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Salento profondo, settembre 2018 (Questa e le successive sono state scattate a San Cesario, Ortelle, Spongano e Castro) |
La ricostruzione razionale può anche uccidere
il passato, cristallizzandolo, se non si mette in dialogo con quella
emozionale, con la capacità di immaginare, di immedesimarsi, di fare ricorso
alla catena biopsichica che legga i vivi a quelli che non ci sono più.
Riappropriarsi
di un passato perduto, alla fin fine, è un atto di equilibrio tra vari opposti:
ciò che è stato e ciò che sarà, ma anche il volontario e l’involontario o la
ricostruzione di immagini e quella più onirica e impalpabile legata agli odori,
ai sapori, alle sensazioni date dal toccare e dall’essere toccati.
Di tutto questo abbiamo discusso in
una Summer School che si è tenuta nella prima settimana di settembre 2018, cercando
di ricostruire una storia frammentata e dimenticata legata all’identità di una
comunità salentina.
In uno dei tanti paesi dell’entroterra,
San Cesario, tutto, dal 1906 e per quasi due terzi del XX secolo, ruota attorno a un luogo di produzione che rappresenta sicurezza e lavoro per molte
famiglie e crea una ricchezza enorme per i suoi proprietari: la distilleria De
Giorgi.
Autonoma, moderna, fiorente e prospera, improvvisamente, un
giorno, cessa di pulsare di vita.
Il luogo, una volta chiuso, subisce per
molti anni le offese dell’abbandono finché, finalmente, viene trasformato in un
museo.
I vecchi macchinari, gli utensili, i cartelli, le etichette, le
locandine pubblicitarie e le bottiglie: tutto viene recuperato per essere utilizzato
in una lunga processione ostensiva di oggetti e di parole.
Ci sono anche le foto
che il primo proprietario stesso aveva voluto affidare al fotografo in voga all'epoca.
Parlare del passato, della perdita di memoria e identità, non basta per recuperarlo. Bisogna anche un po' abitarlo, lasciarsene avvolgere, giocare con il tempo, ed è proprio ciò che cerchiamo di fare.
Per otto interi giorni rendiamo viva la distilleria-museo, vi pranziamo e ceniamo con cibo cucinato alla
maniera tradizionale, con vino prodotto in Salento e gustando l’anisetta,
schietta o allungata con acqua gelida, ma sempre con dentro al bicchiere, per aromatizzarla, un piccolo chicco di caffè.
Il liquore principale della distilleria, il più noto, la vera invenzione di Don
Nicola, il capostipite o “il principale”, come veniva chiamato dai suoi operai,
compare persino in una scena di Casablanca,
in bella vista su un tavolo accanto al quale Humphrey Bogart ci guarda con
l’espressione di uno che è già prossimo al sacrificio amoroso compiuto in nome
di un più alto ideale.
La distilleria, all'epoca del suo massimo splendore, era un mondo
impenetrabile dall’esterno i cui alti cancelli delimitavano la zona cui era
impossibile accedere se non vi si svolgeva una qualche mansione.
Era l’anima
viva di un intero paese, eppure preclusa, inattingibile se non per gli operai
che non dovevano distrarsi mentre alambicco e ingranaggi erano attivi e
producevano spirito, liquori, vini, ma soprattutto la materia prima, l’alcool per altri produttori di liquori, e dunque da vendere persino su, nel nord efficiente,
freddo e distante.
Il bellissimo museo di archeologia
industriale ubicato nella ex sede della distilleria, pieno di richiami e suggestioni, ha anche qualcosa di inquietante
perché entrandoci si ha la sensazione di penetrare in un non tempo; ovvero in
un tempo che assomiglia a quello del gioco dei bambini quando mettono in scena
le gesta incomprensibili di adulti giganti, di guerrieri che danno o ricevono la
morte fisica e spargono sangue.
Il tempo è quello di un attimo
infinitamente dilatato, come accade anche nei sogni o nella nostra interiorità,
nella quale sono compresenti tutte le età che abbiamo vissuto e quelle che
vivremo.
E’ lo stesso presente cristallizzato in cui si articola la temporalità
della follia, fatta di ripetizioni, di analogie, di ecolalia, di cerchi
concentrici sui quali ricalcare le proprie stesse orme per sempre.
Nei giorni passati a San Cesario e dintorni raccogliamo notizie, racconti, studi di esperti. Facciamo noi stessi confronti,
cerchiamo analogie con le pagine note della storia, con i meccanismi perversi e
ricorsivi del potere e del silenzio degli universi perdenti, ma abbiamo consapevolezza, tuttavia, che tutto ciò, pur necessario, non basti per
capire.
Nel mondo immobile di quel passato
cristallizzato cominciamo allora a muoverci cercando di fare affiorare
le sensazioni più infantili, le emozioni più arcaiche, le vibrazioni dei
materiali considerati morti e che morti forse ancora non sono: il ferro, il legno, le
pietre.
Dobbiamo considerare un altro equilibrio ancora, difficile da
realizzare, tra la parte viscerale e quella razionale di noi, tra il desiderio
di controllo che ci viene assicurato dalle parole e dalle loro concatenazioni
logiche e quello invece della perdita del qui e ora, del viaggio iniziatico che
permette di squarciare nebbia e oscurità per essere catapultati nel tempo in
cui le macchine pulsavano e c’erano odori, rumori, voci ora sommesse, ora
dispiegate, a regolare il lavoro.
Leggiamo i molti cartelli che
cercavano di suggerire a chi faticava in quel luogo identità e comportanti
consoni. Ordine, coscienziosità, alacrità, utilità, produttività, controllo.
Buffo trovare continuamente questi inviti scritti, affissi nelle pareti di un
luogo atto a produrre l’effimero, l’inutile che però più utile non si può. Ci
si ricorda, allora, che Noè, non appena uscito dall’arca e ritrovato il
contatto con la terra madre, per prima cosa vi pianta una vite in segno di
gratitudine e di buon auspicio.
Spirito, spiritoso, intelligente,
spirituale… Una catena di associazioni analogiche ci ricorda che bellezza e
intelligenza devono darsi la mano e avvolgersi di poesia perché le tracce del
passato non si perdano nel nulla e trovino un senso.
Proprio per dare significato al nostro breve
percorso di riscoperta, al termine cerchiamo di condividerne
i risultati con la comunità in forma di performance, quasi uno spettacolo che
spettacolo non vuole essere del tutto, perché nessuno di noi è un attore o un
regista di professione.
Però ci sforziamo di mettere in scena le nostre emozioni come se lo
fossimo, attori e registi, perché la drammatizzazione è un’arte che in un certo senso tutti sanno
esercitare e che si impara quando si è molto piccoli. E ci piace farlo rompendo
i ruoli tradizionali, specialmente quelli che definiscono i rapporti accademici
e più in generale propri dei luoghi di lavoro.
Così cerchiamo di far battere i nostri
cuori all’unisono riproducendo amplificato nel nostro corpo, con le mani, quel
primo ritmo binario a cui veniamo esposti quando ancora siamo nel grembo
materno e siamo destinati a riproporre per sempre in mille modi diversi e
persino con le braccia, cullando i nostri piccoli come noi stessi siamo stati
cullati.
Il cuore che batte significa vita e facendo battere rumorosamente i
nostri ci pare di mettere in scena il desiderio di animare il cuore grande di
una comunità intera, rendendo visibili le catene di sofferenza, di fatica, di
paura, di sfruttamento che si accompagnano al pulsare dell’esistenza, al
riprodursi dei sentimenti d’amore, di amicizia, di lealtà, di stima, di
rispetto o di rabbia.
Con le bottiglie trasformate in
maracas diamo vita allo sciabordare antico delle donne chiamate un secolo
fa a sciacquare quelle della distilleria e considerate, nel paese, come delle poco di buono in quanto lavoratrici, cioè non solo casalinghe, ma disposte ad
accattarsi un guadagno attraverso il lavoro, come gli uomini.
Le pietre parlano un loro speciale
linguaggio. Penso alle mie, mentre sono lì, cioè quelle di Volterra che lassù,
in alto, conservano il mistero delle impronte fossili di conchiglie, in una
nostalgia acquatica improbabile.
Guidati da un artista ci cimentiamo con il precario equilibrio di sculture fatte con le pietre, cercando di muovere
piano e con maggiore consapevolezza le mani e il corpo e così imparando a
nostre spese che nessun equilibrio è fisso, che niente ci è garantito nella
durata, che tutto si modifica e che dobbiamo anche noi essere disponibili alla
mobilità, dunque all’imperfezione, alla fragilità e all’errore.
Dotare di senso, in fondo, è sempre
un’interpretazione e per interpretare bisogna dare ali all’immaginazione e al
gioco, osando accostamenti nuovi ed esplicitando, con lealtà, che di niente si
può essere del tutto sicuri su ciò che non è più, ma che possiamo costruirne la
memoria solo insieme, in rete, in tanti, e serbarla come un tesoro scoperto e
condiviso.
“Un posto per ogni cosa, ogni cosa al
suo posto”. Ci identifichiamo senza saperlo in quel monito scritto più
volte sulle pareti della distilleria, per poi disattenderlo. Abbiamo, infatti, delle postazioni prestabilite di scena. Ognuno deve stare su una certa linea
dell’immaginario rettangolo di palcoscenico e ha qualcuno a destra, qualcuno
a sinistra e cerchiamo con qualche difficoltà di memorizzare
ciascuno il proprio posto per poi scordarcene al momento dello spettacolo.
Qualcuno allora, a turno, si chiede a voce alta chi dovrebbe essere in fila davanti
a lui e chi dietro, chi dovrebbe entrare prima e chi dopo, e qualcun altro,
sempre a turno, dice che non bisogna preoccuparsene dato che tutto, poi, si aggiusta da solo. Ogni persona al suo posto, un posto per ogni
persona.
Siamo convinti di conoscere i luoghi
familiari semplicemente perché ci siamo cresciuti e magari abbiamo cominciato a
sognare mondi diversi tra quelle certe pietre o quel certo verde o in quella certa
terra riarsa dal sole o in quell’altra impervia e disomogenea. Siamo convinti,
cioè, di possedere la memoria dei luoghi in cui viviamo. Invece la storia è
impietosa e può cancellare del tutto dalla nostra coscienza anche un passato
importante e comune, soprattutto quando è legato a qualcosa di traumatico.
Così può accadere, per esempio, per l’esperienza
della guerra. Chi si è trovato a dover sopravvivere alle morti giovani dei
propri amici, nelle trincee umide o nell’insidia invisibile dei campi minati,
non riesce a raccontare e se lo fa ricostruisce in maniera niente affatto fedele,
esaltando alcuni aspetti o censurandone altri, mitizzando e idealizzando oppure
ovattando tutto in una sorta di nebbia che nasconde l’inspiegabile,
l’inquietante, l’insensato.
Le comunità, in fondo, non funzionano
diversamente dagli uomini singoli. La loro memoria collettiva subisce le stesse
impietose leggi che regolano quella dell’individuo e pretendere di evocare i
ricordi e il passato soltanto a furia di documenti e razionalizzazioni non
aiuta per niente.
La memoria del passato – lo sosteneva lo stesso Freud –
affiora da chissà quali profondità proprio quando meno ce lo aspettiamo,
resuscitata da tracce arcaiche legate a recettori di contatto, che poi sono i
primi di cui ci serviamo per conoscere il mondo.
Sono i ricordi che ci visitano, sempre
secondo Freud, e noi dobbiamo solo riuscire ad accoglierli, ad amplificarli, a
lasciarcene stordire, ad abitarne la vertigine, ad arrenderci all’idea che
creano squarci nell’inafferrabile eternità e per un attimo ci permettono di
tenerla in pugno.
E dobbiamo anche accompagnare le parole e a volte sostituirle con altri alfabeti.
Protagonista del nostro viaggio
pedagogico è infatti la musica, in tutti i suoi volti e di tutti i tipi: ritmata,
melodica, antica, nuova, inventata, persino. Rappresenta la nostra linea
di continuità con il passato, forse la sola dimensione capace di garantire
l’equilibrio tra il dentro e il fuori personali e collettivi, tra il giocoso e
il serio, tra il materiale e l’inafferrabile.
Quando non si trovano le parole per
spiegare, si può sempre cantare, si può sempre suonare, magari con strumenti
improvvisati, battendo le mani o i piedi, dimenandoci, sollevandoci e poi cercando
il suolo per trarci di nuovo su, come quando al mattino ci alziamo e
precipitiamo dal confuso al distinto acquisendo un confine corporeo e
mantenendo una distanza, sia pure variabile, con cose e persone con le quali di
notte ci confondiamo anche percettivamente.
Quando le parole non bastano, si
può sempre cantarle e allora diventano ricche e raccontano molto, molto di più,
a chi le sa ascoltare e far risuonare dentro e tutto attorno a sé, con gli
altri, mano nella mano; perché siamo, prima di ogni altra cosa, umani.