Al cinema si piange un po’ così, come la
protagonista del bel film che ho visto, con le lacrime che scivolano lente
rigando le guance e le dita che cercano di asciugarle e non fanno rumore. Era
un bel po’ che non mi capitava, come invece mi è successo stasera, quando ormai
la storia del film di Ken Loach volgeva, rapida, verso la fine.
Nonostante una
mattina pesante, dopo una settimana abbastanza difficile, ero uscita di casa
serena, anzi, contenta, per una buona notizia. Ma proprio prima che iniziasse lo spettacolo il bip dell’sms di notizie me
ne ha portata un’altra, inaspettata e di segno opposto alla precedente.
Ecco perché mi sono
commossa: perché il film parlava anche di me, questa sera, seppure attraverso
il punto di vista di persone legate a universi tanto distanti dal mio. Persone ridotte
ai margini, a fare i conti con la sopravvivenza, con le scarpe sdrucite, con
l’impossibilità di comprare gli assorbenti, con la necessità di dar via per
pochi soldi le proprie povere suppellettili e i mobili di una vita. Quanto
spesso ci capita di provare amarezza, o dolore, nell’accorgerci che la nostra esistenza,
la direzione che può prendere, i colori dei quali può o meno rivestirsi,
dipendono troppo dalla decisione di altri?
Ci umilia e ferisce considerare che
la nostra serenità è legata alla loro ottusità o alla loro intelligenza, al loro
coraggio o al loro essere servili, alla loro sensibilità o alla loro
indifferenza. E’ una sempre più rara capacità quella di vedere nell’altro un
volto, anziché un numero di una serie; cioè una persona: preziosa, irripetibile,
unica.




