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domenica 24 luglio 2016

Strani traslochi

 
Aprile 2016: le ultime foto scattate nel giardino della casa dei miei. (Questa e le altre)
Nei miei ricordi di bambina ci sono anche quelli delle espressioni di lutto. Al mio paese il lutto si traduceva, per le donne, con il vestirsi di nero per un tempo variabile a seconda del grado di parentela o anche per sempre, per le vedove, e per gli uomini con un nastro nero alla manica della giacca, all’altezza del braccio, o con un grande bottone nero di stoffa pesante all’occhiello, sempre della giacca, sul risvolto del collo.


Poi c’erano le interdizioni; per esempio non si doveva andare al cinema e - se ci fosse stato, ma non c’era - nemmeno a teatro né dedicarsi ad altri divertimenti pubblici o privati. Se si scriveva bisognava listare di nero con la penna il foglio e la busta o, a scelta, tracciare in un angolo in alto un segmento nero. Poi c’erano, ancora, le tappe prefissate del ricordo: dopo un mese, dopo tre, dopo nove e non so più quali altre. C’era una partecipazione collettiva al lutto. Quel nastro o quella patacca nera alle giacche degli uomini, che da ragazzina mi sembravano così obsoleti e che a volte trovavo persino ipocriti, ora li capisco un po’ di più. Tutti quei segni servivano per palesare agli altri che anche se si diceva buongiorno o buonasera con il sorriso sulle labbra dentro di noi c’era una ferita aperta e sanguinante. Ci si sentiva avvolti e protetti dalla consapevolezza di chi ci avvicinava e meno soli nel proprio dolore. 



Oggi ci si vergogna persino un po’, quando si è in lutto. Si teme di essere noiosi, inopportuni, egocentrici. Ci si sforza di non andare con la conversazione su quell’argomento, che invece è sempre lì in agguato, come un tarlo, in qualche angolo della mente.



Ci vogliono fino a due anni, secondo la maggior parte degli studi, per elaborare un lutto. Cioè perché un dolore aggressivo si trasformi in un dolore dolce. In questi due anni la persona che non c’è più accanto a noi viene ad abitare dentro di noi per vivere di una diversa vita. Un po’ come se traslocasse, si sposta da fuori a dentro di noi con tutte le sue foto, i suoi oggetti più cari, la sua immagine riflessa dallo specchio, la sua risata, il suo sguardo.



Ma finché tutto questo trasloco dal fuori al dentro di noi non è finito, ci si sente strani. Capita anche che si abbia voglia di rivedere tutto: le gerarchie delle cose che contano di più e di quelle effimere, che non sedimentano niente, che non seminano e non hanno germogli.



Le nostre relazioni le passiamo al vaglio con severità anche eccessiva, tagliando fuori il dubbio o l’attesa, e nostro malgrado assumono un diverso significato in relazione alla prova del lutto. Sopravvivono quelle nelle quali ci si è sentiti più liberi di essere se stessi, di portare il proprio dolore muto sapendo che ne saremmo stati consolati con abbracci e parole.



Come le relazioni, anche gli oggetti si caricano di significati nascosti, magici. Possono avere poteri malefici, precipitarti nel baratro del non senso, oppure benefici, strappandoti un sorriso per il ricordo di gioia che hanno resuscitato.



Due anni fa ho traslocato da una casa a un’altra, con grande strapazzo, fatica, disorientamento dovuto a quell’altalena di paura e di speranza che le novità importanti portano sempre con sé.



Questo trasloco di ora, però, dal fuori al dentro, è molto, molto più duro. In questo momento sono proprio in mezzo al guado. Non ho voglia di fare vacanze o di festeggiare il mio compleanno imminente, e sarebbe la prima volta. Spesso sento  il bisogno di avvolgermi di silenzio, evito lo spreco di energie, cerco di concentrarmi sulle cose che contano e sugli affetti che mostrano maggiore generosità e solidità.



E’ un'altra domenica mattina di lutto, questa. Tutto procede regolarmente. Ho avviato la lavastoviglie, preparato la lista della spesa e quella delle mail da scrivere. I gatti sono qui, vicini. Certo non sanno perché da più di due mesi i miei gesti sono diversi e il mio passo dentro la casa più incerto, ma capiscono che qualcosa non è e non sarà più come prima e mi osservano con quei loro occhi grandi e spalancati.



Poi si avvicinano, a turno, per strusciarmi al polpaccio i loro feromoni della felicità e rendermene, così, anche un po’ partecipe. Gli avvolgibili sono abbassati quasi del tutto, per lasciare che le ombre si muovano, amiche, dentro la casa. La lavatrice ha terminato il suo ciclo e non c'è più minaccia di pioggia. Vado a stendere, con questo caldo asciugheranno presto.