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giovedì 16 ottobre 2014

Di quale stoffa sono fatti i nostri desideri


I volti bianchissimi, come nella morte, le labbra che pur nel bianco e nero o nel seppia si indovinano in qualche modo vermiglie, perché è solo e tutto lì che si è raggrumato il sangue che ci fa vivi. E, ancora, gli occhi cerchiati tutt’attorno di nero, i capelli scomposti, corvini o bianchissimi, lo sguardo oltrepassante, tipico della follia in certe sue manifestazioni, il passo lento, solenne, cadenzato o a piccoli movimenti rapidi, in una specie di corsa grottesca e innaturale. E poi quella specie di “ebetudine stuporosa” degli occhi dilatati e di una sorta di stato catatonico, descritta dall’antropologia come difesa utilizzata per non essere catturati, perché così, immobili, fingendoci di pietra o già morti, nessun mostro predatore si impossessi di noi.


Come nel mondo della follia, infatti, nel film gli esseri umani si fanno cose, ma viceversa le cose sembrano animizzarsi, avere poteri umani, persino parlare. Il pavimento sghimbescio pare quasi spostarsi sotto i piedi, il soffitto abbassarsi, le pareti restringersi, le porte dilatarsi e spalancarsi come bocche sgangherate e terribili. Sono dipinti d'arte i fondali del film e la telecamera è fissa, come un occhio enorme, dilatato e immobile spalancato sull'infinito.






E’ stato un godimento totale, ieri sera, guardare su grande schermo la copia restaurata alcuni anni fa de “Il gabinetto del dottor Caligari”, per di più con la musica dal vivo. Un po’, personalmente, perché mi faceva pensare all’amatissimo “Nosferatu” di Marnau, successivo di soli due anni, ma anche alle lunghe mani di ragno, alla loro danza elegante e agli occhi cerchiati nel pallore del volto di Klaus Kinski, nei panni dell’altrettanto amato e più moderno e malinconico Nosferatu messo in  scena da Herzog.


Un po’ perché questo film racconta di tutte le questioni centrali sulle quali si interroga la filosofia, quella vera, fin dalle sue origini, a partire dalla domanda delle domande: se davvero questo tavolo che tocco o questo computer su cui sto digitando i miei pensieri, per renderli materiali e fermarli, siano più reali di quei pensieri stessi lasciati liberi o dei miei desideri, dei miei sogni, del mio fantasticare felicità possibili, delle mie paure e dei miei incubi.




C’è una realtà impalpabile, inafferrabile, ma profondissima, che prende nomi diversi a seconda del proprio sguardo sul mondo. In religione viene chiamata “anima”, ma io ne rivendico la natura indipendente e laica: è il nostro mondo interno, ma anche la nostra rete di affetti. Non si afferrano l’amore o la paura, eppure danno spessore e senso all’esistenza. Non si afferra il desiderio, non si afferrano i sogni che popolano le nostre notti e allo stesso modo non si afferrano i ricordi o il passato , eppure esistono e sono reali, sebbene fatti di un’altra stoffa rispetto a quella dei nostri abiti, con i quali ci nascondiamo o mascheriamo per il mondo. Sono la nostra storia, la nostra identità stessa.




Ecco: forse è questo che mette in scena il film, la nostra nudità emotiva. Una nudità che ci sgomenta e atterrisce perché rende meno significativo il confine tra il mondo della normalità, che si autodichiara tale, e il mondo della follia. Quando il dottore dei matti viene trattato come un matto, mentre si dimena disperato prigioniero dello strumento di tortura che in quegli anni segnava una distanza, data dal potere, tra chi rinchiude e segrega in un’altra realtà e chi vi è rinchiuso e segregato, noi siamo come ipnotizzati dal biancore.


E ci accorgiamo, allora, che i camici degli psichiatri e la camicia di forza dei pazzi hanno lo stesso colore: il bianco che annulla fantasia, sogni, deformazioni creative e colorate della nostra realtà; tutto ciò, insomma, che non ci fa sembrare scontato più niente e ci invita a pensare e a sentire con altri occhi.