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lunedì 5 gennaio 2015

Una data non significa niente.


Ieri, da casa dei miei.
Una data non significa niente, mi dico. E poi è un numero persino brutto, dal punto di vista grafico. E’ il terzo anno che questa data non si festeggia più e che alzandomi, la mattina del cinque gennaio, cerco di credere davvero che una data non significa niente. Ecco che preparo il cibo per i due mici che già mi si strusciano alle gambe e che ogni mattina - e perciò anche questa, una data non significa niente – aprendo la porta della mia camera trovo già lì; in attesa, ma silenziosi.

Blu è quella a sinistra e Ulisse quello a destra.
Guardano perplessi una sconosciuta che scuote qualcosa dalla finestra
Rispettano il mio sonno e perciò anche stanotte non mi hanno svegliata; una data non significa niente.

Ulisse in primo piano e Blu nello sfondo, pensosa.
Poi mi preparo la colazione consueta, il primo caffè, una fetta di torta, lo yogurt - stamani con l’aggiunta di pinoli e di miele – e mentre la moka borbotta il suo buongiorno apro gli avvolgibili e lascio entrare il sole; metto su anche la lavatrice, perché una data non significa niente. Caricando il detersivo nella vaschetta l’odore mi riporta immediatamente indietro nel tempo. Non di molto, di poco più di tre anni. L’odore di una camera di ammalata per me è un misto tra quello dei disinfettanti e quello dell’acqua di rose con la quale mia sorella cercava di sovrastarlo, imbevendone un batuffolo di cotone e massaggiandole il volto delicatamente. 


Rapunzel, Emma Florence Harrison
Mi dico che non ci devo pensare e cerco di fare programmi allettanti per la giornata, ma ogni piccola cosa mi genera una catena di idee che mi riportano sempre al solito punto di partenza:  a una data, questa; e ogni associazione di pensieri, di sensazioni olfattive e di immagini è una specie di pugno allo stomaco. Mi viene in mente che ho la sua cuffietta di nascita, piccolissima, perché era gemella e dunque sottopeso. Ce l’ho perché mi ha seguito nei vari traslochi con la bambola alla quale da bambina l’avevo fatta indossare, ma ora che la bambola si è frantumata sotto il peso degli anni non so più dove l’ho messa e con l’ultimo recente trasloco non è l’unico oggetto che ancora non trovo. Mi preparo il secondo caffè, lo porto sul tavolo e accendo il computer accingendomi a scrivere che una data non significa niente; lo faccio, credo, per fare uscire la tristezza da dentro e condividerla con qualcuno, non posso sapere chi, che leggerà e che di sicuro ha provato qualche volta sentimenti simili. Lascio anche entrare nella mente l'immagine che ho cacciato indietro ieri e nei giorni precedenti: la sedia vuota nei giorni di festa. E penso che devo andare avanti e sorridere, anche se un po’ più sola, un po’ più sperduta.

Agrigento, tra gli aranci, tre o quattro anni fa.