colazione da Tiffany” quando Audrey Hepburn lo caccia fuori dal taxi e lo abbandona nella pioggia, miagolante, disperato e stupito. Via gatto, via! Vai via! Perché quel gatto lì non aveva diritto ad altro nome che “gatto” e così mi sentivo io, ieri sera al cinema, con tutta quella pioggia.

Colazione da Tiffany, 1961
Con il cuore stretto, quando il gatto viene cacciato nella notte  piovosa di New York, noi non sappiamo ancora che dopo il culmine della disperazione ci saranno un abbraccio, un lungo bacio appassionato e per tutti e tre, donna, uomo e gatto, una nuova vita. 

L'arte della felicità, di Alessandro Rak
Pioveva anche nel film ieri sera. Un bellissimo film, una rara armonia poetica di musica, segno grafico e colori che non avrà, temo, grande visibilità. Forse quello che mi è piaciuto di più tra i tanti che ho visto nell’ultimo anno. 


Il mondo era rigato di pioggia e visto per lo più solo da dentro un taxi infestato di cicche, tra vecchie foto ingiallite e una lettera sigillata, posata lì, sul cruscotto. Leggila su, dai, leggila anche a noi, leggila a voce alta! Ma lui non ci ascolta e noi, poveri spettatori impotenti, volgiamo di nuovo lo sguardo, insieme al suo, di là da quei vetri rigati di pioggia, verso il mondo delle periferie degradate, dei sacchi di spazzatura abbandonati, tra i vicoli e per le strade di Napoli.



Però riusciamo anche a vedere qualcosa di diverso:  frammenti di giardini dell’infanzia, di palazzi bellissimi e misteriosi. E soprattutto di tanto in tanto dei balocchi un po' desueti come quelli che anche noi, a volte, immaginiamo siano ancora lì, quasi ad aspettarci, sul tappeto di un salotto che non c’è più ed era quello di quando eravamo bambini.


Ci si può sentire come un taxi nella pioggia battente quando non si vede niente oltre al grigio del mondo là fuori. E se capita di sentirsi così ci sembra che le persone, con le loro piccole storie, i loro piccoli segreti, salendo e scendendo, ci sfiorino soltanto, per brevi attimi, per una fugace carezza ricambiata, ma senza che di noi resti traccia nella loro vita. E’ questo che pensa il protagonista quando, nella pioggia, alza verso l’alto le sue mani di pianista che non vuole più suonare, urlando a un cielo sordo e cieco il suo dolore. 



Hanno grossi tronchi gli alberi, nel film, sono ben radicati nella terra e le loro chiome frusciano al vento, musica nella musica, a scandire le stagioni, i giorni che rincorrono i giorni, le ore che si sovrappongono alle ore, i minuti che quando si è felici volano via ancor più rapidamente. E c’è tutto quello sprecare, nel film e nella vita di ciascuno di noi, quel buttare via occasioni di gioia e abbracci e strette di mani. Gettiamo anche le parole; quelle che si preferisce non dire e restano sospese e altre che si preferisce non leggere o non ascoltare. Sacchi di spazzatura, grigio, pioggia che dilava via il passato.

Losanna, anno e luogo imprecisati. Così accade per i ricordi, anche quando la data e le coordinate spaziali ci sono.

La perdita, la memoria, i ricordi che fanno male e bene, l’oblio che ci permette di mettere a fuoco solo ciò che in quel momento o in quell’altro vogliamo rendere vivo oscurando tutto il resto: di questo parla “L’arte della felicità”. Rammentandoci che non ci può essere gioia alcuna se non si attraversano con coraggio anche la malinconia e la disperazione della perdita. Senza nascondersi, senza fuggire. Il film sta per finire quando la lettera sigillata viene aperta e quelle parole risuonano nella sala e dentro di noi, portando gioia e dolore. Finalmente non piove più, a Napoli; il cielo ora è azzurro e noi, a questo punto, non sappiamo distinguere la realtà dall'immaginato, ciò che vediamo da ciò che si riflette nello specchio dei nostri desideri.

Berlino 2009, luogo che non ricordo

Perché i pensieri e i sentimenti sono inafferrabili come i sogni; e le parole, quelle degli addii e quelle dell’amore, ugualmente impalpabili. 
L’arte della felicità è racchiusa nel presente, nel saper riconoscere lo sguardo che qui e ora si intreccia con il nostro e non restare prigionieri del passato, ma ricamarlo di nuovi colori per trovarlo ancora, vivo, dentro di noi. Quando sono uscita piovigginava un po’, ma l’ombrello non l’ho aperto. 



venerdì 20 settembre 2013

La ragazza della foto



La ragazza della foto era la mia nonna; si chiamava Maria e l’ho conosciuta quand’era ormai provata dai troppi dolori, ma non sconfitta. Per questo, nei momenti di maggiore difficoltà o scoramento, la sua immagine mi accompagna sempre, come un dolce invito a non lasciarmi andare, a reagire, a mostrare coraggio e passione vitale. La ricordo con una veste scura a piccoli disegni bianchi; una veste frusciante sopra due gambe ancora belle nonostante l’età.



Mi capita, qualche volta, di cercare tra la folla una veste di donna come la sua e anche mani come le sue, così diverse dalle mie, così affusolate e sottili e con la pelle delicata, ma capaci di una stretta forte e salda. Cerco anche, per le strade, il profumo di lavanda dei cassetti e degli armadi di quella donna; di quella donna che aveva un nome che è parte del mio. Cerco di avvolgermi nel suo dolore antico quando devo attraversare il mio, e cerco il suo sorriso generoso, il suo sguardo intenerito dal troppo soffrire, ma non arreso. Rivedo le foto dei suoi figli – uno morto a 18 anni e l’altro a 22 - accanto al mio lettino, nella sua casa che ora è di altri. Li conoscevo più che se li avessi conosciuti quand’erano vivi. Li conoscevo nella verità di ciò che aveva rappresentato la loro perdita, attraverso le parole della sua reiterata narrazione che si frapponeva, testarda, tra la vita e la morte, più forte e ostinata di ogni ragionevolezza.



Con quel suo parlare come se la potessero ascoltare, proprio attraverso me, grazie alla mia piccola presenza ancora non corrotta dalle insidie della ragione, volava in alto sopra il dolore e l'irreparabile; attraverso me che, così piccola, potevo ancora non distinguere del tutto la differenza tra la realtà di fuori e quella di dentro.

Volterra, per me, è prima di tutto il luogo
in cui vivevano i miei nonni materni
Anche stamani esco a rincorrere quella veste scura a piccoli disegni bianchi e ho fortuna. C'è più avanti, sulla mia strada, una sagoma di donna vestita in modo simile a quello, che la ricorda nell'incedere, nelle forme. La tentazione di chiamare è fortissima, ma mi tengo lontana, mi accontento di guardare. Cammino, un passo dietro l’altro, un passo dietro l’altro e mi stupisco di scorgere, riflessa nelle vetrine, una bambina con un corpo di donna, una donna con i miei vestiti. E intanto li guardo, passeggiando da sola, tutti questi umani che portano dipinta in faccia, ignari, la loro piccola sorgente segreta di gioia o il loro rimpianto.


Leggo le rughe, gli sguardi degli uomini e quelli dei bambini; e la fretta delle donne con le sporte cariche e i passi e l’andatura di ciascuno. E soffro, come talvolta mi succede, di non poterli prendere tutti per mano, anche i cattivi, anche quelli che si distruggono e si uccidono nella paura o nella propria stessa invidia. Soffro di non poterli prendere per mano per dire loro, sussurrare, cantare, urlare le cose vere della vita che anch’io, che tutti noi, qualche volta perdiamo di vista.