| Aprile 2016: le ultime foto scattate nel giardino della casa dei miei. (Questa e le altre) |
Poi
c’erano le interdizioni; per esempio non si doveva andare al cinema e - se ci
fosse stato, ma non c’era - nemmeno a teatro né dedicarsi ad altri divertimenti
pubblici o privati. Se si scriveva bisognava listare di nero con la penna il foglio e la
busta o, a scelta, tracciare in un angolo in alto un segmento nero. Poi
c’erano, ancora, le tappe prefissate del ricordo: dopo un mese, dopo tre, dopo
nove e non so più quali altre. C’era una
partecipazione collettiva al lutto. Quel nastro o quella patacca nera alle
giacche degli uomini, che da ragazzina mi sembravano così obsoleti e che a volte
trovavo persino ipocriti, ora li capisco un po’ di più. Tutti quei segni servivano
per palesare agli altri che anche se si diceva buongiorno o buonasera con il
sorriso sulle labbra dentro di noi c’era una ferita aperta e sanguinante. Ci si
sentiva avvolti e protetti dalla consapevolezza di chi ci avvicinava e meno soli nel proprio
dolore.
Oggi ci si vergogna persino un po’, quando si è in lutto. Si teme di essere noiosi, inopportuni, egocentrici. Ci si sforza di non
andare con la conversazione su quell’argomento, che invece è sempre lì in agguato, come un
tarlo, in qualche angolo della mente.
Ci vogliono fino a due anni, secondo la
maggior parte degli studi, per elaborare un lutto. Cioè perché un dolore
aggressivo si trasformi in un dolore dolce. In questi due anni la persona che
non c’è più accanto a noi viene ad abitare dentro di noi per vivere di una
diversa vita. Un po’ come se traslocasse, si sposta da fuori a dentro di noi
con tutte le sue foto, i suoi oggetti più cari, la sua immagine riflessa dallo
specchio, la sua risata, il suo sguardo.
Ma finché tutto questo trasloco dal
fuori al dentro di noi non è finito, ci si sente strani. Capita anche che si abbia
voglia di rivedere tutto: le gerarchie delle cose che contano di più e di
quelle effimere, che non sedimentano niente, che non seminano e non hanno
germogli.
Le nostre relazioni le passiamo al vaglio con severità anche
eccessiva, tagliando fuori il dubbio o l’attesa, e nostro malgrado assumono un
diverso significato in relazione alla prova del lutto. Sopravvivono quelle
nelle quali ci si è sentiti più liberi di essere se stessi, di portare il
proprio dolore muto sapendo che ne saremmo stati consolati con abbracci e parole.
Come
le relazioni, anche gli oggetti si caricano di significati nascosti, magici.
Possono avere poteri malefici, precipitarti nel baratro del non senso, oppure
benefici, strappandoti un sorriso per il ricordo di gioia che hanno
resuscitato.
Due anni fa ho traslocato da una casa a un’altra, con grande
strapazzo, fatica, disorientamento dovuto a quell’altalena di paura e di
speranza che le novità importanti portano sempre con sé.
Questo trasloco di ora,
però, dal fuori al dentro, è molto, molto più duro. In questo momento sono proprio in mezzo al guado. Non ho voglia
di fare vacanze o di festeggiare il mio compleanno imminente, e sarebbe la prima volta. Spesso sento il bisogno di avvolgermi di silenzio, evito lo spreco di energie, cerco di concentrarmi sulle
cose che contano e sugli affetti che mostrano maggiore generosità e solidità.
E’ un'altra domenica mattina
di lutto, questa. Tutto procede regolarmente. Ho avviato la lavastoviglie, preparato la lista della spesa e
quella delle mail da scrivere. I gatti sono qui, vicini. Certo non sanno perché da più di due mesi i miei gesti sono diversi e il mio passo dentro la casa più incerto, ma
capiscono che qualcosa non è e non sarà più come prima e mi osservano con quei
loro occhi grandi e spalancati.
Poi si avvicinano, a turno, per strusciarmi al polpaccio
i loro feromoni della felicità e rendermene, così, anche un po’ partecipe.
Gli avvolgibili sono abbassati quasi del tutto, per lasciare che le ombre si
muovano, amiche, dentro la casa. La lavatrice ha terminato il suo ciclo e non c'è più minaccia di pioggia. Vado a stendere, con questo caldo asciugheranno presto.

