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mercoledì 12 marzo 2014

Le relazioni umane e il Bosone di Higgs




Una bellissima lezione quella che ho ascoltato oggi, tenuta da Guido Tonelli, uno dei più importanti protagonisti della scoperta che ha portato nel 2013 all'assegnazione del premio Nobel per la fisica a Peter Higgs e François Englert.
Il titolo  era, infatti, "Da Galileo al Bosone di Higgs" ed è stata una lezione di filosofia e di politica con la fisica nel sottofondo. Nel sottofondo, non perché non importante; al contrario.



Una passione profonda è tale, infatti, quando riesce a cambiare la visione stessa del mondo, dei rapporti tra gli uomini e di quello che stabiliscono con la natura.




Oggi ho imparato diverse cose di fisica e siccome sono curiosa è stato piacevole e gratificante; ma non è questo il punto principale. Il punto è l'invito che il relatore ha rivolto ai tanti giovani presenti perché non demordano di fronte ai loro sogni e non ascoltino la voce cauta di chi li mette in guardia rispetto alle illusioni o alle difficoltà e agli ostacoli. Ci ha fatto capire che lo scienziato – e l’ho sempre pensato, del resto – è un visionario e un sognatore che tenta ciò che è ritenuto impossibile e per questo diventa anche capace di costruire e disponibile a farlo. 




E’ riuscito a trasformare una scoperta scientifica in una storia lunga tanti anni e ce l’ha raccontata con le parole e con le immagini, che erano, spesso, foto di situazioni e persone, di occhi entusiasti e di gesti di esultanza dopo la scoperta o di momenti di lavoro. Ci ha detto dei tanti ostacoli, delle tante volte nelle quali l’ipotesi sulla quale molte persone, in tutto il mondo, stavano lavorando, è sembrata completamente sbagliata al punto da dover abbandonare tutto e ci ha reso partecipi, poi, dell’euforia finale, dell’emozione legata non certo solo agli aspetti tecnico-scientifici della scoperta; ma all’avere ostinatamente voluto proseguire in un un’impresa ritenuta quasi folle perché convinti di potercela fare. E forse anche perché consapevoli che i sogni e la passione sono ciò che dà senso alla vita e perciò non bisogna tradirli mai.


Higgs ed Englert hanno 81 e 85 anni quando viene scoperto il Bosone. Ne hanno dovuti aspettare 50 perché la loro ipotesi risultasse corretta. 
Ci ha ricordato l’umiltà, quella dell’essere tutti figli della terra – terra, humus – perché ciò che conosciamo non è che una goccia insignificante rispetto alla vastità dell’inconosciuto. E anche che l’errore è un modo per apprendere e migliorare del quale non dobbiamo mai vergognarci né avere paura. E  poi, soprattutto, ci ha raccontato la sua avventura come un’avventura condivisa, fatta di legami tra esseri umani, di litigi, ma più spesso  di alleanze, di confronto serrato, di ibridazioni. 



Nessuna scoperta può mai essere frutto soltanto del genio di un singola persona, ma racchiude sempre, in sé, la rete delle sue relazioni e la catena importante di esperienze che l’hanno resa possibile in quel dato momento. 



Ogni uomo, alla fin fine, è il risultato delle relazioni che stabilisce e dei legami che crea con gli altri. Dovremmo ricordarcelo più spesso, insieme all'importanza dei sogni. 


domenica 26 gennaio 2014

Di desideri e di giochi


Margot cucciola - giugno 2013

Tutti gli animali giocano, non solo noi di specie umana. Il gioco può essere utile e può diventare una specie di tirocinio di vita per il futuro dei cuccioli, ma si tratta di un aspetto secondario, perché la sua vera natura è quella di non farsi strumentalizzare da niente e nessuno.
Gli esseri umani giocano indipendentemente dall’età anagrafica. Andare al cinema e fingere di credere vero ciò che è proiettato su uno schermo è un gioco. Così, andare a teatro, nella notte, e uccidere Desdemona diventando Otello e poi disperarsi, come fossimo lui, per averlo fatto e per essere stati vittime di un inganno, è un gioco che continua nella messa in scena della propria morte. Ed essere uccisi, insieme a Mario Cavaradossi, per poi piangere sul suo amato volto esangue, insieme a Tosca,  è ancora gioco.


Charles Edward Perugini, Ragazza che legge, 1879.
E’ gioco sprofondare in un romanzo identificandoci con questo o con quel personaggio, cantare una melodia, lasciarsi avvolgere da rime o da versi liberi cercandone il significato come cercavamo i nostri compagni nel nascondarello di quando eravamo piccoli.
E poi, ancora, scrivere: è un gioco bellissimo che crea universi infiniti combinando come in un caleidoscopio pochi segni neri e gettando ponti a colmare le diverse distanze tra gli esseri umani.
Tutti giocano e l’essenza del gioco è il fare finta, la drammatizzazione, la creazione di una realtà intermedia tra quella oggettiva, che guardiamo e ascoltiamo con i recettori a distanza (vista e udito) e quella soggettiva che si lega piuttosto a quelli di vicinanza: olfatto, gusto e tatto.
Il gioco abita la dimensione dell’illusione che è ben diversa da quella dell’inganno. L’inganno imita e millanta come vero ciò che non è. Sono inganno, infatti, le allucinazioni che il folle crede vere; così come è inganno il trompe-l'œil che crea una percezione di profondità e volume su una superficie bidimensionale.

Margot e la sua preda preferita: una pallina di peli  e piume
attaccata a una canna da pesca di plastica - Stamani
ll gioco non ha altro fine che se stesso. Ci fa stare bene. Ci fa vivere in una dimensione multiforme mettendo in comunicazione ciò che sembra radicalmente separato: il dentro con il fuori di noi, le esperienze vissute nel sogno con quelle della veglia, i ricordi con i desideri.
I desideri, del resto, nascono dai ricordi felici e dalla voglia di metterli in scena di nuovo, in un diverso teatro.

Margot gioca con la falsa preda - Stamani
La gattina Margot sa che la pallina di peli e piume non è una vera preda, ma finge di crederla tale. Tutti le mattine, quando mi alzo,  miagola sotto il posto nel quale è appesa la canna da pesca di plastica e non smette finché non giochiamo insieme. 


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Agguato di Margot -  Stamani

Margot si impegna molto in questo gioco, miagola con diversa prosodia, garrisce come fosse una rondine, fa versi strani tipo ticz, ticz, ticz, o zctac, zctac come quando rincorre le mosche e i mosconi veri; e salta in aria, alta e coraggiosa, poi striscia, si nasconde e riappare all’improvviso… Tra lei e chi accetta di coinvolgersi in questa danza ludica a due si crea un affiatamento strano e allora, quando il gioco termina, bisogna sedersi e prendersi tutte le sue fusa. E a proposito: con tanti studi specialistici le fusa dei gatti restano ancora un mistero, ma sospetto che siano anch’esse attinenti all'attività ludica, che insieme  ai sogni e ai desideri dona senso all’esistenza.





giovedì 14 novembre 2013

Zurbaràn


Ho fatto bene, domenica, a deviare il mio viaggio di ritorno scendendo a Bologna e prendendo un treno per Ferrara, attratta dalla prima mostra italiana dedicata a Francisco de Zurbaràn. Un critico o uno storico dell’arte avrebbero il dovere di analizzarla in modo tecnico e dettagliato, ma io che non sono né l'una né l'altra cosa mi limito a condividere le emozioni di semplice “usufruitrice” o “goditrice” (a volte un po’ compulsiva) di bellezza.
Il dipinto che mi ha emozionato di più, di grandissimo impatto, lo si trova proprio all’inizio del percorso e inchioda lì il visitatore quasi abbagliandolo con la luce del saio di quel frate dell’ordine dei Mercedari. E’ San Serapio.
San Serapio - 1628

Ha la testa un po' infossata dentro le spalle e inclinata da un lato, le palpebre socchiuse e le mani, legate alle corde, quasi raccolte a pugno; ma è un pugno semiaperto, con le dita rilassate quasi come si stesse lasciando andare al sonno anziché a una straziante e lenta agonia. Lui che si dice avesse combattuto alle crociate al fianco di Riccardo Cuor di Leone. Lui che catturato dai pirati – siamo a cavallo tra il 1100 e il 1200 – fu legato mani e piedi a due pali e poi sventrato, quindi squartato e alla fine decapitato. Un supplizio teatrale, come quelli che ci descrive il filosofo Michel Foucault. C’è quel fondo nero, il buio assoluto, dietro San Serapio, lo stesso che ritroviamo anche nei diversi Agnus Dei di Zurbaràn.
Agnus Dei - 1634/1640

Anche in quello presente alla mostra il fondo è nero e in questo caso circoscritto al minimo, perché  l’animale rappresentato occupa tutto lo spazio del dipinto e sembra quasi ipnotizzare il visitatore attraverso il biancore luminoso del vello, lo stesso del saio di Serapio. Non posso guardare l’agnellino con le zampe legate e la testa appoggiata giù, rassegnata e consapevole, senza avvertire come una morsa allo stomaco. Quello che provo è il brivido dell’insensatezza umana quando una luce crudele e impietosa ne espone in primo piano la testimonianza. E del resto noi siamo Serapio e siamo l’agnello. Lo siamo ogni volta che ci sentiamo stretti in legami che possono diventare un inferno, una tortura, uno strazio senza fine all'origine di un destino di infelicità che ci sembra insormontabile e irreversibile.
Dicono che i dipinti di Zurbaràn siano espressione soprattutto di misticismo. Certo, se si guarda al soggetto, non si può non pensarlo, anche se bisogna considerare che tutti i pittori suoi coevi rappresentavano temi religiosi. Quello sfondo buio che gli è congeniale, però, non mi fa pensare a niente di mistico, anzi, mi fa muovere qualcosa nella carne, nel sangue. E’ il buio dell’atemporalità e in quel buio lì, così speciale  e profondo, ci sentiamo tutti accomunati, noi viventi, umani e animali di specie diverse; accomunati nelle nostre sconfitte, nelle delusioni che feriscono, nel senso di impotenza che  a volte ci toglie il respiro e nella fragilità dei nostri desideri e delle nostre paure antiche.


San Francesco - 1635
E poi ecco San Francesco, a generare l’impressione emotiva più intensa, dopo la rappresentazione del dolore non arreso di Serapio. E’ il dipinto più famoso tra quanti sono esposti. Il volto è in ombra, protetto dal cappuccio.  
La mano sinistra di San Serapio


I piedi di San Francesco
Sono in ombra i pensieri e la ragione tanto quanto sono illuminati e vividi i piedi e le mani, cioè gli organi dell’agitarsi, del “portarsi verso” o del “fuggire da”.
La mano destra di San Serapio

Le mani, questo ponte che si ritrae o si protende verso l’altro, sono sempre bellissime, in tutti i suoi dipinti. 
Sant’Orsola - 1634

E ci sono le sante vestite da nobildonne, che poi erano in realtà nobildonne nascoste nelle sembianze di sante dato che all'epoca, come si vede in questo libro di W. Somerset Maugham, non si facevano ritrarre facilmente.


Santa Casilda (particolare) - 1638/1642

Colpisce anche tutto quel fiorire di teste di cherubino a disegnare cornici nel cielo,  attorno ai personaggi o sotto i loro piedi.
E soprattutto c’è “Una tazza d’acqua e una rosa su un piatto d’argento”, bellissima natura morta che così morta forse non è, dato che sembra quasi che evochi gli assenti, chi ha versato l’acqua e chi ha deposto la rosa sul piatto. E quel confondersi fusionale dei confini tra oggetti e quel loro stagliarsi, nello stesso tempo, gli uni rispetto agli altri, non è molto diverso dal nostro umano stringere e allentare legami, avvicinarsi e allontanarsi gli uni rispetto agli altri. 
Una tazza d'acqua e una rosa su un piatto d'argento - 1630

giovedì 24 ottobre 2013

Zagor: maschio instabile, ma con tratti di dolcezza


Due sere fa, all’Arsenale, è stato molto piacevole discutere a proposito del film-documentario su Zagor, con Marcello Mangiantini (uno dei più importanti fra i suoi disegnatori) e Jacopo Rauch, sceneggiatore delle sue storie, coordinati da Fabio Gadducci come esperto di fumetto. 
Le storie di Zagor sono per la maggior parte storie di uomini, anche se a volte le donne compaiono, per esempio come guerriere, e un po' più di frequente nel ruolo di appassionatamente baciate. Zagor, il cui nome inizia con la stessa zeta di Zorro, aguzza e rassicurante, ha i muscoli e un corpo fatto per lottare contro i cattivi. 
Però ha un profilo psicologico complesso (il paragone immediato è con Tex che funziona, invece, in maniera semplificata e molto razionale) perché, per esempio, a volte prova compassione anche per il malvagio o si inganna sull'indole delle persone credendo buoni i cattivi e cattivi i buoni. E' un personaggio infantile nel senso buono del termine, perché si muove all'interno di cornici di fantasia e improbabili; e anche se è collocato nella prima metà dell'ottocento sconfina continuamente, all'indietro e in avanti, in altri tempi storici e non per errore, ma per scelta consapevole. 

Infantile Zagor lo è, dunque, in un senso per me positivo: perché vive in un'esplosione barocca e improbabile di fantasia, di giocosità e di paradossi. E infantile lo è anche nel senso che si muove in direzione contraria alla sua epoca. Scegliendo, per esempio, di vivere in territorio indiano con un'idea di possibile convivenza pacifica tra bianchi e nativi quando ancora - il primo numero è del 1961 - l'immagine dominante era quella dell'indiano scalpatore e selvaggio.
Zagor si muove in mezzo a una miriade di personaggi strani in un ambiente ibrido di vari mondi, così come il registro narrativo è caleidoscopico e comprende tutti i generi.                                              


Ha poi un’arma interessante e strana. Un’ascia con una pietra ovale al posto della lama: un'arma esteticamente molto femminile e usata per stordire più che per uccidere.
Forse, però, il motivo principale per cui provo una certa simpatia per l'emotivamente instabile Zagor è che la sua personalità è anche il risultato di una serie di perdite dolorose e irreversibili: la morte dei due genitori e poi quella del filosofo, girovago e strambo, che si era occupato della sua educazione e infine la scoperta della colpa  di cui si era macchiato il padre biologico nelle sue vesti di ufficiale. 
Nel film genera tenerezza il risalto dato al disegnatore primo – cronologicamente e per importanza – di Zagor, Gallieno Ferri, che racconta  della sua passione adolescenziale per il segno grafico e del rapporto nel tempo con il suo personaggio-creatura.
Interessanti anche gli argomenti della discussione dopo il film. Per esempio le differenze, nei fumetti, tra il bianco e nero e il colore; o America ed Europa a confronto (ho imparato che negli Stati Uniti si leggono molto molto meno storie a fumetti che in Europa); o ancora la quotidianità del disegnatore di fumetti, il rapporto lavoro-tempo che deve stabilire, la solitudine nella quale opera, la severità dei lettori e dei loro feed-back attraverso la rete o nei raduni. La discussione è continuata anche in un capannello fuori dal cinema, in particolare sui margini di tolleranza dell’evoluzione di un personaggio di fumetto datato che continua a produrre storie con ritmo regolare, e se sia bene o no che si trasformi un po’ nel tempo e quanto. 

Ma la domanda che mi preme, ora, è questa: e voi? Vi sentite più texiani o zagoriani? Per i maschi è una questione di immagine di genere. Quanto, invece, alle donne che volessero rispondere, consiglio loro di considerare anche il fatto che Zagor sembra un gran baciatore, diciamo così.